domenica, Novembre 1, 2020

Pesticidi, in Europa le importazioni al veleno

Dal mensile di aprile – Si chiama Farm to Fork, “dall’azienda agricola alla forchetta”, la nuova strategia europea per ridurre l’uso di pesticidi, fertilizzanti e antibiotici nell’ambito del green deal proposto dalla Commissione europea. Ma le informazioni raccolte da Corporate europe observatory (Ceo), organizzazione con base a Bruxelles che denuncia l’influenza delle lobby nel processo decisionale europeo, mostrano che l’iniziativa potrebbe essere azzoppata in partenza. Le richieste di accesso agli atti inoltrate dai ricercatori del Ceo svelano infatti la pressione di governi stranieri e gruppi dell’agribusiness per far naufragare la regolamentazione esistente e varata dalla vecchia Commissione Juncker, mettendo in serio pericolo le nuove velleità dell’esecutivo Von der Leyen.

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha approvato regolamenti e criteri per mettere al bando sostanze cancerogene e interferenti endocrini nei pesticidi. Il risultato è che dal 2009 nel Vecchio continente non è più permesso mettere in commercio prodotti alimentari contenenti – in tutto o in parte – questi composti chimici tossici. L’implementazione completa di queste regole, tuttavia, dovrebbe coprire anche il cibo di importazione, che molto spesso contiene residui di sostanze vietate. È proprio su questo punto che si è concentrato l’attacco di funzionari governativi statunitensi e canadesi, a braccetto con i più importanti colossi dell’agrochimicha come Bayer-Monsanto, Basf, Syngenta e le associazioni che in diversi Paesi rappresentano gli interessi del settore. Insieme hanno spinto per anni con l’intenzione di far naufragare la normativa. Alla fine, l’Unione Europea ha ceduto: cibo contaminato da pesticidi cancerogeni potrà finire nei nostri piatti attraverso le importazioni, proprio mentre l’Ue sta rinnovando l’impegno a stringere accordi commerciali per aumentare gli scambi internazionali nel settore agricolo, con il rischio di aprire il mercato a prodotti alimentari la cui sicurezza è tutta da dimostrare. Così, mentre la nuova Commissione europea dichiara che il green deal promuoverà “un maggiore livello di ambizione per ridurre significativamente l’uso e il rischio di pesticidi chimici, fertilizzanti e antibiotici”, in realtà rischia di spalancare all’industria agrochimica la porta sul retro dei negoziati commerciali in corso. «I leader europei continuano a dire che gli standard alimentari non verranno abbassati a causa degli accordi di libero scambio – dice Nina Holland, ricercatrice del Ceo – Ma questa storia dimostra che tali affermazioni sono false. Se non cambia nulla, residui di pesticidi tossici vietati in Europa saranno ammessi negli alimenti importati». L’adozione di criteri di esclusione per i pesticidi cancerogeni, lamentavano le imprese, avrebbe colpito non solo il loro business in Europa, ma anche in altri Paesi che esportano nel nostro mercato comune. Al posto del divieto assoluto chiedevano, almeno per il cibo di importazione, una valutazione che tollerasse la presenza di residui. È partita così una girandola di incontri privati, lettere, audizioni, convegni, conferenze: in tutte le sedi e con tutti i mezzi possibili le Direzioni generali salute (Sante) e commercio (Trade) della Commissione europea sono state messe sotto pressione. Anche le missioni statunitense e canadese in Ue sono intervenute nel 2017 a rinforzo di un martellante lavoro di lobbying orchestrato dall’industria. Prima di applicare le restrizioni agli alimenti importati, chiedevano unitamente i lobbisti, bisogna condurre una valutazione di impatto economico e indagare la compatibilità delle regole con quelle dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). La tesi era che l’Ue, mettendo al bando 58 principi attivi, stesse causando una distorsione del mercato che avrebbe riguardato un flusso di importazioni pari a 70 miliardi di euro, il 60% dell’import europeo nel settore agricolo (dati 2016). Secondo la Bayer, le regolamentazioni avrebbero colpito prodotti come tè, caffè, frutta, frutta secca, spezie e mangimi. Utilizzando dati molto simili a quelli diffusi dalle imprese, il governo statunitense ha presentato un reclamo alla Wto nel novembre 2017, dichiarando che “i produttori sono preoccupati di non poter più esportare in Europa” con le nuove regole.

Politiche incoerenti
La resistenza di Bruxelles è crollata. In un incontro a dicembre 2017 con il Coceral, una lobby che promuove il commercio internazionale di grano, la Direzione generale salute ha dichiarato che “dopo discussioni con gli Stati membri sulla proposta iniziale, e alla luce delle reazioni degli stakeholders e dei Paesi terzi, sono in corso ulteriori riflessioni con l’obiettivo di definire l’approccio della Commissione”. L’approccio è stato poi definito in una dichiarazione dall’allora commissario Vytenis Andriukaitis: “Dopo le osservazioni degli Stati membri, degli stakeholders e dei Paesi terzi […] sarà una normale valutazione del rischio come descritto dal regolamento sui limiti massimi di residuo”. «Questa affermazione sancisce un doppio standard fra produzioni europee, sottoposte a procedure di controllo più rigorose, e cibo di importazione – commenta Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch – Il tutto mentre la Commissione europea è fermamente intenzionata a chiudere subito un trattato commerciale con gli Stati Uniti, che chiedono pesanti concessioni nel settore agricolo. Se non fermiamo questa corsa verso il baratro, le norme comuni a tutela della salute e dell’ambiente saranno sacrificate per evitare una guerra dei dazi che penalizza più che altro la Germania. È inaccettabile». Il nuovo approccio, più lassista nei confronti dei prodotti di importazione, è già in atto. Il primo campo di applicazione è stato il Ceta, trattato commerciale fra Ue e Canada che l’Italia non ha ancora ratificato. Lo dimostra un documento di briefing preparato per l’ex commissaria al Commercio Cecilia Malmstrom in occasione della prima riunione del comitato di esperti eurocanadesi nato per armonizzare le regole fra i due blocchi. Tuttavia per gli Stati Uniti non era abbastanza, così nel luglio 2019 hanno attaccato le politiche comunitarie sui pesticidi sostenendo che “l’Ue sta unilateralmente tentando di imporre il proprio approccio normativo interno ai suoi partner commerciali”, pertanto dovrebbe porre fine alla restrizione degli scambi e “utilizzare metodi accettati a livello internazionale per stabilire i livelli di tolleranza per gli ingredienti potenzialmente dannosi”.

Accordi al buio
Questa posizione ha fatto breccia, anche con un supporto del governo italiano. La ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova, la vice ministra degli Esteri Marina Sereni e il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola hanno espresso la disponibilità dell’Italia ad appoggiare aperture del mercato con diversi partner d’oltreoceano, dagli Usa ai Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). «Dovremmo andare verso un’agricoltura che riduce la chimica e si orienta verso uno sviluppo qualitativo, invece di permettere importazioni di cibo con residui più alti di sostanze di sintesi – commenta Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente – Non significa con questo che vada bloccato lo scambio commerciale con il resto del mondo, ma piuttosto è necessario che venga regolamentato con ambizione. L’Europa e l’Italia potrebbero spingere i partner ad alzare l’asticella, chiedendo più trasparenza nelle filiere e più qualità nella produzione attraverso la politica commerciale. Invece da questo punto di vista c’è ancora molta strada da fare». Né il nostro Paese, né la Commissione europea hanno fatto stime preliminari di impatto ambientale o socioeconomico degli accordi commerciali. Tuttavia è possibile farsi un’idea della voragine normativa aperta con queste attività di lobbying: secondo il Trade and manufacturing monitor, un osservatorio sul commercio internazionale gestito dallo studio di avvocati Kelly Drye e Warren Llp, un quarto dei pesticidi usati negli Stati Uniti è vietato in Europa. Un paper dell’Università di San Paolo, invece, segnala che l’Ue ha messo al bando 149 su 504 principi attivi approvati in Brasile. Eppure, queste differenze non avranno alcun effetto deterrente sui flussi di importazioni. Il pericolo concreto è che entro pochi mesi i consumatori europei si troveranno con regole incapaci di difendere la loro salute e un’ondata di cibo importato senza controlli di sicurezza sugli scaffali dei supermercati. A un prezzo forse così abbordabile da far chiudere un occhio sui rischi sanitari e gli impatti ecologici.

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Francesco Paniéhttps://www.lanuovaecologia.it
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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