Post sisma, dalla parte di chi resiste

Ritorna la campagna “Alleva la speranza” per aiutare chi continua, tra mille difficoltà, a fare impresa nelle terre colpite dal terremoto. Dove resta molto da fare per ricostruire case ed esistenze

Alleva la speranza@fotodiLorenzoPallini
Foto di Lorenzo Pallini

Sono passati più di tre anni dalla sequenza di scosse che ha letteralmente rovesciato il Centro Italia. Eppure, nonostante il passare del tempo la ricostruzione sembra una chimera. La situazione è ancora disperata per gli abitanti delle quattro regioni colpite: sono 48.532 le persone assistite, tra queste 37.270 quelle che percepiscono il “contributo autonomo sistemazione” secondo gli ultimi dati della Protezione civile. Delle rimanenti: in 1.309 vivono negli alberghi sulla costa, in Abruzzo o Marche, 799 alloggiano nei Mapre (moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali, quelli per gli allevatori), 457 nei container, 442 nelle strutture comunali, 8.255 nelle famigerate Sae, le “casette” che nel tempo hanno mostrato tutta la loro inefficienza e incompatibilità nei territori di montagna. Intanto, il 12 novembre è uscita la nuova ordinanza della Protezione civile sul contributo autonomo sistemazione: sia per rivedere la permanenza dei principi per averne ancora diritto, sia per uscire dal Cas (contributo di autonoma sistemazione) e acquistare un altro immobile con agevolazione. Ma le macerie sono ancora lì. Secondo l’Osservatorio sisma di Legambiente e Fillea sono 1.554.241 le tonnellate di macerie pubbliche che al 15 maggio 2019 risultano essere state rimosse nelle 4 regioni su un totale stimato di 2.720.000, solo il 57,14% (Abruzzo 31,43% macerie raccolte, Marche 53,73%, Lazio 62,16% e Umbria 65,36%). 
È in questo contesto che è partita la terza fase di “Alleva la speranza”, la campagna di crowdfunding di Legambiente ed Enel, sulla piattaforma Planbee, dedicata agli allevatori delle aree colpite dal terremoto. Gli ultimi quattro coinvolti sono Valentina Capone di Amatrice (Ri), Simone Vagni di Cascia (Pg), Angela Catalucci di Acquasanta Terme (Ap), Massimo Pierascenzi di Valle Castellana (Te).

Le api della riscossa

Alleva la speranza@fotodiLorenzoPallini
Foto di Lorenzo Pallini

L’azienda di Valentina Capone si trova ad Amatrice, nella frazione di Bagnolo. Si fonda sul lavoro delle donne. «Ha iniziato mia nonna, negli anni ’50, si chiamava Emilia Pace. L’azienda è passata a mia mamma e poi a me».
La storia inizia proprio ad Amatrice, dove c’era un piccolo caseificio e tutte le aziende avevano mucche da latte. «Purtroppo con il problema delle quote latte negli ultimi anni ci davano 26 centesimi al litro, perciò abbiamo trasformato le mucche da latte in mucche da carne». Valentina ha 34 anni e da dicembre 2018 la madre ha passato il testimone a lei, che deve ora fronteggiare i tanti danni causati dal terremoto. «La mia casa non è stata danneggiata, ma le abitazioni intorno non sono agibili, dovrebbero buttarle giù e rinforzare i muri. In questa situazione, io e il mio compagno non possiamo più rientrare. La casa dei miei genitori è inagibile dal 24 agosto, e anche quella è da buttare giù», spiega Valentina. Pure il fienile è da demolire. Ma, fortunatamente, Valentina non si scoraggia e cerca di rendere la sua passione un lavoro. «Ho sempre aiutato mio zio che aveva le api, mi piacevano molto fin da piccola… in realtà mi piaceva mangiare il miele», dice ridendo. «L’anno del terremoto è il primo in cui ho smielato, con le scosse in corso, e in quella situazione a me e al mio compagno è venuta l’idea di dedicarci all’apicoltura. Da cinque arnie siamo passati a 35». Oggi ne ha 40, e la passione traspare nei gesti e nella cura: Valentina ci chiacchiera con le sue api. «Non ho un laboratorio per la smielatura, quindi con il contributo vorrei realizzarlo. Intanto continuiamo a coltivare il farro e le patate. Poi ci sono il miele e i vitelli. Tutti prodotti che mio fratello vende nel suo ristorante – racconta – Essendo rimasta sola o rinnovo l’azienda oppure si chiude». Ma il suo sogno non è solo un progetto individuale. «Se riuscirò a realizzarlo, lo metterò in condivisione con gli altri produttori di miele locali», conclude Valentina.

Il Castellano riparte con il bio

alleva la speranza@fotodiLorenzoPallini
Foto di Lorenzo Pallini

L’azienda agricola di Simone Vagni, 30 anni, si estende per circa 130 ettari a Cascia (Pg), nell’altopiano di Ocosce, a un’altezza di circa 800-1.000 metri. Una distesa sconfinata, con un panorama meraviglioso, che si affaccia sopra lo “scoglio” di Santa Rita da Cascia e sulla catena dei Monti Sibillini. Incontriamo Simone mentre con i suoi genitori raccoglie i fiori dello zafferano. L’autunno è infatti il periodo della raccolta. L’azienda Trav (Territori riuniti Alta Valnerina) è un’eccellenza nella produzione dello zafferano, ma anche di cereali, foraggi, molte specie di leguminose fra cui lenticchia, fagiolo “monachella”, roveja del presidio slow food, farro. Tutto avviene con procedure biologiche certificate, una scelta che per Simone è imprescindibile: «Amo quello che faccio, non potrei fare altrimenti: per me è una via obbligata, punto sul benessere e la qualità».
Quella dell’azienda di Simone è la zona del Castellano, qui il terremoto ha causato danni alla stalla di 400 metri quadri per le mucche. Ora è inagibile e ha ricevuto il foglio di sgombero. «L’allevamento è stato trasferito esternamente, ma qui d’inverno nevica e gli animali soffrono». Simone ancora attende dalla Regione la stalla provvisoria, la “botta grossa” loro l’hanno avuta a gennaio, con la scossa del 18 e la grande nevicata. «Con il sostegno della campagna vorrei acquistare due mangiatoie tradizionali, un macchinario per la fienagione e due auto-catturanti per la creazione di una cosiddetta “stalla libera” (organizzata privilegiando la maggiore libertà degli animali, ndr)». Un progetto che si concentra sul benessere animale, in linea con l’amore che Simone ha per la natura e i suoi animali.

La tenacia di Angela

alleva la speranza@fotodiLorenzoPallini
Foto di Lorenzo Pallini

Cento pecore, una decina di mucche e la lavorazione del pecorino. Questa è l’attività principale dell’azienda di Angela Catalucci, 51 anni, ad Acquasanta Terme (Ap): un’impresa avviata da suo suocero, trent’anni fa. «Sono subentrata quando si è ammalato. Eravamo io e mio marito con i bambini piccoli. Lui faceva giardinaggio alla forestale, si occupava della ripulitura degli abeti e del taglio della legna. Io seguivo l’azienda con il suo aiuto» spiega Angela. Il terremoto del 24 agosto è stato devastante: è crollata la stalla delle mucche e la casa è divenuta inagibile. E con la scossa del 30 ottobre il danno si è aggravato.
Angela ottiene il Mapre, ma il marito già ammalato, in pochi mesi, a febbraio 2017, muore, lasciandola sola con tre figli: Alessio, 26 anni, Valeria, 24 anni, Andrea, di soli 7 anni. Ma Angela non getta la spugna: la passione per questi luoghi mozzafiato in cui la natura ha il sopravvento e l’amore per i suoi figli – l’ultimo in particolare, poiché i più grandi hanno preso altre strade – la motivano a ripartire con più energia. «La Regione ci ha dato una stalla provvisoria, vorrei spostare le pecore al posto delle mucche e puntare solo sugli ovini, vendendo le mucche – spiega Angela – ma ancora non ho trovato acquirenti. Con i fondi di “Alleva la speranza” vorrei realizzare una recinzione anti lupo, per consentire alle mie pecore di pascolare e restare fuori d’estate. La tensostruttura della Regione è occupata dalle mucche e nell’altra stalla di fortuna, dove adesso ci sono le pecore, le pareti si arroventano e fa molto caldo. Vorrei anche acquistare dei mangimi biologici per gli animali, soprattutto per l’inverno quando c’è meno cibo». Così Angela ripartirà con più forza di prima.

Scossa dopo scossa

Alleva la speranza@FotodiLorenzoPallini
Foto di Lorenzo Pallini

Ci sono realtà che non hanno mai finito di fare i conti con il terremoto. È il caso dell’azienda agricola di Massimo Pierascenzi a Valle Castellana (Te), all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. «Avevamo subìto già danni nel terremoto del 2009, quello de L’Aquila. La casa avrebbe dovuto essere rinforzata, ma nel 2016, a distanza di 7 anni, i lavori che aspettavamo non erano stati fatti», spiega Massimo. Dopo il 24 agosto la casa avrebbe dovuto già essere demolita eppure è ancora in piedi, piena di crepe e inagibile. «Con la scossa di gennaio, e la neve, siamo rimasti isolati per 8-10 giorni senza elettricità, la turbina è arrivata dopo – racconta – La notte dormivamo in roulotte o sotto la tettoia. Il fienile è venuto giù ed è crollata la parete comunicante con la stalla».
È allora che matura una drammatica decisione: vendere tutte le mucche, circa una ventina di capi, per la mancanza di cibo e di strutture adeguate dove tenerle. E così ad oggi l’azienda, il cui cuore era l’allevamento suino e bovino, si occupa di attività di manutenzione e pulizia dei terreni coltivati, della commercializzazione del legname, della produzione di patate e farro. Con il contributo di “Alleva la speranza” Massimo vorrebbe ricostruire il fienile. «L’idea è di usare materiali naturali come il legno, rispettando l’ambiente del Parco in cui ci troviamo», conclude Massimo. Un piccolo passo per avviare di nuovo l’allevamento, e per evitare lo spopolamento in un’area interna montana già messa a dura prova.