Petrolchimico di Gela, blitz di Goletta Verde

Flash mob di Legambiente con un branco di oranghi della campagna #Savepongo. Denunciate le bonifiche a rilento e la costruzione della bioraffineria di Eni che punta sui “finti” biocarburanti prodotti con olio di palma In aumento le vittime e i casi di tumore I dubbi sulla sostenibilità di ANDREA POGGIO

Immagine del blitz di Legambiente a Gela

Oggi a Gela Goletta Verde ha effettuato un blitz di fronte al polo industriale di Eni. Ad animare il flash mob è stato un branco di oranghi della campagna europea #Savepongo, il cui obiettivo è chiedere l’abolizione dell’olio di palma per la produzione di biodiesel. Obiettivo dell’azione denunciare i problemi irrisolti dell’area e puntare il dito contro le bonifiche a rilento sul territorio e contro la nuova bioraffineria di Eni che punta sui “finti” biocarburanti prodotti con olio di palma e derivati, lasciando che in Sicilia si continui una sfrenata corsa all’oro nero.

L’inquinamento a Gela, dagli anni ‘60 a oggi

Dagli anni ‘60 a Gela il polo petrolchimico dell’Eni ha inquinato l’aria, il suolo, le falde e la città danneggiando fortemente la salute dei cittadini, la situazione resta sempre difficile. Ad oggi le bonifiche del territorio procedono a rilento, nonostante Gela sia stata dichiarata area ad elevato rischio ambientale nel 1990 e sia stata inserita nel 1998 tra i primi Siti di interesse nazionale da bonificare. Da allora, però, non c’è traccia di bonifiche completate e a pagarne lo scotto sono sempre i cittadini in termini di salute e lavoro. Nel 2016 con la costruzione di una bioraffineria da parte di Eni è iniziata la riconversione a olio di palma dell’impianto. Si tratta, però, di una riconvesione che di sostenibile ha davvero ben poco, visto che l’impianto userà soprattutto olio di palma d’importazione.

Il blitz di Goletta Verde

Per tutti questi motivi oggi Goletta Verde ha fatto tappa a Gela per riaccendere i riflettori sulla città dove, come ricorda Legambiente, sono in corso diverse indagini giudiziarie per inquinamento e alcuni dirigenti di Eni sono sotto processo per disastro ambientale innominato causato dalle attività del polo petrolchimico.

Per voltare pagina Eni, come detto, ha investito sulla realizzazione di una bioraffineria che però punta sui finti biocarburanti prodotti con olio di palma e derivati. Si tratta di uno scenario assolutamente pericoloso per il già martoriato territorio locale, considerato che la stessa Commissione Europea nella nuova direttiva rinnovabili ha definito l’olio di palma come biocarburante da coltivazione a rischio per le foreste tropicali e per la biodiversità. In questi anni, infatti, per soddisfare la sete europea di olio di palma, milioni di ettari di foresta pluviale sono stati distrutti per permettere l’espansione delle piantagioni di palme da olio, mettendo in pericolo anche gli oranghi delle foreste del Borneo (Indonesia e Malesia) e le popolazioni indigene.

Per denunciare questo stato di cose il branco di oranghi di #Savepongo si è piazzato all’ingresso della raffineria del polo petrolchimico per ribadire come l’olio di palma per la produzione dei biocarburanti sia una minaccia per l’ambiente e per chiedere a Eni un cambiamento concreto su questo fronte e su quello delle rinnovabili, abbandonando del tutto la strada delle fonti fossili. Una strada che era già stata segnata nel 2014 con un accordo che prevedeva 2,2 miliardi di euro di investimenti, di cui 1,8 miliardi per le attività di estrazione di idrocarburi dal Canale di Sicilia e solo 400 milioni di euro per le attività di bonifica e riconversione dell’impianto.

Le richieste di Legambiente

Nell’occasione Legambiente ha chiesto oggi nuovamente al governo italiano di “stoppare” dal 2021 l’utilizzo dell’olio di palma nei biocarburanti prendendo esempio anche dagli altri Paesi Europei. “Nella nostra Penisola oltre a Taranto – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – ci sono ancora diverse situazioni critiche legate ad altre aree industriali, a partire da quella di Gela. Qui il popolo inquinato, che da anni paga lo scotto di un polo industriale che ha inquinato il territorio, aspetta giustizia e chiede un futuro più sostenibile in grado di coniugare ambiente, salute e lavoro. A Eni, la grande azienda italiana quotata in borsa che ha come primo azionista lo Stato, ma che continua a trivellare in Italia e nel resto del mondo per estrarre petrolio e gas, chiediamo quale sia la svolta verde che vuole intraprendere. Perché per quanto riguarda la riconversione avviata nella raffineria di Gela sta sbagliando in modo evidente, visto che punta sull’olio di palma da importazione che non fa bene all’ambiente. A quando l’annuncio della profonda riconversione del business di Eni dalle fossili alle rinnovabili? Non dimentichiamo che oggi – aggiunge Ciafani – si possono produrre biocarburanti avanzati che sostituiscono l’olio di palma, riciclando scarti in un’ottica di economia circolare. In attesa di un cambio di passo di Eni, auspichiamo che nel Piano Energia e Clima venga prevista una drastica riduzione delle importazioni di olio di palma per usi energetici seguendo l’esempio di Francia e Norvegia che hanno già annunciato di volerlo eliminare entro il 2020”.