Pastore: femminile plurale

È il titolo del documentario di Anna Kauber. Due anni attraverso l’Italia
alla scoperta delle donne protagoniste di un’idea diversa della pastorizia.
Che sta diventando una rete di impegno condiviso e solidale

 Pastore: femminile plurale

di Roberta Borghesi

Anna Kauber, architetta, da alcuni anni racconta i paesaggi rurali, attraverso la scrittura e il documentario. Con Pastore: femminile plurale ha intrapreso un’avventura durata quasi due anni, trascorsi attraversando l’Italia, a bordo della sua utilitaria, alla ricerca delle donne pastore, passando alcuni giorni insieme a loro, raccogliendo immagini, informazioni e storie. Un viaggio spesso ad alta quota, sopra i mille metri, dato che la montagna è ancora il luogo privilegiato – o residuale – della pastorizia.
Un lavoro intimo ed emotivamente intenso, che si è costruito come una tessitura collettiva. Non comunica soltanto l’interesse culturale o antropologico, ma è un percorso vivo di ricerca-azione, che mentre documentava il lato femminile della pastorizia ha messo in contatto donne pastore di tutta Italia, contribuendo a creare connessioni, progetti e una rete di solidarietà fra le donne pastore.

Un mestiere patriarcale?
Il progetto è nato dall’interesse di approfondire secondo una prospettiva di genere la conoscenza di questo mondo, storicamente maschile e patriarcale. Anna Kauber ha scovato tantissime donne, da Nord a Sud, dalle Alpi alle isole, giovani e anziane, protagoniste di storie innovative o depositarie di radici profonde. Le “sue pastore”, come le chiama affettuosamente, vanno dai 22 ai 97 anni di età e raccontano esperienze molto diverse: da chi ha scelto questo lavoro oggi, a vent’anni o a quaranta, con motivazioni differenti, a chi lo ha semplicemente ereditato dalla famiglia.
Molti temi di questo viaggio toccano nel profondo, è una ricerca che invita a conoscere e difendere il lavoro delle pastore, rende evidenti le funzioni che il pascolo e l’allevamento brado svolgono per la tutela dei territori – specialmente in montagna – da un punto di vista ambientale e idrogeologico, per il presidio degli ambienti rurali, per contribuire a far vivere i luoghi, a mantenerli popolati, ad animarli di relazioni.
Il mestiere di pastore, ancora di più se declinato al femminile, è certamente un mestiere dimenticato, quasi nascosto: come il contadino è diventato agricoltore o imprenditore agricolo, anche il pastore è stato sostituito dall’allevatore, sradicato dalla terra e rinchiuso insieme ai suoi animali negli allevamenti industriali. La retorica dello sviluppo ha destinato all’oblio una delle attività che caratterizzava maggiormente l’identità del nostro Paese e, concretamente, contribuiva a costruirlo.

Vite biodiverse
Nell’arco di un secolo, abbiamo dimenticato le nostre origini rurali, a stretto contatto col mondo animale e gli usi connessi, come le vie della transumanza, l’utilizzo dei pascoli comuni, degli usi civici, cioè le terre di proprietà collettiva o i diritti d’uso su terreni privati, che ora sopravvivono più che altro in montagna, spesso anche qui dimenticati.
Conoscere le storie di Pastore: femminile plurale è come intraprendere un viaggio a ritroso attraverso consapevolezze profonde, ma ancora saldamente radicate dentro di noi, nelle nostre memorie più intime, materiche. Forse è lo sguardo tutto al femminile, materno, che ci conduce alle origini, attraverso gli odori pungenti degli animali, il profumo delle erbe, il candido tepore del latte, che si condensa e si trasforma in gusti molteplici, attraverso le mani sapienti delle pastore. Una biodiversità dei latticini unica, che sembra corrispondere alla ricchezza dei paesaggi italiani, delle razze animali, delle scelte di vita.
Attraverso queste storie scopriamo che, nonostante l’oblio, esistono e resistono ancora razze antiche, rustiche, non specializzate solo da latte o da carne, mestieri tradizionali, come la lavorazione della lana o del feltro, o scopriamo che ancora oggi qualcuno ripercorre vie della transumanza vecchie di duemila anni. Parlare con Anna Kauber non lascia indifferenti, ma attraverso le sue parole, spesso dirette e insieme evocative, sembrano tornare a galla valori e conoscenze intime, come se fosse la nostra memoria rurale dimenticata a risvegliarsi.
Le storie che questo lavoro racconta testimoniano le scelte delle giovani che tornano a fare questo mestiere e le vite delle anziane, trovando matrici comuni. Anna Kauber non nasconde la commozione per aver documentato le pastore di tradizione, un frutto preziosissimo che ha raccolto per tutti noi, che racconta l’identità del territorio, oltre alle storie di vita. «Persone che spesso hanno lottato tutta la vita, e che paiono così mansuete», afferma Anna.

Economie altre
Un filo conduttore del lavoro, anche se magari con diversi gradi di consapevolezza da parte delle diverse pastore, è senz’altro la ricerca di un’alternativa economica, che è anche un cambiamento culturale, due elementi intrinseci a questo mestiere. Anna Kauber ci fa notare come l’ambiente rurale consenta il recupero di un senso del lavoro, in relazione alla qualità della vita, dove anche la stanchezza appare più sana, perché viene dall’essere autonome, dallo stretto rapporto con l’animale per il suo benessere. “Quando sta bene l’animale mi accorgo che ho fatto un buon lavoro”, dicono diverse delle donne intervistate.
Appare più chiara anche la componente di genere della ricerca, che viaggia su un doppio binario: la riflessione sul lavoro con la terra e gli animali e la creazione di una rete di mutualità fra le pastore. Le donne esprimono un altro “pastoralismo”, secondo Anna, perché sentono e svolgono diversamente il lavoro di cura, hanno un rapporto quasi di maternità con gli animali, che vedono inseriti nei cicli naturali. Possono avere una maggiore sensibilità e delicatezza, come quella di una mano più piccola quando c’è la necessità di aiutare l’animale a partorire. Molte pastore chiamano le pecore “le ragazze”, racconta Anna. Si riconoscono come madri e sorelle, perché – ricordiamocelo – le greggi per forza di cose sono composte di femmine, per gli evidenti ruoli produttivi e riproduttivi. C’è un legame più profondo con il latte, con i cicli della vita e della morte, un sapere intuitivo, una consapevolezza legata al ciclo mestruale. «Quando si abbandona l’animale donna riesce meglio a sentire il respiro cosmico», afferma Anna.

Dalla ricerca all’azione
Attraverso questo flusso, che pare guidato dalla luna, dalle maree, dal latte, arriviamo al contributo più attivo di questa ricerca, che si sta concretizzando nella creazione di una rete di mutuo appoggio e di accoglienza reciproca fra le donne pastore. Un lavoro di ricerca-azione che è testimone attivo del «momento di cambiamento che stiamo vivendo, della possibilità di altri modi di vivere, di una felicità che è dietro l’angolo ma va sostenuta» sostiene ancora Anna Kauber.
La rete nascente delle donne pastore unisce caseifici importanti a esperienze su scala più ridotta e sta già ragionando su percorsi concreti, ad esempio di un’etichettatura che renda conto del lavoro di tutela del territorio svolto dal pascolo. Le conoscenze si trasformano in amicizie, i contatti s’intrecciano, le persone s’incontrano in una trama in cui possiamo riconoscere il contributo della riflessione femminista, per creare una comunità, anche tra luoghi lontani, in cui si ricostruiscono forme attuali di collaborazione, di apprendimento, di “sorellanza”, come alternativa al modello di sviluppo dominante.
Si sta creando una vera e propria rete, incentrata su «uno star bene profondo», dice Anna, su una nuova economia, nella relativizzazione dei bisogni, con la tensione di ribaltare un concetto di lavoro e di vita sempre più stretto, senza valori, che produce sapori omologati, sfrutta lavoratori e animali e distrugge gli equilibri ecologici. Le pastore, nelle loro diversità, si ritrovano in una matrice comune, fatta di saperi e pratiche antiche e sane, per gli animali, l’ambiente e le persone. Sono tante le donne che scelgono questo mestiere e grazie a questo progetto possiamo conoscere il contributo femminile a processi così importanti per il nostro territorio, come il pascolo e la lavorazione del latte a crudo. Pratiche così semplici ma portatrici di significati profondi, che fanno parte della nostra identità storica e sono in grado di custodire paesaggi, specie animali e prodotti genuini, dal sapore rivoluzionario.l