Pfas da fermare

La commissione d’inchiesta sui Rifiuti conferma: la Miteni sapeva dell’inquinamento delle acque in Veneto. Legambiente chiede la nomina di un commissario per sospendere le attività produttive e avviare la bonifica / Città libere da pesticidi

immagine aerea della scritta "No Pfas" fatta grazie a un flashmob

A ben cinque anni dalla scoperta dell’inquinamento delle acque da Pfas in un’area vasta tra Vicenza, Verona e Padova, c’è grande attesa per una svolta dal prossimo governo. Il coordinamento “Acque libere da Pfas”, che raccoglie più di venti tra comitati e associazioni, tra cui Legambiente Veneto con i sette circoli presenti nei territori coinvolti, oltre a migliaia di cittadini, ha chiesto ai candidati, alla vigilia delle scorse elezioni del 4 marzo, di impegnarsi per fermare la contaminazione da questi composti chimici pericolosi per la salute, che prosegue da oltre quarant’anni e interessa 350mila persone. Un appello sottoscritto da tutti i deputati e senatori neoeletti del Movimento 5 Stelle in Veneto.

I Pfas sono sostanze perfluoroalchiliche ormai diffuse ovunque, negli oggetti che usiamo ogni giorno, ma invisibili a occhio nudo: servono a rendere resistenti ai grassi e impermeabili all’acqua tessuti, pelli, carta, contenitori per alimenti, schiume antincendio, detergenti per la casa, creme, pesticidi, insetticidi, antiaderenti nelle padelle e così via. C’è una sola azienda produttrice in Italia, la Miteni spa di Trissino, in provincia di Vicenza, ed è una delle maggiori in Europa. Secondo i carabinieri del Noe di Treviso, la società sapeva dell’inquinamento del terreno e della falda almeno dal 1990 e non ne aveva informato le autorità competenti.

Barriere inefficaci

Scrive la commissione parlamentare d’inchiesta sul Ciclo dei rifiuti, nella relazione di aggiornamento approvata nello scorso mese di febbraio: “La Miteni era consapevole del fatto che gli inquinanti potessero migrare verso valle attraverso lo scorrimento della falda acquifera”. A fine 2004, infatti, l’azienda incaricava una società di progettare una barriera idraulica della falda acquifera per il contenimento degli inquinanti. Costituita solo da tre pozzi di emungimento, questa barriera “non è mai stata efficace per impedire la migrazione degli inquinanti fuori dallo stabilimento di Trissino”. Prosegue la commissione: “La Miteni, nonostante la consapevolezza che dal suo stabilimento si originava un inquinamento verso i territori esterni, non ha mai provveduto a implementarla, se non dopo il 2013, quando la fonte dell’inquinamento proveniente dallo stabilimento è stata scoperta, in seguito alle indagini del Cnr fatte insieme ad Arpa Veneto. Oggi la barriera idraulica è costituita da 24 pozzi e non è ancora del tutto efficace”.

Una relazione che lascia poco spazio a ulteriori dubbi, come afferma Gigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto: «La commissione è stata inequivocabile: il sito di Trissino era ed è ancora fonte della contaminazione della falda da Pfas. Chiediamo quindi al governo di nominare al più presto un commissario per valutare la sospensione delle attività produttive dell’azienda e procedere a un’immediata bonifica dei terreni dello stabilimento. Fino ad allora, infatti, non si potrà effettuare la bonifica della falda. Intanto è necessario realizzare nuove prese per l’acquedotto da fonti pulite, per servire i cittadini dell’area contaminata, con lo sblocco da parte dello Stato degli 80 milioni di euro necessari per avviare i lavori».

Nel frattempo, però, la Miteni fa ricorso al Tar, quantificando a 98 milioni di euro i danni che subirebbe se dovesse essere realizzata, come previsto, la caratterizzazione (cioè la procedura di verifica della presenza di una sostanza in un campione) su tutto il terreno dello stabilimento, con carotaggi a maglia stretta. L’azienda si dice “pronta a fare la bonifica da subito”, ma afferma che questo “non è possibile finché si continuerà a cercare rifiuti sotterrati che non ci sono”.

Il braccio di ferro, insomma, prosegue, tanto che a fine febbraio un gruppo di madri e cittadini del coordinamento “Acque libere da Pfas” ha voluto manifestare il proprio sostegno alla procura di Vicenza con un presidio. «Contiamo nella rapida conclusione delle indagini e nell’individuazione dei responsabili di questo gravissimo danno ambientale – affermano – Abbiamo bisogno di un segnale forte di giustizia, anche se un danno così ingente, che inquina una falda grande come il lago di Garda, non potrà mai essere ripagato».

Madri in rivolta

Michela Piccoli, una portavoce delle “mamme no Pfas”, racconta che la sua battaglia è iniziata un anno fa, quando sono arrivati i risultati delle analisi del sangue della figlia, ora quindicenne. «Aveva valori undici volte superiori al limite: è stato in quel momento che ho capito che c’era un problema grosso, che il sistema di depurazione non era efficace e che non ci eravamo resi conto della gravità della situazione – racconta Michela – Faccio l’infermiera e sinceramente ci sono rimasta male: perché noi cittadini non eravamo stati avvisati del pericolo? Fa rabbia pensare che l’inquinamento avrebbe potuto essere fermato molto tempo fa, che chi sapeva non ha fatto ciò che doveva per bloccarlo».

Gli studi rivelano che i Pfas possono essere pericolosi per la salute, in particolare per le funzioni riproduttive, come ha dimostrato un recente studio dell’università di Padova, ma anche per la loro capacità di aumentare nelle persone esposte il livello di colesterolo e il rischio di contrarre alcuni tumori, tra cui quello del testicolo.

Le preoccupazioni sono cresciute mano a mano che arrivavano i risultati del biomonitoraggio avviato dalla Regione per verificare la presenza di Pfas nel sangue degli abitanti dei 21 comuni della “zona rossa”, quella con acqua contaminata. E altre madri amiche di Michela si rivolgevano a lei per poter interpretare quanto emergeva dalle analisi dei figli. «Abbiamo iniziato con un gruppo whatsapp di cinque iscritti e in due giorni eravamo già ottanta genitori. Ora siamo a 24 gruppi, con circa diecimila persone coinvolte», prosegue Michela. «Mi sento in colpa nei confronti dei miei figli, per non essermi resa conto prima del problema, perché non mi sono informata abbastanza e perché anche io, come molti, pensavo che tanto non cambia niente, che fanno comunque quello che vogliono. Quando lavori, hai famiglia, la casa a cui badare, sei convinta di non avere tempo per nient’altro, ma se ti toccano i figli, il loro futuro, cambi modo di pensare».

Un anno fa, il Coordinamento chiedeva la sostituzione dei dirigenti del Servizio di prevenzione igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spisal) dell’ex Ulss 5 di Arzignano, per non aver preso per tempo le misure precauzionali a tutela della salute dei cittadini e lavoratori. Sono ancora tutti al loro posto, mentre la commissione d’inchiesta ha messo in evidenza il fatto che i dati sulla presenza di Pfas nel siero degli operai della Miteni erano stati puntualmente trasmessi all’autorità sanitaria. I valori, altissimi, pari a 90.000 nanogrammi per litro per una di queste sostanze, il Pfoa, erano stati considerati non pericolosi dal medico dell’azienda e lo Spisal aveva preso per buona questa valutazione.

Attualmente, su indicazione dell’Istituto superiore di sanità, la Regione Veneto ha fissato dei limiti per alcuni tipi di Pfas nelle acque di falda, in quelle potabili e in quelle di scarico della Miteni. Ma, come sottolinea la commissione parlamentare, “sarebbe necessario definire in modo completo i limiti per tutti i Pfas, in tutte le matrici ambientali, e tale compito spetta al ministero dell’Ambiente”. Infatti, il mancato inserimento di queste sostanze nelle tabelle allegate al decreto legislativo 152 del 2006, il cosiddetto Testo unico sull’ambiente, non consente al procuratore della Repubblica di Vicenza, Antonino Cappelleri, di “contestare ai vertici della Miteni il reato previsto dall’articolo 137, che sanziona lo scarico di sostanze pericolose nelle acque reflue industriali”. Un vuoto normativo che suona come una beffa.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.