Polvere di Katmandu

Oggi la capitale del Nepal conta più di due milioni di abitanti e un tasso di inquinamento atmosferico fra i più alti al mondo. Camminare per le sue strade è un’esperienza estenuante

Kathmandu
foto di Marco Panzetti

di MARCO PANZETTI

Maestose montagne innevate, prati verdi, templi adornati da bandierine di preghiera multicolore. Nell’immaginario collettivo, così come nelle brochure delle agenzie di viaggio, spesso sono queste le immagini evocate per rappresentare il Nepal. Sebbene questa visione bucolica sia tuttora verosimile nelle zone più remote nell’ovest del Paese e sugli altopiani dell’Himalaya, la realtà è ben differente nelle aree urbane. E radicalmente diversa nella capitale.
Oggi Katmandu è una polverosa metropoli abitata da milioni di persone e ricoperta, specialmente nel periodo invernale, da una coltre di smog che occulta alla vista le catene montuose dalle quali è circondata. Le tonalità verdi e bianche, da sempre predominanti nella valle di Katmandu, sono state sostituite dal grigio inquinamento atmosferico e dal marrone polvere. La causa di questo brusco cambiamento è da imputarsi principalmente all’inarrestabile processo di inurbamento che ha interessato il Nepal a partire dalla seconda metà del XX secolo e che ha portato grandi masse di popolazione provenienti dalle aree rurali del Paese a confluire verso la capitale. Nel corso degli ultimi cinque decenni, infatti, la popolazione residente nella regione metropolitana di Katmandu, spesso identificata con la valle omonima, è cresciuta in modo esponenziale: da poco più di un centinaio di migliaia di abitanti nel 1970 ai due milioni e mezzo attuali.

Kathmandu
foto di Marco Panzetti

Ma come si spiega questa impetuosa crescita demografica in così poco tempo? «Sotto il controllo della dinastia Rana, Katmandu è sempre stata isolata, la libertà è arrivata solo nel 1951 – spiega Bhushan Tuladhar, nepalese, esperto ambientale e consulente delle Nazioni Unite – Fino a quel momento nel Paese vigeva un regime autoritario, per entrare a Katmandu era richiesto un visto anche ai cittadini nepalesi. Nessuna autostrada, nessun volo di linea. Era una comunità estremamente isolata. A livello sociale – aggiunge – era una società molto tradizionale, con livelli di educazione bassissimi».
Con il sopraggiungere della democrazia, tutto cambia. Katmandu viene raggiunta dalla prima autostrada, aprono numerose scuole e manifatture. E sia le persone che i beni iniziano a confluire verso la capitale. Ma l’avvio di questo processo di apertura e di sviluppo infrastrutturale è stato Katmandu-centrico. «Tutte le industrie sono state concentrate qui, così come tutti gli uffici, gli ospedali e le scuole – riprende Bhushan Tuladhar – Tutto si trova solo a Katmandu, questo ha fatto sì che chiunque sia in cerca di lavoro, voglia studiare o abbia bisogno di servizi, debba venire qui».
Senza un piano regolatore a garantire uno sviluppo ordinato, la crescita della città è presto sfuggita di mano.

Katmandu
Foto di Marco Panzetti

A peggiorare le cose, c’è la fragile economia nepalese – senza uno sbocco sul mare e interamente dipendente da due vicini ingombranti come Cina e India – che non è stata in grado di garantire alla città in crescita un sistema di trasporto efficiente né servizi minimi quali forniture affidabili di acqua corrente ed energia elettrica. Contemporaneamente, con l’avvento dei mezzi di trasporto a motore a basso costo importati, inutile dirlo, da India e Cina, il parco veicoli di Katmandu ha iniziato ad aumentare vertiginosamente e ora cresce al ritmo del 14% annuo, il triplo del coefficiente di crescita della popolazione urbana. «La principale fonte di inquinamento urbano in questo momento – spiega ancora Tuladhar – è il trasporto privato, anche perché i veicoli sono vecchi, soggetti a scarsa manutenzione e di conseguenza molto inquinanti». Le conseguenze non hanno tardato a farsi sentire, dato che Katmandu è oggi fra le città più inquinate del mondo.
Secondo l’Indice di sostenibilità ambientale (Epi), stilato da Yale e dalla Columbia university in collaborazione con il Forum economico mondiale, il Nepal si trova all’ultimo posto in fatto di qualità dell’aria fra i 180 Paesi analizzati. Per determinare la classifica vengono tenuti in conto fattori quali l’esposizione al pm 2,5 e la qualità dell’aria all’interno delle abitazioni in conseguenza dell’uso di combustibili a scopo domestico. Come se non bastasse, l’inquinamento atmosferico a cui è soggetta la città è aggravato dalle opere di ricostruzione avviate a seguito del devastante terremoto di magnitudo 8 che ha colpito il Nepal ad aprile 2015. A quattro anni di distanza, la città è ancora un enorme cantiere a cielo aperto. La mancanza di macchinari adeguati allunga i tempi della ricostruzione e costringe a ricorrere a tecniche di costruzione rudimentali, che non fanno altro che incrementare la quantità di polvere immessa nell’aria.

Polvere di Kathmandu
foto di Marco Panzetti

Camminare per le strade di Katmandu, per chi non vi è abituato, è un’esperienza estenuante. Le moto che sfrecciano a pochi centimetri dai pedoni, il rumore assordante, lo smog che fa lacrimare gli occhi, accorcia il fiato e provoca un malessere generalizzato. «Sono anni ormai che ho problemi di salute causati dall’inquinamento – racconta il signor Dahal, un anziano passante intervistato a uno degli incroci più trafficati della città – Ho sempre le mucose secche e il mal di testa, e anche i miei polmoni non sono in buone condizioni». Pasang, un monaco buddista sui trent’anni che gira con una vistosa mascherina a coprirgli naso e bocca, ricorda che da bambino veniva spesso a Kathmandu e la qualità dell’aria non era male. «Ci sono tornato nel 2015, ricordo di essere rimasto colpito dall’aria divenuta irrespirabile. Il terremoto poi ha peggiorato le cose, perché ora in città ci sono tantissimi cantieri che generano moltissima polvere».
Grazie all’opera di divulgazione e consulenza politica svolta da esperti come Bhushan Tuladhar, anche in Nepal sta nascendo la coscienza dei rischi legati all’inquinamento dell’aria. Oggi a Katmandu, come in tante altre metropoli asiatiche, è ormai comune vedere in strada persone con indosso una mascherina antismog. Shamiskha, una giovane interpellata fuori da un negozio su un trafficato viale della capitale, è categorica: «Non proteggersi i polmoni è pericoloso a Katmandu. Se non lo facessimo ci ammaleremmo nel giro di uno o due anni».

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