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Pianeta infetto, in aumento le malattie legate ai cambiamenti climatici

Chikungunya

di GIULIA ASSOGNA

A maggio nevicava, a ottobre c’era il sole dell’estate. Quante volte abbiamo pensato di “morire di caldo” nelle giornate roventi? Eppure era solo un modo di dire. La verità, però, è che il cambiamento climatico ci può far ammalare davvero. Il “Lancet Countdown 2018”, ultimo rapporto della prestigiosa rivista inglese Lancet, ha mandato un messaggio chiaro: dobbiamo considerare il cambiamento climatico come un problema di salute pubblica.
L’aumento globale della temperatura media ha già provocato una preoccupante diffusione delle malattie infettive, soprattutto di quelle trasmesse da insetti vettori. La tropicalizzazione del clima gli ha permesso di ingrandire il loro areale di distribuzione, tanto da farli arrivare fino alle nostre latitudini. Lo ha dimostrato l’epidemia di chikungunya del 2007, conclusasi con 217 casi accertati. La chikungunya è una malattia virale trasmessa da zanzare del genere Aedes (le stesse che portano la malaria, la febbre gialla e la dengue) infettate dal Chikungunya virus. La stranezza, però, è che l’epidemia è sorta in Emilia Romagna, mentre la malattia è tradizionalmente presente nei Paesi caldi di Asia, Africa e America.
Piogge devastanti, evaporazione eccessiva, siccità, scioglimento dei ghiacci: sono tanti i fattori climatici che possono colpire indirettamente il nostro benessere. La salinità delle acque marine, per esempio, è maggiore che in passato. Così, negli ultimi 30 anni, è aumentato il rischio di trasmissione del vibrione del colera.

Liberi dal ghiaccio
Nei territori del Nord Europa, invece, le ondate di caldo anomalo provocano lo scongelamento del permafrost, lo strato perennemente ghiacciato tipico degli ambienti artici. Il permafrost immagazzina immense quantità di anidride carbonica, accumulate nei secoli, deleterie per l’atmosfera e per i nostri tessuti corporei. Ma, come se non bastasse, conserva anche milioni di batteri e spore congelate, che possono riattivarsi in condizioni favorevoli, diventando nuovamente infettive. È quello che è successo nella penisola di Yamal, in Siberia, nel 2016, quando ci furono venti ricoveri e un decesso per un’infezione da antrace, una malattia rara e molto violenta che non si registrava da più di 75 anni. Si pensa che il patogeno responsabile (Bacillus anthracis) si celasse nei resti della carcassa di una renna infetta, sepolti nel ghiaccio da chissà quanto tempo.
L’intensità delle alterazioni ecologiche, dovute al cambiamento climatico, è massima nei Paesi del Nord. Come conseguenza, gli abitanti sono più esposti alle Csi (Climate sensitive infections), le cosiddette malattie legate al nuovo clima. Spesso sono zoonosi, cioè patologie degli animali che possono essere trasmesse agli esseri umani.
L’attenzione della comunità scientifica internazionale è aumentata, e molte ricerche in questo settore sono finanziate dal Clinf – Nordic centre for excellence, una collaborazione tra Svezia, Finlandia, Norvegia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti. L’obiettivo è analizzare gli effetti del cambiamento climatico sulla distribuzione geografica delle malattie infettive nelle regioni artiche, dalla Groenlandia alla Siberia, e gli esperti hanno già stilato una lista delle Csi più pericolose.

Studi modello
L’Università di Stoccolma ha dato subito un importante contributo: i ricercatori del dipartimento di Geografia fisica, infatti, si sono accorti che dal 2016 a oggi sono insorti molti focolai di tularemia, con una frequenza maggiore rispetto agli anni precedenti. La tularemia è una malattia infettiva febbrile, causata dal batterio Francisella tularensis, portato da zanzare del genere Aedes o da zecche dei generi Dermacentor, Haemaphysalis e Ixodes, caratteristici di lepri, conigli e roditori. Può essere trasmessa all’uomo tramite puntura di animali infetti, per inalazione, o seguito dell’ingestione di acque contaminate. Provoca lesioni necrotiche sulla pelle, febbre fino a 40°, ulcere diffuse e, nei casi più gravi, la morte.
«Da luglio, solo in Svezia, si sono registrati più di 875 casi. Negli ultimi tre anni l’aumento della numerosità non è stato graduale, ci sono state varie epidemie distribuite nel tempo», spiega Yan Ma, responsabile dello studio pubblicato su International journal of environmental research and public health. «Non dobbiamo preoccuparci solo delle alte temperature – continua Yan Ma – ormai sono tanti i fattori climatici che possono favorire la diffusione delle malattie infettive». La tularemia era già stata riconosciuta tra quelle potenzialmente influenzate dai cambiamenti idroclimatici, quindi i ricercatori hanno voluto mettere a punto un modello matematico per quantificare quest’incidenza. Lo studio ha considerato principalmente le zanzare, il vettore più comune nelle foreste boreali svedesi. «Con i modelli statistici disponibili abbiamo messo in relazione il numero dei malati con diverse variabili ambientali – riprende il ricercatore – l’abbondanza di zanzare di quell’anno, la temperatura di aria e acqua, l’umidità, la percentuale delle precipitazioni e la copertura nevosa. I modelli ci hanno aiutato a capire che i fattori più decisivi per l’insorgenza della malattia sono la temperatura estiva delle acque dell’anno precedente, l’abbondanza di precipitazioni nel periodo estivo e il numero di giorni di neve con scarsa copertura nevosa. In effetti sono le condizioni ideali per facilitare la sopravvivenza e la riproduzione degli insetti». I risultati sono perfettamente compatibili con i casi registrati tra il 1982 e il 2007. Non solo, questa sensibilità alle variabili ambientali spiegherebbe anche il perché avvengano epidemie discontinue.
«L’affidabilità del metodo è elevata, e certo non fa ben sperare per gli anni a venire, visto che gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere molto severi alle alte latitudini. Come dimostra il modello, per il futuro – conclude Yan Ma – si prevede un forte rischio tularemia, molto maggiore rispetto al passato». Quindi, ora più che mai, la salute umana dipende anche dalla cura per il nostro pianeta.

 

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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