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In difesa della pianura

Dal mensile – Nella bassa bolognese 73 ettari di risaie saranno ricoperti di cemento per ospitare un polo logistico. Il sì dell’amministrazione non scoraggia gli ambientalisti che si battono per un dietrofront

Riso amaro. Citazione banale e abusata ma quanto mai appropriata per la vicenda che sta andando in scena ad Altedo, a fianco del casello autostradale sull’A13, nella bassa bolognese: 73 ettari di risaie diventeranno una distesa di cemento per ospitare un polo logistico. Così ha deliberato la Città metropolitana (ex provincia) di Bologna. Così l’agricoltura cede ancora una volta il passo ai servizi per l’industria. In nome dei posti di lavoro. Quelli promessi nella logistica sono 1.500. Quelli attuali nelle risaie sono una dozzina, se va bene, tra fissi e stagionali. Le mondine sono un ricordo da film in bianco e nero. La semina e la raccolta sono meccanizzate, servono dunque pochi operai.

Il valore ecosistemico di questa terra emiliana, grassa e fertile, soccombe di fronte ai soldi in gioco. L’intera operazione è stimata in 150 milioni di euro (comprende anche altri 25 ettari di ex zuccherifici da trasformare in magazzini logistici nella vicina San Pietro in Casale); il solo acquisto dei terreni di Altedo è quotato 20 milioni di euro che il fondo immobiliare francese Aprc di Lione è pronto a versare, o secondo alcune fonti giornalistiche ha già pagato, alla Sis (Società italiana sementi). E ben 18 sono i milioni degli oneri di urbanizzazione, di cui 6 andranno in un fondo di perequazione a vantaggio di tutti i Comuni bolognesi, in particolare i più svantaggiati. Gli altri 12 milioni rimarranno a Malalbergo, centro di novemila abitanti di cui Altedo è frazione. Una manna che cade dal cielo in questa pianura rurale, invero spoglia, sempre più appendice della città urbana. Come si fa a dire di no?

Infatti la sindaca di Malalbergo, Monia Giovannini, è entusiasta e rintuzza tutte le critiche. «Questo intervento era previsto nel Pums (Piano urbano mobilità sostenibile, nda) di due anni fa della Città metropolitana di Bologna, che individua il nuovo sviluppo logistico nelle vicinanze dei quattro caselli autostradali esterni: Imola, Castel San Pietro, Val Samoggia e Altedo. Inoltre va detto che l’interporto di Bologna non è più in grado di raccogliere la domanda del mercato e la logistica serve sempre di più alla filiera produttiva. L’intervento – aggiunge la sindaca – ricade all’interno del 3% di consumo di suolo consentito della legge regionale n. 24 dell’Emilia-Romagna. Il polo di Altedo vale l’8% del totale di questo 3% nel bolognese. E i 73 ettari non saranno tutti cementificati: i capannoni sorgeranno su 321.000 m2 e nel resto ci sarà attenzione all’ambiente, come vasche di laminazione, piantumazioni di alberi e altre opere di mitigazione. La polemica che sta montando – specifica Giovannini – è sulle risaie, ma in realtà sono terreni dismessi al 95% da 15 anni. E nel restante, lo dice la stessa azienda, c’erano coltivazioni sperimentali piene di parassiti, e per questo sta comprando il doppio dei terreni a 5 km di distanza per farne nuove risaie».

Il punto è contestato dalle forze ambientaliste, che un brumoso sabato mattina di febbraio si sono ritrovate alla casa del popolo “La Casona” a Ponticelli di Malalbergo, covo della resistenza all’infrastruttura logistica. Da lì un centinaio di persone ha percorso i pochi km fino ad Altedo, per mostrare in effetti come le risaie ci siano ancora e gli altri terreni regimentati recuperati con il sovescio. La Sis «un anno fa ha seminato la facelia, una pianta che ridà sostanze azotate – puntualizza Lorenzo Mengoli, consigliere d’opposizione nella Città metropolitana – e due anni fa ha costruito un capannone nuovo, non certo il segno di una dismissione».

«Per darvi l’idea – dice Luca Girotti, presidente del circolo Legambiente Pianura nord Bologna – si cementificherà un’area pari a 70 volte Piazza Maggiore». Una petizione online per opporsi all’intervento illustra tutti i dettagli.

«È un intervento esagerato in piena campagna, lontano dalla ferrovia – puntualizza Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia-Romagna – che oltre all’impatto del consumo di suolo comporterà maggiore traffico: una scelta in piena contraddizione con le politiche sull’aria che dobbiamo fare in pianura padana, dove si superano di continuo i limiti di legge per lo smog. Ci muoviamo per fare vedere alle persone la campagna che dovrebbe venir sacrificata a questi interessi che crediamo possano trovare spazio in altri luoghi, recuperando capannoni dismessi e aree degradate».

Una delle preoccupazioni sulla logistica è la qualità dei posti di lavoro, oltre che la quantità. «Il tema affidabilità del contractor è evidente – afferma la sindaca Giovannini – Stiamo avviando un percorso sull’occupazione con protocolli di intesa. Questo insediamento è ritenuto strategico dalla Città metropolitana e da tutti i 15 Comuni del circondario. Qui verrà uno dei tre principali operatori di logistica europei, che si muove per un’unica azienda nel ramo della refrigerazione alimentare. Non ci sarà confusione con 150 aziende, ma ce ne sarà una soltanto. E inoltre non possono costruire senza aver fatto prima le opere pubbliche, ossia una linea di trasporto pubblico fisso e una pista ciclabile per il trasferimento dei lavoratori, dalla stazione di San Pietro in Casale al polo logistico. Quando il progetto del privato sarà pronto si aprirà la Conferenza dei servizi e tutti gli enti esprimeranno i loro pareri».

«I posti di lavoro vengono promessi sempre – ribatte Lorenzo Frattini – ma vedere quanti saranno e la qualità dei posti è difficile da sapere prima. In secondo luogo, la politica deve fare il suo mestiere: dice sempre che è ora di smettere con il consumo di suolo, allora deve fare una pianificazione in cui indirizza le aziende serie a recuperare le tante aree dismesse disponibili e a non speculare sui cambi di destinazione d’uso dei terreni. La pressione della logistica in pianura padana è crescente: i grandi gruppi internazionali arrivano e chiedono terreni disponibili in fretta, minacciando gli amministratori locali di andare altrove. Penso che per fronteggiare questo assalto occorre un’azione concertata tra Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia a tutti i livelli se vogliamo preservare il territorio e la salubrità dell’ambiente».

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