Per sempre verde

Urne che diventano alberi, parchi della memoria al posto dei cimiteri, bare in cellulosa e alternative alla cremazione. Viaggio nelle frontiere “eco” del fine vita

Immagine di Capsula mundi, feretro a forma di uovo

Cimiteri addio. In un futuro forse non troppo lontano, le città dei morti potrebbero lasciare il posto a boschi della memoria. Veri e propri polmoni verdi, che celebrano la vita riforestando il pianeta invece di inquinarlo per costruire bare, lapidi e loculi in cemento. Succede già in Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti, Sudafrica e Canada, dove i green buriel (i cimiteri verdi) sono ormai un’istituzione. Luoghi di culto in cui l’economia circolare regna sovrana, per assicurare alle umane spoglie e all’intera filiera del trapasso il ritorno al ciclo biologico naturale, dalla “culla alla tomba”.

Cofani e urne biodegradabili. Niente cemento. No all’imbalsamazione e a conservanti a base di formaldeide nella tanato-cosmesi. E al posto delle lapidi, pietre o targhe incise col nome dei defunti, da apporre ai piedi di quegli alberi in cui, prima di morire, hanno scelto di trasformarsi. Un approccio che ha innescato una progressiva rivoluzione culturale. Dal primo cimitero verde, costruito nel 1993 in Inghilterra, oggi se ne contano quasi trecento solo nel Regno Unito. Con vantaggi per le tasche e la salute dell’ambiente, se ad esempio si pensa che negli Stati Uniti un funerale naturale costa al massimo 1.400 dollari contro i 7.000 di uno tradizionale. Per costruire bare, inoltre, sono utilizzati, ogni anno, circa 30.000 m3 di essenze pregiate. «E questo per manufatti usati al massimo tre giorni, trattati con vernici e colle nocive, che contaminano terreno, falde acquifere o sprigionano tossine durante la cremazione», spiega a “Nuova Ecologia” Raul Bretzel, designer, con Anna Citelli, di Capsula mundi. Si tratta di un feretro a forma di uovo, che accoglie la salma del defunto in posizione fetale, da collocare nella terra come fosse un seme. Sopra viene in seguito piantato un albero, rintracciabile dai congiunti tramite coordinate gps. «Un contenitore dalla forma arcaica, che rimanda all’idea di nascita e trasformazione e a quell’albero della vita, da millenni simbolo dell’unione fra la terra e il cielo». Un progetto ancora in fase di start up: «Ogni Paese ha una propria legislazione – precisa la designer – Siamo alla ricerca di una soluzione comune». Da marzo, intanto, è disponibile in versione urna (in bioplastica e sabbia), pensata per la dispersione delle ceneri nel terreno.

Si pianta come un seme anche Urna bios, del designer spagnolo Gerard Moline. Un contenitore in cartone diviso in due parti: una inferiore, che accoglie le ceneri, e una superiore, che custodisce sementi e un substrato vegetale. Una volta seppellito, il fosforo e il potassio contenuti nei “resti” aiutano a generare la pianta prescelta. Nel nostro Paese, negli ultimi tre anni, ne sono state vendute circa 1.500, a privati, agenzie funebri e negozi di animali (per quanto riguarda la linea Pet). «Numeri irrilevanti, che evidenziano un mercato ancora emergente. Complice il caos normativo relativo alla dispersione delle ceneri, recepita da molte Regioni ma non ancora da tanti Comuni», spiega Nicola Mercati di Urna biologica Italia, distributore piemontese del prodotto. Diversi i tentativi intrapresi per far nascere, dentro alcuni cimiteri, aree adibite alle urne da coltivare. Nei comuni di Sordevolo (Biella) e di Lessolo (To), ad esempio, la richiesta è da tempo in attesa del via libera delle amministrazioni locali. «Manca la volontà di pronunciarsi in materia – ribadisce Nicola Mercati – Forse gli interessi delle lobby funerarie sono ancora troppo forti per una svolta green. Come quelli relativi alla gestione degli appalti per l’ampliamento dei cimiteri e dei loculi per la tumulazione, ormai diventati cari come ville». Un volume d’affari annuo, in Italia, di oltre 3 miliardi di euro, stando al testo del ddl 1611 del Senato per la disciplina delle attività funerarie.

Ad essere riuscito nell’intento è il progetto “I’m a Tree” (Sono un albero), proposto dallo studio romano A3Paesaggio. Con la fondazione Memories, il team di paesaggiste sta portando avanti a Chiaravalle Milanese (Mi) la realizzazione del primo parco privato in Italia per la dispersione delle ceneri su scala urbana. «È un progetto paesaggistico-architettonico pensato per annullare la distanza fra i defunti e chi riconosce l’idea della vita che si rigenera», racconta la paesaggista Consuelo Fabriani. Un giardino con percorsi di terra battuta, luoghi di sosta, specchi d’acqua e alte siepi al posto delle recinzioni, nel quale culti religiosi diversi e spiritualità laiche convivono. Una svolta epocale per il nostro Paese, considerando che la normativa sui cimiteri fa ancora riferimento al codice napoleonico, che per motivi igienico-sanitari sancì lo spostamento dei luoghi di sepoltura fuori dalle città. Oltre alla dispersione delle ceneri, sarà consentito l’interramento di urne biodegradabili e piantare un albero commemorativo. Per farlo sono state scelte quelle spagnole Sheng Tai, pensate per il mercato cinese, dove la sovrappopolazione è ormai endemica. «Al momento sono le uniche certificate, dall’università di Girona, prodotte in modo ecofriendly, 100% in terra, senza combustione o impiego di carta, a differenza della maggior parte dei prodotti bio in commercio» assicura Fabriani. Un’oasi botanica quella di “I’m a Tree”, che ha ricevuto il premio “Buone pratiche urbane” alla fiera Ecomondo di Rimini, nell’ambito della presentazione del rapporto di Legambiente “Ecosistema Urbano 2017”.

Alla base del sistema c’è la pratica della cremazione, che se da un lato risolve il problema della mancanza di spazio nelle città, abbattendo i costi della tumulazione, dall’altro ha un impatto sull’ambiente, destinato a crescere dopo che la dispersione delle ceneri in spazi aperti e in aree private è stata autorizzata. Per limitarne gli effetti, diverse le soluzioni disponibili. Dalle bare in cellulosa ricavate da fibre rigenerate a quelle in legno non trattato, fino ai cofani in Mater-bi e vimini. Un settore al momento difficile da certificare col marchio Ecolabel Ue perché non esistono criteri specifici. «Finora non abbiamo ancora ricevuto richieste da parte delle aziende – precisa l’ingegnere Gianluca Cesarei, responsabile del servizio per le certificazioni ambientali dell’Ispra – Qualora ci fosse interesse, interrogheremo i colleghi europei sulle procedure da adottare».

Per limitare l’impatto dei consumi energetici, in 14 Stati americani e in tre province canadesi è stata introdotta di recente l’idrolisi alcalina. La“biocremazione” consente di liquefare l’estinto in 4 ore con un costoso macchinario. All’interno, il corpo viene immerso in una soluzione di acqua e idrossido di potassio, portata a una temperatura di 152 °C, capace di sciogliere organi e tessuti. Le ossa sono poi polverizzate e consegnate ai congiunti. Una procedura, questa, in larga parte ancora percepita come un tabù dal sentire comune, che va a stravolgere secoli di rituali codificati. Ma che lascia intravedere una possibile alternativa e la visione futura di un Aldilà possibilmente più “verde”.