martedì 25 Gennaio 2022

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Plastica, stop al monouso

Dal mensile – Con la pandemia sono tornati prepotentemente gli oggetti di plastica usa e getta. L’Europa e l’Italia, dove l’iter per la loro riduzione è stato tracciato, non possono permettersi nuove battute d’arresto

Tra gli effetti collaterali della pandemia che ha stravolto le nostre vite, c’è anche il ritorno prepotente degli oggetti di plastica monouso. Tramortiti dal rischio di rimanere contagiati al contatto con qualsiasi cosa, spesso siamo stati costretti a tornare al “vecchio” usa e getta: non solo mascherine e guanti, la cui utilità per impedire il propagarsi del virus è fuori discussione, ma anche stoviglie e contenitori da asporto. Questa tendenza, sommata alle ondate di imballaggi causate dall’impennata degli acquisti online (solo i servizi di consegna di cibo sono aumentati del 56%), ha frenato i tanti sforzi fatti negli ultimi anni per imporre una circolarità a questi prodotti attraverso il riciclo.

A passi indietro

Il risultato è stato un aumento dell’inquinamento connesso alla produzione di plastica, che secondo la relazione diffusa a fine gennaio dall’Agenzia europea dell’ambiente, “Plastics, the circular economy and Europe’s environment – A priority for action”, nell’Ue è ammontato a circa 13,4 milioni di tonnellate di CO2. Senza contare alcuni preoccupanti passi indietro sul piano legislativo e imprenditoriale. I casi più eclatanti sono stati quelli del Regno Unito, che ha sospeso l’addebito obbligatorio per i sacchetti di plastica per le consegne online, e degli Usa, dove diversi Stati hanno posto limiti all’uso di sacchetti per la spesa portati da casa offrendo in cambio, gratuitamente, quelli forniti dai negozi. A cogliere la palla al balzo, come era prevedibile, sono state alcune catene della vendita di cibo e bevande, che hanno riproposto immediatamente l’usa e getta al posto di bicchieri e contenitori riutilizzabili. Contribuendo così a rimettere in moto una generazione incontrollata di rifiuti. 

Il tutto è accaduto quando gli Stati membri dell’Ue si apprestano a recepire la direttiva 2019/904 “Sup” (Single use plastic) per limitare l’uso di plastica monouso. Una direttiva definita “assurda” a inizio giugno dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, poiché per essa “va bene solo la plastica che si ricicla. Tutte le altre, anche se sono biodegradabili o sono additivate di qualcosa, non vanno bene”. A fine aprile in Italia il Senato ha approvato la legge di delegazione europea 2019-2020 dando mandato al governo di recepire la direttiva entrata n vigore il 14 gennaio.

Rispetto al testo dell’Unione, il nostro Parlamento ha fatto un passo in avanti aprendo all’impiego di articoli monouso in plastica compostabile nei casi in cui non dovessero essere possibili alternative riutilizzabili. Una decisione giusta secondo il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani. «Con la legge di delegazione europea è stata sancita la peculiarità italiana, poiché viene specificato che le plastiche usa e getta compostabili non possono essere trattate al pari delle plastiche tradizionali – spiega – Riteniamo invece fortemente sbagliata l’impostazione sulle bioplastiche compostabili delle linee guida emanate dalla Commissione europea, che invece farebbe bene a seguire il modello italiano, capace di ridurre i sacchetti per l’asporto merci di quasi il 60% dopo il bando entrato in vigore circa dieci anni fa. Non si deve però puntare alla riconversione “uno a uno” dei manufatti in plastica tradizionale con quelli in plastiche compostabili, ma alla loro riduzione. In pratica, bisogna puntare sulla stessa operazione fatta con i sacchetti di plastica». L’associazione ambientalista è inoltre contraria a considerare la deroga per prodotti a base di carta con sottili o sottilissimi rivestimenti in plastica tradizionale, in quanto un’alternativa operativa nel mercato c’è già e sono i film in bioplastica compostabile. E chiede di prevedere un’etichettatura specifica sugli imballaggi indicandone la compostabilità e le informazioni sul corretto smaltimento. 

Il precedente dei sacchetti

È il 2012 quando nel nostro Paese entra in vigore il bando delle buste di plastica. Da allora il loro uso è diminuito drasticamente. Un grande risultato visto che eravamo lo Stato europeo che ne utilizzava di più. «Il fatto di aver varato una norma che ha vietato l’utilizzo dei sacchetti di plastica per la spesa, ma non quelli biodegradabili e compostabili, ha consentito che se ne riducesse il consumo di oltre la metà – conferma il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, che all’epoca ha proposto questa legge – Questo è un buon esempio di ciò che si può fare oggi estendendo lo stesso divieto alle stoviglie e a tutti gli oggetti compresi nella direttiva “Sup”. In quel precedente non solo abbiamo anticipato gli obiettivi dell’Ue, facendo valere l’interesse ambientale su quello legato alla libera circolazione delle merci su cui premeva l’Unione, ma siamo stati seguiti da subito da pratiche virtuose. Come Unicoop Firenze, che attraverso un accordo con Legambiente applicò il divieto ai suoi negozi prima ancora che entrasse in vigore a livello nazionale».

Alternativa compostabile

Mettere a sistema l’alternativa del biodegradabile e compostabile, oltre che una scelta lungimirante per l’ambiente, è anche una decisione strategica sul piano imprenditoriale poiché può rappresentare una leva per la riconversione delle tante industrie che in Italia trasformano la plastica tradizionale in stoviglie. 

Una presenza di non poco conto, considerato che il 70% di quelle che operano in tutta Europa sono concentrate proprio nel nostro Paese. Senza dimenticare che l’Italia vanta nel settore delle bioplastiche compostabili una leadership mondiale, con un’impiantistica all’avanguardia in grado di trasformare l’organico e le plastiche compostabili in compost. Secondo Carmine Pagnozzi, direttore di Assobioplastiche, dare seguito alla legge di delegazione europea «consentirebbe di massimizzare i benefici che derivano dallo sviluppo dei manufatti in bioplastica compostabile, progettati per essere in stretta connessione con la filiera del riciclo della frazione organica dei rifiuti urbani. In questo modo si completa il ciclo virtuoso del carbonio con la produzione di compost di qualità, un elemento che rigenera la fertilità dei suoli». 

La palla, finora tra i piedi del governo, passerà ora alle imprese, chiamate a un processo di conversione nazionale. Fiducioso sulla reazione del mondo industriale è Marco Versari, presidente di Biorepack, il consorzio che si occupa di gestire il fine vita di imballaggi in bioplastica della rete Conai. «Avevamo bisogno di linee guida chiare sui manufatti monouso – commenta – L’industria ha ormai capito perfettamente che il modello lineare non è più sostenibile per il pianeta, i cittadini e le aziende stesse. Vedo grande voglia di cambiare perché in questo cambiamento chi fa innovazione vede opportunità e non criticità». Certezze per chi ha già investito in questa conversione e stimoli per chi deve ancora farlo. È su questo doppio binario che si gioca il reale recepimento della direttiva europea “Sup” da parte dell’Italia.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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