Paure virali

Le grandi epidemie degli ultimi trent’anni derivano dall’intromissione dell’uomo in ecosistemi “vergini”. Ma c’è chi soffia sul fuoco del razzismo dando dell’untore allo straniero

di GIOVANNI BORRELLO

Ogni tanto il medioevo ritorna. E proprio in questi anni uno spettro si aggira per l’Europa: la paura dell’untore, ospite nei centri di accoglienza. Un problema culturale e sociale. Ma nella società liquida descritta da Bauman, che in quanto sistema complesso sottostà ai complicati equilibri e alle iterazioni della teoria del caos, il “problema sociale” della paura e della diffusione di malattie estranee (febbri tropicali) o considerate debellate (tubercolosi, vaiolo, malaria) va affrontato nel vasto contesto dell’ecologia. Perché virus e batteri, come tutti gli organismi, reagiscono agli stimoli dell’ambiente.

Negli ultimi decenni le incontaminate foreste pluviali, gli altopiani dell’Africa, le valli isolate dell’Asia sono al centro di una colonizzazione delle multinazionali che penetrano in questi ecosistemi per sfruttarne le risorse. Così facendo, però, non si distruggono solo ettari di territorio: insinuandosi violentemente in un frame biologico se ne assorbono le peculiarità. E se ne immettono altre. Come ha scritto David Quammen in Spillover, gli scambi fra microrganismi devono essere considerati sotto la giusta luce: “La distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari. Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza delle macerie. Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa o estinguersi. Non ce l’hanno con noi, siamo noi ad essere diventati molesti, visibile e assai abbondanti”.

L’Agenzia dello sviluppo degli Usa ha inaugurato nel 2012 il programma Predict proprio per prevedere le conseguenze del cambiamento climatico e delle trasformazioni degli ecosistemi sull’uomo. Perché esiste una vera e propria ecologia della malattia, che in questo nuovo millennio si configura come un susseguirsi di fatti correlati fra loro: cambiamenti climatici, boom demografico, flussi migratori di massa sono un mix che secondo epidemiologi e infettivologi potrebbero portare a un Big One sanitario, una pandemia globale a cui nessuno potrebbe mettere freno in tempi brevi. Con uno scenario del genere come punto d’arrivo, lo studio delle variabili che porterebbero a una simile apocalisse sanitaria devono essere monitorate con attenzione. Un’apocalisse che potrebbe sprigionarsi da un microorganismo sconosciuto o da mutazioni di vecchie conoscenze.

Ma quanto c’è di vero nelle preoccupazioni degli occidentali? Secondo Marco Anselmo, primario di Infettivologia all’ospedale San Paolo di Savona, poco: «Nell’immaginario occidentale la patologia dell’immigrato suscita allarmi ingiustificati, ma molto spesso nei centri di accoglienza le patologie più frequenti sono banali e rispecchiano lo stato di estrema difficoltà dopo un viaggio al limite delle risorse umane. Sono frequenti le infestazioni da pediculosi e scabbia, infezioni a carico dell’apparato respiratorio e virosi in genere». La provincia di Savona era balzata alle cronache la scorsa estate, quando il sindaco di Alassio aveva vietato l’accesso al territorio comunale “a migranti sprovvisti di certificato sanitario che attesti l’assenza di malattie infettive e trasmissibili”. «Generalmente – riprende Anselmo – le patologie di importazione degli immigrati come malaria, dengue, schistosomiasi, febbre gialla non sono contagiose poiché per lo sviluppo del microrganismo e per il contagio sfruttano dei vettori (insetti, nda) non presenti da noi. La patologia più frequente e contagiosa, mai scomparsa anche da noi, resta la tubercolosi. Per questa patologia la sorveglianza deve essere molto attiva».

Tutto ciò che è emerso nel campo della virologia e parassitologia negli ultimi cinquant’anni è dovuto quasi totalmente all’intromissione dell’uomo in ecosistemi a cui non è abituato o nella cattiva gestione degli stessi. Eppure in tanti, fomentati dai media, incolpano lo straniero della porta accanto. Lo stesso, magari, fuggito da un’area resa invivibile da violenze sorte in seguito alle tensioni instaurate da qualche potentato economico. «Le patologie con cui conviviamo – spiega Anselmo – ci danno la possibilità di sviluppare un’immunità derivata da infezione naturale o nel mondo occidentale attraverso i vaccini. Allo stesso modo nei paesi tropicali gli abitanti sviluppano una risposta immunitaria alle sollecitazioni offerte dalle malattie che circolano in quei climi. La differenza di risposta dell’organismo alle infezioni spesso è determinata non tanto dall’ospite ma dalle condizioni ambientali ed economiche. Ecco quindi che magari virosi banali come il morbillo o la varicella possono creare situazioni di epidemie gravi in soggetti in condizioni non certo ideali».