Panni sporchi

Tinture, ammorbidenti e fissatori usati dai marchi del “fast fashion” per produrre abbigliamento contengono sostanze chimiche inquinanti. Con la campagna “Detox” Greenpeace ha chiesto alle aziende di cambiare. E in Italia 59 imprese hanno già detto sì

 

 

 

 

Per più della metà degli italiani combattere la noia e lo stress o cercare di aumentare l’autostima sono le motivazioni principali che fanno scattare l’acquisto compulsivo di capi di abbigliamento. Il senso di soddisfazione post shopping svanisce però in poche ore, a volte cedendo il posto ai sensi di colpa. Lo rivela un’indagine commissionata da Greenpeace e condotta da Swg su un campione di 1.000 italiani, uomini e donne, di età compresa tra i 20 e 45 anni. Risultato della shopping-mania: un interpellato su due dichiara di possedere più capi di abbigliamento di quanti gliene servano. Abiti che spesso giacciono inutilizzati nell’armadio, addirittura ancora provvisti del cartellino col prezzo.
Non deve stupire che Greenpeace abbia messo a fuoco (con analoghe indagini svolte in Cina, Hong Kong, Taiwan e Germania) questa dipendenza comportamentale che ha per oggetto del desiderio l’abbigliamento: dal 2011 ha lanciato infatti la campagna internazionale Detox, «per denunciare l’inquinamento ambientale legato all’industria della moda e dell’abbigliamento sportivo, e per promuovere percorsi di detossificazione dei processi di lavorazione tramite l’eliminazione di tinture, ammorbidenti, fissatori e altri coadiuvanti dei processi di lavaggio, filatura e tessitura che contengono sostanze chimiche tossiche», spiega Giuseppe Ungherese di Greenpeace Italia. Inquinanti che, al pari degli ftalati (usati nella lavorazione di pelle sintetica, gomma, pvc), attraverso gli scarichi industriali finiscono nei fiumi, fissandosi nella catena alimentare e compromettendo la disponibilità di acqua potabile e la salute delle popolazioni del territorio. Come ha evidenziato lo studio “Panni sporchi. Il segreto tossico dietro l’industria tessile” con il quale l’associazione ambientalista nel 2011 ha acceso i riflettori sull’inquinamento dei delta di due fiumi cinesi – lo Yangzte o fiume Azzurro, che fornisce acqua potabile a milioni di cinesi, e il fiume delle Perle – in corrispondenza degli scarichi di due complessi industriali tessili. «Né va sottovalutato il rischio di insorgenza di dermatiti allergiche da contatto in chi indossa i capi di abbigliamento a causa dei residui di inquinanti presenti nei tessuti con cui sono confezionati», puntualizza Ungherese, citando l’indagine sul legame tra reazioni allergiche e sostanze chimiche nei tessuti condotta nel gennaio 2013 dall’istituto olandese Rps per conto della Commissione europea.
Sbaglieremmo, però, a pensare che l’inquinamento legato all’industria tessile sia un problema solo extraeuropeo, del Sudest asiatico in particolare: non solo perché ci sono marchi occidentali e del made in Italy, anche di prima fascia, che si riforniscono di tessuti e abbigliamento sui mercati esteri, ma perché lo stesso made in Italy doc non è immune dall’impiego di sostanze messe all’indice da Detox. E perché, con lo studio “Panni sporchi– 3. Come il bucato di tutti i giorni inquina le acque di casa nostra”, Greenpeace ha lanciato l’allarme su composti chimici pericolosi, come ad esempio i nonilfenoli etossilati (npe), che attraverso il normale lavaggio tra le quattro pareti di casa vengono rilasciati nell’ambiente e si disperdono in fiumi, laghi e mare, dove si trasformano in un composto bioaccumulabile ancora più pericoloso per la salute umana: il nonilfenolo (Np). Un percorso che trasforma gli ignari acquirenti dei capi di abbigliamento in inquinatori a loro insaputa.
Nella lista dei “buoni e cattivi” compilata da Greenpeace nel 2016, tra le grandi griffe risultavano bocciate, per mancata adesione alla campagna: Armani, Diesel, D&G, Gap, Hermes, Lvhm Group/Christian Dior Couture, Versace. Promossa invece Benetton. Ben 59 imprese tra le medio-piccole italiane hanno invece sottoscritto l’impegno di eliminare l’uso delle sostanze tossiche presentando un piano d’azione al 2020. Aziende per metà associate nel Consorzio italiano implementazione detox (Cid), sorto per iniziativa di Confindustria Toscana nord, con sede, mente e cuore pulsante a Prato, ma soci in tutt’Italia. «Il supporto offerto da Cid alle imprese lungo questo percorso molto impegnativo comprende la fornitura di consulenze tecnico-pratiche, corsi di formazione e aggiornamento, e l’effettuazione di analisi di laboratorio per individuare i composti che rilasciano residui tossici nei tessuti, come quelle presentate a luglio e aventi per oggetto tinture e ausiliari di filatura e tessitura», sintetizza Silvia Tarocchi di Cid.
A livello internazionale il decalogo Detox è stato sottoscritto da ventisette imprese, tra cui marchi importanti come H&M e Inditex/Zara, inseriti anch’essi tra i “buoni” nella lista di Greenpeace. Si tratta, peraltro, di due brand della cosiddetta fast fashion, accusata di essere all’origine di un altro problema ambientale e sociale: l’uso inappropriato di risorse naturali e materiali per l’iperproduzione di abiti che stuzzicano la shopping-mania e che diventano velocemente rifiuti tessili. E il cui riciclo post-consumo, denuncia Greenpeace, è complicato dall’incremento dell’impiego di fibre sintetiche, che rispetto ad alcune fibre naturali hanno inoltre il grave handicap di causare più emissioni di CO2.
Sempre in tema di fast fashion, sulla base di un’indagine svolta in dieci stabilimenti distribuiti tra Cina, India e Indonesia, la britannica Changing markets foundation ha denunciato i devastanti livelli di inquinamento idrico e atmosferico legati alla produzione di viscosa, un tessuto sempre più utilizzato al posto di cotone e seta, che si ottiene dalla cellulosa e dalla polpa di legno con largo impiego di solfuro di carbonio, un liquido infiammabile e tossico. Il rapporto descrive i danni ambientali al lago Poyang, la più grande riserva cinese di acqua dolce, alla sua fauna ittica, e il preoccupante impatto sulla salute dei lavoratori di sei stabilimenti cinesi e delle comunità locali. Tra i marchi che risultano rifornirsi presso questi stabilimenti figurano nel rapporto anche Inditex/Zara e H&M, i cui portavoce, insieme a quello di Mark&Spencer, anch’esso emerso nell’indagine, interpellati dal quotidiano inglese The Guardian hanno però preso l’impegno a far sì che i fornitori adottino sistemi di produzione sostenibili.
Una contraddizione con la pagella positiva rilasciata da Greenpeace a Zara e H&M? «Nient’affatto – risponde tranquillo Ungherese – Il percorso Detox non è del tipo on-off, ossia non si realizza istantaneamente schiacciando un magico bottone, ma procede per passi successivi. Greenpeace inoltre – precisa – non ha preso di mira una determinata filiera produttiva, come quella della viscosa, bensì tutta la gamma delle centinaia di sostanze tossiche impiegate nei processi di filatura, colorazione e trattamenti vari, per cui apprezziamo aziende come Zara ed H&M che si sono impegnate a eliminarle, sia pur gradualmente».