A difesa del creato, Papa Francesco apre il Sinodo sull’Amazzonia

Con il Sinodo dei vescovi, a Roma dal 6 al 27 ottobre, il Pontefice invoca una maggiore apertura della Chiesa al mondo. L’Amazzonia, deturpata dalle attività estrattive, è il banco di prova per testare la voglia di cambiamento. Sul mensile di ottobre lo speciale Amazzonia: “il nemico della foresta” >> Acquista una copia/Abbonati

Sindo-Amazzonia

“Questo Sinodo ruota attorno alla vita: la vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta”. Questo passaggio dell’Instrumentum laboris, il documento di lavoro dell’assemblea dei vescovi pubblicato lo scorso 17 giugno, rappresenta una delle tappe cruciali nel percorso di avvicinamento al Sinodo speciale per la regione panamazzonica, in programma fino al 27 di questo mese. Un cammino partito da lontano: il 24 maggio 2015, con l’enciclica Laudato sì, papa Francesco lancia il primo appello per un’ecologia radicale. Il 15 ottobre 2017 la scelta del tema della riunione di quest’anno: “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Infine, il 19 gennaio 2018, a Puerto Maldonado, in Perù, lo scatto in avanti verso l’America Latina con la richiesta di “rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti”.

Battere nuove vie per l’evangelizzazione prestando attenzione a popolazioni, quelle indigene, e a una terra, l’Amazzonia, dimenticate troppo a lungo dalla Chiesa cattolica. Vale a dire, spingere il Vaticano oltre le mura romane, aprendo una riflessione non solo sul mondo ecclesiastico ma anche su quello reale. È questo, in sintesi, lo spirito che Bergoglio ha voluto trasmettere a questa assemblea, facendo storcere il naso, come era prevedibile, a non pochi negli ambienti conservatori.

Lo specchio dell’umanità

Le foreste amazzoniche, culla di una straordinaria biodiversità ostaggio di un estrattivismo selvaggio, rappresentano nella visione di Francesco “uno specchio di tutta l’umanità”. Il perimetro ideale per mettere alla prova la Chiesa: tanto con gli errori commessi in epoca coloniale, quanto con la necessità di prendere – finalmente e con determinazione – le parti dell’ambiente e delle popolazioni indigene. Al centro di questo complesso processo ci sono proprio gli indigeni: circa tre milioni di persone di 390 popoli differenti, a cui secondo i dati delle istituzioni specializzate della Chiesa come il Consiglio indigeno missionario del Brasile si aggiungono altri 110-130 popoli in isolamento volontario o “popoli liberi” e tutti coloro che invece hanno deciso di farsi “colonizzare” da città e metropoli. In questi anni di preparazione del Sinodo l’impresa più complicata che ha dovuto affrontare il Vaticano è stata arrivare a questa gente, farla sentire per quanto possibile protagonista di un’assemblea che però, è bene specificarlo, si terrà a Roma e alla quale potranno partecipare soltanto vescovi.

Indigeni Amazzonia

Padre Dario Bossi, coordinatore dei missionari comboniani del Brasile, ha portato avanti in prima persona quest’opera di evangelizzazione. Per dieci anni ha operato nello Stato di Maranhão, nel nordest del Brasile, al confine con lo Stato di Pará. Una regione depredata dalle multinazionali dell’industria mineraria e siderurgica, in cui viene estratto il ferro che per anni ha alimentato anche gli stabilimenti ex Ilva di Taranto. «Da giugno 2018 fino a gennaio 2019, in tutti gli angoli dell’Amazzonia abbiamo dato molto spazio all’ascolto delle comunità locali – racconta – Sono state organizzate più di 260 assemblee e contattate direttamente circa 86mila persone di 72 etnie indigene, che corrispondono al 40% di tutte quelle presenti nella regione. Questo è forse il primo Sinodo nella storia recente della Chiesa che ha raccolto la sensibilità e le opinioni di così tanta gente dalla base. Speriamo che nel corso dell’assemblea il protagonismo di queste comunità emerga».

Comunità a rischio

La tutela delle comunità locali impone inevitabilmente alla Chiesa di assume- re una posizione decisa contro quella “cultura dello scarto” e quella mentalità estrattivista denunciata nell’Instrumentum laboris. Un sistema che da decenni, in Brasile nella fattispecie, consente alle multinazionali energetiche, del settore minerario e siderurgico, così come a quelle del legname e dell’agrobusiness e ai latifondisti, di prosciugare le risorse naturali di questa regione. Un circolo vizioso che si è protratto con la connivenza dei governi socialisti di Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Rousseff, e che è salito di giri con la presidenza di Jair Bolsonaro, che a tutti gli effetti sta svendendo l’Amazzonia, forte del sostegno degli evangelici e di una capillare rete di lobby che sta spezzando a colpi di espropri e omicidi la resistenza indigena.

«Senza dubbio con l’avvento al potere di Bolsonaro c’è stato un aumento dell’aggressività sull’Amazzonia», conferma padre Bossi, attivo anche con la rete Iglesias y Minería per favorire gli scambi fra le comunità oppresse della regione. «Va detto però che l’interesse per l’ambiente è sempre stato ambiguo in Brasile. Bolsonaro ha “solo” sdoganato il sistema: ha concesso licenze per nuove attività estrattive, dato il via libera all’uso di pesticidi per le coltivazioni intensive, ha chiuso un occhio su chi uccide persone indifese per risolvere i contenziosi sulla proprietà dei terreni e continua a negare gli effetti dei cambiamenti climatici, i disboscamenti e l’aumento degli incendi. Il Brasile è uno dei Paesi con il maggior numero di vittime fra gli attivisti ambientali. Adesso questo numero non potrà che aumentare».

petrolio Amazzonia

Arrivare al cuore
Nel tentativo di ramificare la propria presenza, il documento di lavoro del Sinodo propone la creazione di nuovi ministeri “dal volto amazzonico”, attraverso la progettazione di “nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana”. Tradotto, significherebbe consentire ai viri probati (laici di provata fede) di somministrare la comunione – funzione che a oggi spetta solo ai preti – nelle aree impenetrabili dell’Amazzonia.

«Parliamo di un territorio enorme, in cui le varie comunità cattoliche sono sparse a distanze di centinaia di chilometri le une dall’altra e raggiungibili solo in aereo – spiega il vaticanista Iacopo Scaramuzzi – Ogni comunità vede il prete una o due volte l’anno. L’idea di affidare questo compito anche a uomini sposati che hanno la fiducia della loro comunità parrocchiale nasce dunque, anzitutto, da questa esigenza pastorale».

È un tema che suscita grandi speranze, ma anche grandi resistenze. Il fronte cattolico conservatore è preoccupato del fatto che questa con- cessione possa essere il cavallo di Troia che permetterà al Papa di eliminare gradualmente il celibato obbligatorio. Ma non solo. «Nel documento preparatorio del Sinodo – prosegue Scaramuzzi – si parla anche della possibilità di introdurre il diaconato per le donne (permettendo loro varie funzioni come amministrare il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, benedire il matrimonio, nda) e integrare nella liturgia cattolica rituali e simboli indigeni finora poco tenuti in considerazione. Tutto ciò nasce dal fatto che la Chiesa deve fare mea culpa in America Latina. Ma i conservatori temono che così facendo la Chiesa rinuncerà alla sua identità e alla sua dottrina, smarrendo così la sua purezza».

È in questo contesto che il Sinodo si appresta ad avvicinarsi al cuore dell’Amazzonia. La speranza è che sulle dinamiche interne del Vaticano prevalga l’attenzione per una regione che rappresenta un anello fondamentale per la salvaguardia dell’intero pianeta. È solo così che la Chiesa dimostrerà realmente di voler cambiare per stare al fianco di chi lotta per la tutela di questo patrimonio. Come padre Ezechiele Ramin, giovane missionario comboniano di Padova ucciso a soli 33 anni dai latifondisti in Amazzonia, nello Stato brasiliano della Rondônia, per aver difeso i diritti delle comunità dei contadini. Sono in tanti a chiedere che venga riconosciuto come martire di questa terra. Un’azione concreta per iniziare a mettere in pratica quell’ecologia integrale tanto invocata da Francesco.