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Più forza da Strasburgo
per le leggi “salva-natura”

zone umideCon 592 voti a favore, 52 contrari e 45 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato la relazione della Commissione per l’Ambiente, la “Mid term review” sulla Strategia per la biodiversità fino al 2020, ovvero sulle direttive habitat e uccelli. Ma c’è di più, lo stesso Parlamento europeo ha ribadito con forza che le leggi “salva-natura” hanno bisogno di essere attuate in modo più puntuale piuttosto che riviste.

In questo modo, l’europarlamento ha dato seguito a quanto richiesto da oltre 120 organizzazioni non governative e da 552.470 cittadini europei, fra cui più di 70mila italiani, con la campagna internazionale #Allarmenatura, lanciata lo scorso anno dalle principali organizzazioni ambientaliste (BirdLife, Wwf, European Environmental Bureau, Friends of the Earth Europe) e sostenuta in Italia fra gli altri da Fai, Legambiente, Lipu, Wwf Italia. Una posizione condivisa anche dai 28 ministri dell’ambiente, schieratisi a difesa della normativa vigente.

Per gli eurodeputati, qualsiasi revisione delle direttive salva-natura “metterebbe in pericolo l’attuazione della strategia per la biodiversità, con un lungo periodo di incertezza legale e il rischio di tutela e finanziamenti indeboliti, che sarebbe negativo per la natura, le persone e il business”. Per questo da Strasburgo è arrivata la richiesta alla Commissione europea di elaborare una proposta legislativa che preveda controlli efficaci per far emergere le violazioni delle direttive ambientali, mentre agli stati nazionali si chiede chiarezza negli stanziamenti per la tutela dei propri siti Natura 2000.

Direttive ancora in larga parte inattuate, come dimostra il fatto che nel 2012 (a 37 anni dalla Direttiva 79/409/Cee per la Conservazione degli uccelli selvatici e a 24 dalla Direttiva 92/43/Cee per la Conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, meglio conosciuta come Direttiva Habitat, recepita in Italia nel ’97) appena il 58% dei siti della rete Natura 2000, terrestri e marini, disponeva di piani di gestione. Eppure, grazie a quelle direttive, l’UE dispone di 26mila aree protette, che coprono il 18% della superficie terrestre e il 6% dell’ambiente marino. Aree per la cui gestione si spendono 5,8 miliardi l’anno, a fronte di “benefici ambientali e socio-economici pari a 200 – 300 miliardi”, mentre l’assenza di azioni mirate causa una perdita annuale di servizi ecosistemici pari al 7% del Pil globale.

Anche l’Italia è inadempiente. Una procedura d’infrazione è stata aperta dalla Commissione europea, ad ottobre 2015, perché non ha ancora designato le Zone Speciali di Conservazione necessarie per preservare gli habitat naturali. Ad oggi, si legge nella relazione, “i costi derivanti dal mancato raggiungimento dell’obiettivo principale di biodiversità sono stimati in 50 miliardi di euro l’anno” nonostante che “un posto di lavoro su sei nell’UE dipenda in una certa misura dalla natura e dalla biodiversità” e 4,5 milioni di posti di lavoro dagli ecosistemi protetti da Natura 2000. In Europa, “circa un quarto delle specie selvatiche è a rischio di estinzione e molti ecosistemi sono degradati, con conseguente grave danno sociale ed economico”. Perciò, l’europarlamento “sollecita l’Ue ad ancorare meglio i propri impegni internazionali sulla biodiversità alle sue strategie in materia di cambiamenti climatici e Europa 2020” e “invita la Commissione e gli Stati membri a incrementare la raccolta di dati e il monitoraggio degli habitat e delle specie”, a presentare entro il 2017 “una proposta concreta per lo sviluppo di una rete transeuropea per le infrastrutture verdi” e “corridoi europei per la flora e la fauna selvatiche, a dare priorità alle azioni per il ripristino, entro il 2020, del 15 % degli ecosistemi degradati, a individuare soluzioni sostenibili per l’agricoltura e la silvicoltura”.

Sei gli obiettivi, accompagnati a loro volta da azioni specifiche, che ci si prefigge:

1) l’attuazione completa delle direttive Habitat e Uccelli (le direttive sulla tutela della natura);
2) la conservazione e il ripristino degli ecosistemi e dei loro servizi;
3) l’incremento del contributo dell’agricoltura e della silvicoltura al mantenimento e al rafforzamento della biodiversità;
4) la garanzia di un uso sostenibile della pesca;
5) la lotta contro le specie esotiche invasive
6) un maggiore contributo dell’Unione alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale.

Ma ora occorre davvero un grande sforzo se si vuol raggiungere nel 2020 l’obiettivo concordato. “L’impronta ecologica dell’UE a 28 è due volte maggiore rispetto alla biocapacità europea. Appena il 23% delle specie e il 16% degli habitat si trovano in buono stato” si legge nella relazione e le associazioni aggiungono che sono a rischio estinzione il 18% dei volatili e il 7,5% dei pesci.

Adriana Sperahttps://www.lanuovaecologia.it
Laureata in scienze politiche indirizzo economico. ha lavorato all'Istat. giornalista pubblicista nel 2004 è stata tra i fondatori del settimanale online "Il foglietto della ricerca". ha ricoperto incarichi istituzionali nei quali occupata di cultura. lavoro. scuola. ambiente. politiche sociali

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