mercoledì 20 Gennaio 2021

Dall’alba al tramonto. Reportage dal parco del Gran Paradiso

Dal mensile di novembre – Per 38 anni, scarponi ai piedi e zaino in spalla, Martino Nicolino è stato un guardaparco. “Nuova Ecologia” lo ha accompagnato su valichi, sentieri e pietraie in uno dei suoi ultimi giorni di lavoro prima della pensione

di PIERO PAPA

Martino Nicolino, il guardaparco del Gran Paradiso con la maggiore anzianità, dopo 38 anni di onorato servizio con scarponi ai piedi e zaino sulle spalle, ha raggiunto la pensione. Una vita spesa per la tutela di un paradiso naturale fra la propria abitazione nel borgo di Degioz e l’antica casa di caccia di Orveille, base operativa del suo servizio in quota. La storica struttura, utilizzata da re Vittorio Emanuele II per le battute di caccia allo stambecco, è ora uno dei casotti utilizzati dai guardaparco. Da qui partono per il turno di sorveglianza “dall’alba al tramonto”: fra le 12 e le 14 ore ininterrotte di osservazione e spostamenti su valichi, sentieri e pietraie.

«A ogni guardaparco è assegnato un settore su cui vigilare per il rispetto delle normative di tutela su fauna e flora, verifica delle attività edilizie, tagli boschivi e sorveglianza sul flusso turistico – racconta Nicolino – La nostra conoscenza del territorio è capillare, ottenuta con anni di formazione e monitoraggio a piedi fra queste montagne. Oltre al controllo del flusso turistico e della sicurezza lungo i sentieri, è al monitoraggio della fauna selvatica e alla prevenzione del bracconaggio che il nostro lavoro rivolge la massima attenzione. In particolare in estate e autunno – sottolinea – quando gli stambecchi sono facilmente avvicinabili». Oggi nel Parco del Gran Paradiso ne vivono circa 2.700 esemplari, di cui mille nella sola Valsavaranche.

È fine luglio, alle 5 del mattino Martino Nicolino lascia il casotto di Orveille per uno dei suoi ultimi servizi di vigilanza, Nuova Ecologia ha il privilegio di poterlo accompagnare. «Un bracconiere si muoverebbe proprio in questi momenti per raggiungere una buona postazione di tiro, in silenzio e al buio. Dobbiamo quindi prevedere i suoi spostamenti in tutte le potenziali occasioni favorevoli». Cammina in silenzio e osserva il terreno alla ricerca di tracce di passaggio. Ogni impronta sul terreno, come sassi o rami spostati sono importanti per fornire indicazioni su chi è passato, quando e in che direzione. In particolare, il guardaparco sofferma lo sguardo sui camosci già osservati il giorno precedente. Un loro spostamento al riparo fra le rocce o un comportamento di allarme possono dare utili indizi sulla presenza di un pericolo, come il recente transito di un uomo ma anche di un predatore come il lupo, da qualche anno tornato su tutto l’arco alpino dopo una secolare assenza. Raggiunta una buona posizione, inizia l’ispezione dei crinali con un cannocchiale a forte ingrandimento. Il controllo deve essere accurato soprattutto sui valichi e sui canaloni, che possono dare al bracconiere la possibilità di trasportare facilmente un animale abbattuto. In queste valli il bracconaggio agli ungulati, da tradizionale forma di prelievo di sussistenza, si è trasformato gradualmente in una caccia dettata unicamente da interessi commerciali, resa più semplice da fucili di precisione facilmente occultabili e spesso con matricola abrasa.

«Uno stambecco cacciato di frodo per essere trasportato velocemente è alleggerito dalle viscere, che vengono nascoste con cura fra le rocce. Alcuni guardaparco hanno un cane con cui svolgono servizio, è grazie a loro che possiamo individuare i resti della selvaggina – spiega Martino – È così che anni fa sono state ritrovate le interiora di quattro stambecchi, svelando l’allarmante recrudescenza del bracconaggio in Valsavaranche». Martino Nicolino ricorda che seguendo i segni lasciati dal loro trascinamento lui e i suoi colleghi erano riusciti a intercettare due bracconieri prima che si dileguassero a valle. E con estrema soddisfazione spiega come la loro condanna sia stata una delle prime in Italia per furto aggravato di fauna ai danni del patrimonio dello Stato. «Dal Duemila a oggi abbiamo accertato una ventina di casi di bracconaggio, ma il fenomeno è certamente più vasto di quanto si pensi. Per questo la nostra presenza sul territorio resta il miglior deterrente al suo dilagare», aggiunge il guardaparco.

È tardo pomeriggio. Martino è a breve distanza dal Col di Sort, a 2.965 metri di quota. Dell’antico sentiero utilizzato dal re per le sue battute di caccia si percepisce la presenza soltanto in alcuni punti, per il resto è coperto da uno strato di sfasciume di rocce cadute dalle pareti sovrastanti. Da qui si arriva alle “postazioni”, sassi da cui si sparava con facilità ai branchi di stambecchi spinti a tiro da decine di battitori. I resoconti d’epoca riportano carnieri di oltre cinquanta ungulati abbattuti in una sola giornata. Lo storico guardaparco si sofferma con il binocolo a guardare giù in valle da una posta di caccia, sopra un masso dove probabilmente più di un secolo fa si è seduto un re d’Italia con il suo fucile. Un branco di stambecchi pascola tranquillamente a poca distanza da lui. Il fischio di una marmotta è la sola eco che adesso rimbalza fra le pareti del Col di Sort. Anche grazie a guardaparco come Martino Nicolino.

Un parco in trincea

Nel 1821, quando lo stambecco è già quasi estinto sull’arco alpino, Carlo Felice di Savoia ne vieta la caccia nel Regno, limitandone il prelievo alla sola nobiltà: “Rimane fin d’ora proibita in qualsivoglia parte de’ regni domini la caccia degli stambecchi”. Nel 1856 Vittorio Emanuele II istituisce una riserva reale di caccia fra le valli del Gran Paradiso, in cui realizza oltre 300 km di sentieri per raggiungere agevolmente case di caccia e appostamenti di quota da cui sparare agli ungulati.

I nobili di casa Savoia frequentano l’esclusiva riserva ancora con i successivi regnanti fino a quando, nel 1922, è donata allo Stato per farne un Parco nazionale. Il primo in Italia. Durante il regime fascista e nel successivo periodo bellico, il bracconaggio incontrollato porta la popolazione di stambecco sull’orlo dell’estinzione. Nel 1945 ne sopravvivono poche centinaia di esemplari nei territori più inaccessibili dell’area protetta. Al termine della seconda guerra mondiale viene finalmente istituito l’ente di gestione del Parco e l’attuale corpo dei guardaparco, che vigila su un territorio di  oltre 71.000 ettari.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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