Per chi suona il requiem

Dalla Valle d’Aosta al Friuli, il 27 settembre Legambiente ha organizzato una veglia funebre per ogni ghiacciaio in via d’estinzione nell’arco alpino. Un invito ad agire all’opinione pubblica
e alla politica. Prima che sia troppo tardi

ghiacciaioL’effetto shock per risvegliare le coscienze c’è stato. L’eco delle sette veglie funebri organizzate da Legambiente, in contemporanea sull’arco alpino e sul Gran Sasso, è rimbalzata in tutta Italia grazie all’ampio risalto offerto dai media nazionali a questo inedito “Requiem per un ghiacciaio”, fra fine settembre e inizio ottobre. I riflettori si sono alzati sul Lys, nel massiccio del Rosa in Valle d’Aosta, sul Monviso in provincia di Cuneo, sullo Stelvio fra Alto Adige e Lombardia, sul ghiacciaio del Brenta in Trentino, sulla Marmolada nelle Dolomiti, sul Montasio in Friuli. E anche negli Appennini, sul Calderone.
«Nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro copertura. La gran parte è sparita negli ultimi trent’anni a una velocità senza precedenti in migliaia di anni. Quelli sotto i 3.500 metri di quota, se non si farà nulla per fermare il riscaldamento globale, sono destinati a sparire nei prossimi trent’anni», afferma Renato Colucci, glaciologo del Cnr. Sulla Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti, la scorsa estate, fra le più calde degli ultimi anni, si è registrato un arretramento di ben 30 metri. Nelle Alpi occidentali uno dei ghiacciai più estesi, quello del Lys, nella Piccola età glaciale a metà Ottocento si spingeva con la sua lingua frontale fino a una quota di circa 2.000 metri. Da allora si è registrato un drastico regresso e attualmente il ghiacciaio occupa la posizione più arretrata degli ultimi secoli, soprattutto a causa della carenza di alimentazione nevosa. Il quadro non è diverso negli altri luoghi che hanno interessato il “Requiem”: spettacoli desolanti, con ghiacci residui fra polvere e detriti che li rendono ancor più fragili. Le tonalità scure dei detriti, infatti, assorbono maggiormente la radiazione solare, contribuendo a velocizzare la fusione del ghiaccio.
Sul Monviso gli alpinisti hanno raggiunto il Colle delle Cadreghe, a 3.130 metri di altitudine, dove si può osservare il ghiacciaio pensile sospeso a metà della parete nord. Qui, nel 1989, un enorme crollo ha portato alla scomparsa di due terzi della massa complessiva. Oggi resta una porzione di ghiaccio appoggiata sulla roccia. Gli esperti presenti alla veglia funebre sul Brenta hanno invece mostrato come il numero di ghiacciai sia in aumento, ma questa non è affatto una buona notizia come potrebbe sembrare, anzi. La frammentazione porta a un maggior contatto della massa ghiacciata con la superficie rocciosa e ne accelera il processo di fusione. Solo all’estremo est, sulle Giulie, la riduzione dei ghiacci avviene più lentamente. Il Montasio, il ghiacciaio più basso delle Alpi, trae fortunatamente beneficio dall’accumulo di neve dalle valanghe. È più resiliente, ma il suo destino è comunque segnato se le temperature continueranno ad aumentare. Con il “Requiem” Legambiente ha voluto far toccare con mano quello che sta accadendo sulle nostre montagne, dove la temperatura cresce a una velocità doppia rispetto alla media globale e le conseguenze della crisi climatica sono evidenti.
Il confronto fra la realtà e le vecchie foto dei ghiacciai non lascia dubbi sulla fase di riduzione che stanno attraversando. Lo stesso sta accadendo ovunque nel mondo. Oggi si vede il bosco dove cento anni fa era tutto perennemente gelato, oppure c’è la pietra nuda dove qualche decennio fa arrivava il ghiacciaio. «Chi, come me, frequenta regolarmente la montagna sa bene cosa sta succedendo, ma è urgente che tutti se ne rendano conto – afferma Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente, ideatrice e coordinatrice del “Requiem” – Il rapido ritirarsi dei ghiacciai non significa soltanto la perdita di paesaggi affascinanti, equivale alla scomparsa di importanti riserve di acqua dolce. A questo fenomeno, poi, è collegato lo scioglimento del permafrost, che porta a una maggiore instabilità del terreno, con rischi per eventuali infrastrutture».
Si tratta di fenomeni naturali, che però stanno avvenendo a grande rapidità e per questo motivo avranno conseguenze inevitabili sulla nostra società. Non basta tagliare le emissioni di gas serra, bisogna lavorare contemporaneamente sul fronte dell’adattamento ai cambiamenti climatici: è necessario ripensare l’uso delle risorse idriche, sempre più scarse e sfruttate, per l’idroelettrico, l’irrigazione, gli usi civici. Bisogna rivedere il modello del turismo invernale di massa e l’uso del suolo, visto l’aumento dell’instabilità dei terreni.
Sulla Marmolada gli attivisti bellunesi e trentini hanno voluto abbinare alla veglia funebre un appello per una pianificazione sostenibile della vetta più alta delle Dolomiti, che preveda lo sviluppo del turismo dolce e una riqualificazione paesaggistica. «Invece anche qui si vuole potenziare la rete impiantistica e si progetta di costruire grandi terrazze panoramiche in quota», hanno affermato. Si vorrebbe infatti approfittare del necessario rifacimento della storica cabinovia per prolungarne in alto il tragitto, oltre Pian dei Fiacconi, verso il ghiaccio che si ritira a vista d’occhio lasciando la terra nuda.
Insomma, il ritrovarsi insieme, accanto ai ghiacciai morenti, da parte di tanti ambientalisti, scienziati, alpinisti, artisti, comitati e associazioni che con Legambiente condividono gli obiettivi di tutelare le Alpi, è stato ben più che un ultimo saluto. È stato lanciato un messaggio forte all’opinione pubblica e alla politica. È nostra responsabilità agire, prima che sia troppo tardi.