Pomo della discordia

Nata la prima area sottoposta a restrizione. Al centro di tensioni tra Italia e Croazia

Nasce la prima area sottoposta a restrizione delle attività di pesca (Fishery restricted area) in Adriatico: la Fossa di Pomo, la zona più pescosa dell’Adriatico centrale per gli scampi, fra Italia e Croazia. Al suo interno sono state individuate tre zone: una chiusa a tutte le attività, a strascico, con reti da posta e palamiti, e due dove la pesca sarà ridotta di oltre il 50%. «La decisione della Commissione generale sulla pesca nel Mediterraneo è una pietra miliare – afferma Domitilla Senni di MedReAct – a dimostrazione che i progressi si possono raggiungere anche in aree pesantemente sfruttate dalla pesca a strascico». La Fossa di Pomo è una zona di nursery importantissima per specie commerciali come scampi e naselli, ma anche altre specie, come totani, moscardini, gamberi rosa. I suoi fondali racchiudono molti ecosistemi marini vulnerabili: giardini di coralli, vulcani di fango, rocce sparse nei fondali sabbiosi, resti di coralli profondi morti, indicatori di antiche comunità di quelli bianchi che popolavano il bacino in epoche lontane e ora fossilizzate. Sono ambienti considerati particolarmente sensibili all’impatto delle attività di pesca, che essendo continua e ubiquitaria ne rende impossibile il recupero. Per questo la Fossa di Poma era già stata chiusa alla pesca nel 1998, con l’istituzione da parte dell’Italia di una Zona di tutela biologica. Ma il divieto di pesca non era stato mai applicato, lasciando indisturbata la pesca fino al 2015, quando Italia e Croazia, di comune accordo, chiusero la Fossa allo strascico. L’accordo durò però poco più di un anno: nell’ottobre 2016 l’Italia riaprì unilateralmente la Fossa di Pomo allo strascico, causando una rottura nelle relazioni bilaterali con la Croazia. Oggi con l’istituzione dell’area sottoposta a restrizione da parte della Commissione generale sulla pesca nel Mediterraneo si è fatto un passo avanti decisivo, grazie all’Adriatic recovery project e al lavoro dei tanti ricercatori che già nel Duemila richiedevano misure di tutela per la Fossa di Pomo.