Overdose di cemento

I dati dell’Ispra sul consumo di suolo nei territori con maggiore pericolosità. In Campania la situazione più grave

Il terminal, mai terminato, della stazione di Milano San Cristoforo in Alzaia Naviglio Grande

In Italia oltre il 7% del suolo nelle aree a pericolosità sismica alta è cementificato, a dirlo sono i dati dell’ultimo “Rapporto sul consumo di suolo” dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la sicurezza ambientale. La percentuale è quasi del 5% nelle aree a pericolosità molto alta, per un totale di 860.000 ettari. Sono Lombardia, Veneto e Campania le regioni con i valori maggiori: rispettivamente il 14,4, 12,6 e 10,4% nelle aree a pericolosità sismica alta, mentre Campania (6,8%), Sicilia (6,2%) e Calabria (5,9%) hanno i numeri più elevati nelle zone a rischio molto alto.

Nelle aree soggette a frane, il suolo “artificializzato” è quasi il 12% del totale, ricoprendo circa 273.000 ettari. In Lombardia si è registrato un aumento di suolo consumato dello 0,7% in aree a rischio molto elevato, mentre in Puglia l’incremento è stato dello 0,5% nelle zone a pericolosità “solo” elevata.

Fino a una distanza di 150 metri dai fiumi, il livello di impermeabilizzazione è in media del 7% e raggiunge i livelli più elevati nelle regioni montuose: in Liguria circa il 24% della superficie a ridosso dei corpi idrici è cementificato, in Trentino-Alto Adige è più del 12% e in Veneto supera il 10%.

A livello nazionale, quasi un quarto della fascia compresa entro i 300 metri dal mare è ormai consumato. Le regioni in cui si registrano i valori più alti sono Marche e Liguria, con quasi la metà del suolo utilizzato. Seguono Abruzzo, Campania, Emilia Romagna e Lazio, con valori compresi fra il 30 e il 40%. Recentemente l’incremento del consumo di suolo nelle zone più vicine al mare è più contenuto, visto che ormai restano pochi spazi, anche se si continua ancora a costruire.

Il rapporto dell’Ispra approfondisce il caso della Campania, dove dal 1960 l’urbanizzazione è cresciuta del 470%. In questa regione “sono state consumate le aree con i suoli migliori e quelle caratterizzate da un più elevato rischio ambientale”. E “molto preoccupante si rivela la situazione di alcuni ecosistemi estremamente fragili, come le aree costiere dunali e retrodunali, con un grado di urbanizzazione che supera il 30%. Tra i complessi vulcanici risultano infine allarmanti i dati relativi a quello dei Campi Flegrei e del Somma Vesuvio, urbanizzati rispettivamente per il 44% e il 33% della loro superficie totale”. Una situazione sconfortante, dominata dall’illegalità, come scrive Francesco Domenico Moccia, docente di Urbanistica all’università di Napoli: “Gran parte del consumo di suolo nella città metropolitana di Napoli è avvenuto in violazione degli strumenti urbanistici vigenti. Le immediate conseguenze sono nell’assenza o precarietà delle infrastrutture anche primarie, con la relativa pressione ambientale che questa carenza esercita”.