Ozono, una difesa che va avanti da oltre trent’anni

Il 16 settembre si celebra la 32esima Giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono. Una lunga storia di cooperazione positiva per proteggere il clima

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DI ROBERTO FAUSTO

La vita sulla Terra è possibile solo grazie a determinati equilibri. Tra questi vi è il continuo scambio energetico, che ha luogo nell’atmosfera, tra l’energia in arrivo dal Sole e l’energia in uscita dal pianeta. Nei secoli scorsi, scienziati come Lavoisier e Schönbein iniziarono a studiare le componenti critiche dell’atmosfera e a ipotizzare come questa fosse in grado di assorbire i raggi solari. In particolare, nel 1913, Charles Fabry e Henri Buisson scoprirono che l’ozono – una forma allotropica dell’ossigeno composta da 3 atomi (O3) – si raccoglie nella parte bassa della stratosfera, chiamata ozonosfera. Tale zona, situata approssimativamente tra 15–35 km sopra la superficie terrestre, ha uno spessore estremamente sottile e variabile di circa 3 mm e assorbe alcune delle radiazioni ultraviolette (UV) dell’energia solare. L’ozono è coinvolto quindi in un delicato bilancio naturale e fornisce una protezione critica dai raggi UV, senza la quale verrebbe sterilizzata la vita sulla superficie terrestre.

Oggi la composizione atmosferica è stata fortemente alterata dalle attività antropiche in modo più rapido che negli ultimi 10.000 anni. La prima metà del XX secolo, vide l’introduzione dei clorofluorocarburi (CFC), composti chimici altamente stabili, biologicamente inerti e non infiammabili. Queste caratteristiche li resero molto adatti come propellenti nelle bombolette spray, nei solventi, nelle unità di refrigerazione, nella produzione di alcune sostanze plastiche e anche, sotto forma di halon, per gli estintori. Nei primi anni Settanta i chimici americani Rowland e Molina teorizzarono che i composti di CFC, proprio per le loro caratteristiche ed elevata volatilità, si accumulavano nella stratosfera. Combinandosi con le radiazioni solari, i CFC si decomponevano rilasciando derivati del cloro che erano individualmente in grado di distruggere un gran numero di molecole di ozono. A seguito della loro ricerca, fu svolta un’indagine federale sul problema. Così, forti anche delle diverse e inoffensive alternative industriali disponibili, verso la fine degli anni Settanta in alcuni Paesi cominciarono a essere vietati i primi aerosol basati su CFC. Tuttavia, fu nel 1985 che il British Antarctic Survey rilevò per la prima volta un assottigliamento nello scudo di ozono sull’Antartide. Questa notizia trapelò attraverso i media ed ebbe una vasta eco a livello mondiale. Infatti, una riduzione della fascia di ozono comporta una maggiore esposizione ai raggi UV, in particolare alla porzione a onde corte UVB. A quest’ultime è associata una maggiore incidenza di cancro della pelle, indebolimento del sistema immunitario, danni al DNA e malattie oculari, nonché riduzione della produttività agricola e distruzione degli ecosistemi marini. La percezione pubblica riguardo questo tema mobilitò una generazione di scienziati e riunì alcuni governi per fronteggiare tale minaccia.

Fu così che il 16 settembre 1987 venne firmato da 46 Paesi il Protocollo di Montreal – strumento operativo dell’UNEP (United Nations Environment Programme) – per la protezione dello strato di ozono. Con un accordo multilaterale le diverse parti firmatarie accettarono obblighi giuridicamente vincolanti per eliminare gradualmente la produzione e il consumo di sostanze chimiche ODS (Ozone-Depleting Substances) che portano alla riduzione dello strato di ozono.

Il 16 settembre di quest’anno si celebra il 32esimo anno dall’entrata in vigore del Protocollo di Montreal che, avendo raggiunto quasi 200 firmatari, risulta essere l’accordo più partecipato di qualsiasi altro. Considerato come il trattato internazionale sull’ambiente di maggior successo nella storia, esso rappresenta inoltre un raro esempio di cooperazione tra governi per fronteggiare una grande emergenza di carattere globale. Questo protocollo ha portato alla progressiva eliminazione di più del 98% di sostanze ODS. Secondo gli ultimi rilevamenti scientifici dell’OMM (Organizzazione Meteorologica Mondiale) del 2018, diverse porzioni dello strato di ozono si sono ristabilizzate dell’1-3% per decennio dal 2000. Con questo trend si prevede il completo assestamento dell’ozonosfera entro il 2060.

Tuttavia, il protocollo ha avuto l’effetto di incrementare, tra il 10 e il 15% annuo, l’utilizzo di alternative ai CFC come gli idrofluorocarburi (HFC). Gli HFC sono però potenti gas serra, con una capacità climalterante migliaia di volte più dannosa del biossido di carbonio (CO2). Per questo motivo, durante il 28esimo incontro delle parti nel 2016, a Kigali in Ruanda, oltre 170 Paesi hanno concordato di apportare delle modifiche al Protocollo. L’emendamento di Kigali, in vigore dal primo gennaio 2019, mira a ridurre gradualmente la produzione e il consumo degli HFC. L’obiettivo è di raggiungere una riduzione dell’80% di HFC entro il 2047 che eviterebbe un aumento fino a 0,4 °C della temperatura globale entro fine secolo. Con l’emendamento Kigali, il Protocollo di Montreal si è così trasformato ulteriormente per combattere con più efficacia i cambiamenti climatici. Viene così spontaneo pensare al parallelismo con l’accordo di Parigi sul clima del 2016 (COP21) con il quale condivide, tra l’altro, gli approcci incrementali, la flessibilità e il finanziamento per i Paesi in via di sviluppo.

Il Protocollo di Montreal rappresenta una storia di successo e un esempio da seguire per future iniziative multilaterali volte alla salvaguardia dell’ambiente. Non bisogna però presumere che, data la “rapida” risoluzione del problema, non sarà altrettanto semplice affrontare quella del riscaldamento climatico in atto. Le alterazioni degli equilibri naturali associate alle emissioni di CO2 sono più difficili da quantificare e fronteggiare. Bisogna quindi si festeggiare questo piccolo traguardo raggiunto, ma allo stesso modo rimanere sempre vigili affinché non si ricreino gli errori del passato. La moderna tecnologia offre alternative, ma la risoluzione richiederà tempo, soprattutto in termini tanto economici quanto politici.

Referenze

World Meteorological Organization (WMO), 2018. Executive Summary: Scientific Assessment of Ozone Depletion: 2018, World Meteorological Organization, Global Ozone Research and Monitoring Project – Report No. 58, 67 pp., Geneva, Switzerland.