Politiche ambientali a rischio se il Brasile gira a destra

Il programma ambientale di Jair Bolsonaro, candidato favorito al secondo turno di domani, rischia di fare a pezzi le conquiste degli ultimi quarant’anni

Rischio Se Il Brasile Gira A Destra

Di Thaina Correa da Mota

L’Amazzonia rischia di perdere parte del suo bioma se il programma di governo di Jair Messias Bolsonaro si concretizzerà. L’apertura dei territori indigeni alle attività minerarie, l’indebolimento e perfino la cancellazione della legislazione ambientale a favore delle comunità indigene sono solo alcune delle proposte del candidato alla presidenza del Brasile. Bolsonaro, esponente del partito social-liberale che al primo turno ha ottenuto il 46% dei voti, rischia di fare il pieno anche al secondo. Le urne daranno il verdetto domani, 28 ottobre 2018.

Durante la sua campagna elettorale, Bolsonaro ha annunciato l’intenzione di accorpare il Ministero dell’Ambiente al Ministero dell’Agricoltura e unire in un solo organo l’Istituto Brasiliano per l’Ambiente e Risorse Naturali Rinnovabili (Ibama) e l’Instituto Chico Mendes di Conservazione della Biodiversità (Icmbio). Una mossa simile potrebbe aumentare le attività illegali di estrazione mineraria e deforestazione per il commercio di legname. Allo stesso tempo, potrebbe favorire gli imprenditori del settore agricolo con conseguente perdita di superficie forestale. Il candidato dell’estrema destra brasiliana intende anche accorciare i tempi di rilascio delle licenze ambientali per i progetti infrastrutturali. Un programma che ha suscitato molte preoccupazioni tra gli ambientalisti e il mondo della politica. Otto ex- ministri dell’ambiente, che negli ultimi 30 anni hanno contribuito a dare forma e direzione alle istituzioni ambientali brasiliane, temendo una retromarcia nelle politiche di tutela hanno scritto una lettera congiunta – pubblicata il 23 ottobre sul quotidiano Folha de Sao Paulo – in cui si evidenziano le conquiste realizzate fin dagli anni ’70. Gli ex ministri chiedono al futuro presidente del Brasile di «mantenere e valorizzare le istituzioni pubbliche per l’ambiente, essenziali a garantire il rispetto della Costituzione del 1988[…]. Il prossimo presidente della Repubblica dovrà comprendere l’importanza di mantenere il Ministero e l’adesione del Brasile all’Accordo di Parigi. Non si può negare la necessità di dare continuità al perfezionamento della gestione ambientale in Brasile, che va oltre le questioni dell’uso del suolo».
Le istituzioni impegnate nella protezione dell’ambiente lavorano già in un contesto ostile. Il 19 ottobre scorso, infatti, sono state incendiate dieci vetture dell’Ibama, l’ente federale di monitoraggio ambientale. Nello stesso giorno, una equipe dell’Icmbio durante una missione si è imbattuta in un ponte incendiato che ostacolava le attività di controllo. In tutto, in Brasile ci sono circa 168 milioni di ettari di Unità di Conservazione federali distribuite da Nord a Sud, le quali dal 2007 vengono gestite dall’Icmbio. Le UC costituiscono un chiaro esempio dei passi avanti che il Brasile ha compiuto nel riconoscere l’importanza di tutelare la propria biodiversità. Inoltre, più di 2 mila UC, comprese quelle statali e municipali, proteggono il 18% del territorio continentale e 26% di quello marino. Oltre a ciò, i benefici economici generati dal turismo all’interno delle UC sono di circa un miliardo di euro all’anno. Insomma, salvaguardare le proprie risorse naturali è anche un affare vantaggioso. Ma forse Jair Bolsonaro non la pensa così.