Paolo Ciampi e la passione per l’ambiente

A colloquio con lo scrittore a valle del suo ultimo libro, dedicato al primo ambasciatore statunitense in Italia George Perkins Marsh. Uno dei padri delle aree protette in lotta contro la deforestazione

Paolo Ciampi

Non si nasce camminatori, ci si diventa. Sempre. Tutto in definitiva è nel quando, come racconta a Nuova Ecologia Paolo Ciampi, una vita – letteraria e non – al servizio dei passi. E nel caso del suo ultimo libro, dei passi e sui passi di un altro: il protoecologista George Perkins Marsh (1801-1882). S’intitola L’ambasciatore delle foreste ed è uscito per i “tipi” di Arkadia, arrivando persino alla prima selezione di libri del premio Strega 2019. È la storia del primo ambasciatore statunitense in Italia, nominato personalmente da Lincoln quando il Regno d’Italia era appena proclamato, nel marzo del 1861. A giugno, “passi lenti, silenzio di piombo, balconi addobbati di nero. Costernazione sui volti della gente, che comincia a disperdersi”, George giunge a Torino, capitale d’Italia. È un triste venerdì di pioggia battente. Poco prima i funerali del Conte di Cavour, uno dei principali artefici del nuovo Regno, che Washington si era affrettata a riconoscere. Ci voleva una persona di fiducia, e Lincoln scommette su George Perkins Marsh.

Come si è imbattuto in Marsh?

Per caso, come quasi sempre capita. Diversi anni fa arrivò in visita in Toscana una delegazione del National park service, l’agenzia federale dei Parchi degli Stati Uniti. Si presentò a Vallombrosa, cuore verde della Toscana, un luogo particolarmente caro a Marsh, che qui trascorreva le sue estati e che qui è morto. Gli americani si stupirono molto del fatto che in Italia questa figura fosse sostanzialmente sconosciuta. Dall’altro lato dall’oceano Marsh è considerato uno dei padri delle aree protette, oltre ad essere l’uomo che per primo ha puntato il dito sulle conseguenze della deforestazione. Prima di ripartire lasciarono dietro una corposa biografia in inglese, che alla fine mi sono ritrovato a leggere. Mi è stata quasi tirata addosso (ride). Da qui nasce una storia interessante in cui prende volume la vita scritta e raccontata da Ciampi con grazia curiosa, miscelando racconto personale e memorie dell’americano e di sua moglie, Caroline, figura fondamentale per raccogliere l’immagine dell’Italia vista dai viaggiatori dell’epoca. A Ciampi più che l’ambasciatore Marsh interessa l’ecologista amante della natura e degli alberi Marsh. E sarà bello scoprire con l’autore quanto questo personaggio abbia influito sul nostro modo di amare la natura e gli alberi oggi, sulla nostra concezione della protezione e dell’ecologia. Una scoperta che vi invitiamo a fare seguendo le tracce di George (come lo chiama affettuosamente l’autore) fra Vermont e Alpi nelle pagine cariche di notizie e scavo interiore del libro di Ciampi.

Perché in Italia gli ecologisti sono così difficili da rintracciare? Lei parla molto di Mario Rigoni Stern, quasi bisognasse far riferimento a mondi altri per trovare un po’ di attenzione all’ecologia.

Credo che i motivi siano molteplici, partono da ciò che per generazioni si è insegnato o non si è insegnato a scuola. C’è una politica che spesso ha puntato a cercare il consenso su altri temi, fosse il lavoro oppure le tasse, trattando l’ecologia come una nicchia, un argomento a latere. Probabilmente c’è anche un problema di attenzione o di linguaggio dei media. Però, dal mio punto di vista di autore e lettore, credo che ci sia bisogno anche di buoni libri e buone storie. Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern – salvatico, non selvatico – è un’opera sugli alberi che Rigoni Stern aveva intorno a casa e che spesso lui stesso aveva piantato: uno dei gesti più straordinari e carichi di futuro che si possano fare. Quanto a me, la vita di George Perkins Marsh è servita per emozionarmi e appassionarmi di nuovo alle questioni dell’ecologia. Per questo spero che possa entrare nelle scuole, diventare una storia che accompagni gli interessi e le battaglie delle generazioni più giovani.

In che relazione è Marsh con Thoreau e ci spiega perché Marsh è così importante?

Thoreau muore nel 1862, troppo presto per leggere Man and nature, l’opera con cui Marsh introduce la questione dei cambiamenti climatici. A leggerlo è semmai Muiri, il padre dei Parchi nordamericani, che ne prende ispirazione per Yosemite. Però Marsh potrebbe sottoscrivere molte delle cose che Thoreau ha messo nero su bianco. Per esempio che le montagne sono sorgenti di uomini non meno che di fiumi. Che andare sulle montagne non è partire ma arrivare, andare a casa. Che un uomo non è ricco in proporzione al numero di cose che possiede ma al numero di cose di cui può fare a meno.

Da noi l’ecologia è residuale. Perché il nostro Paese, pur così bello, è poco attento al tema?

Non so rispondere, mi sembra ancora più incredibile proprio in relazione alla bellezza del nostro Paese. Spero che qualcosa stia cambiando, forse è già cambiata. Ci sono alcune buone notizie, in controtendenza, che arrivano per esempio dalle nostre montagne. Esperienze che evocano un futuro migliore, capace di coniugare ambiente ed economia in maniera diversa. Anche Marsh non era un pasdaran della wildlife, piuttosto pensava ai monaci di Camaldoli e Vallombrosa, che i boschi li sfruttavano ma con saggezza.

Cosa vuol dire essere un camminatore e cosa può raccontare a riguardo lei che ha scritto di camminate e ha camminato e cammina portando in giro gruppi per la sua Toscana e altrove?

Ho scoperto il cammino relativamente tardi, dopo anni di vita decisamente sedentaria, e ora non posso più farne a meno. Con esso coltivo la lentezza e riordino le priorità della mia vita più o meno nel modo di cui parlava il grande ecologista americano Henry David Thoreau: “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita”. Col tempo il cammino è diventato la chiave per conoscere l’Italia fuori dalle grande rotte turistiche ma anche per scoprire ciò che c’è sotto casa. I viaggi, ho capito, non si misurano sui chilometri di distanza. Uno dei viaggi più lontani che ho fatto è stato da Bologna a Firenze, la mia città, lungo la Via degli Dei: 37 minuti con il treno, cinque giorni per ritornare a piedi. La più bassa velocità nei monti attraversati dall’alta velocità.

Intervista pubblicata su Nuova Ecologia – Luglio/Agosto 2019