Ostacoli da rimuovere

Regole inadeguate e pochi impianti di riciclo. I “gap” che rallentano il nostro Paese

La rivoluzione circolare non è un pranzo di gala. Parafrasare Mao Tse-tung per spiegare quanto sia difficile nel nostro Paese passare a un modello economico che recupera e rigenera le risorse. In teoria la strada è segnata, da tempo leggi e regolamenti impongono la raccolta differenziata dei rifiuti, il trattamento e riciclo delle diverse filiere e la spinta al riutilizzo di questi materiali. E la direttiva in corso di approvazione al Parlamento europeo spinge ancora più avanti gli obiettivi di recupero di materia sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Eppure sono ancora tante le barriere che impediscono il passaggio da un modello lineare di sfruttamento dei beni, con il problema di smaltire enormi quantità di rifiuti, a uno dove invece si guarda al ciclo di produzione e vita per una gestione sempre più efficiente di energia e materie prime. Ed è davvero paradossale che accada in un Paese che importa larga parte delle fonti fossili e dei materiali che usa nei processi industriali.

Il primo problema sta nelle regole, ad esempio tanti materiali generati dal recupero di rifiuti non trovano possibilità di applicazione nei cantieri delle opere infrastrutturali o in edilizia. La ragione sta nel fatto che i capitolati di appalto non spingono l’utilizzo di questo tipo di materiali, malgrado l’introduzione dei Cam (i criteri ambientali minimi) che individuano prestazioni e obiettivi di riciclo. Con la beffa che per la manutenzione e costruzione di strade non si possono utilizzare materiali trattati e recuperati, ad esempio dagli scarti di fonderia o dagli pneumatici fuori uso, malgrado abbiano prestazioni identiche a quelli provenienti da cava o di origine fossile. E quindi rinunciando a risolvere due problemi: lo sfruttamento di cave che devastano il paesaggio e la gestione di rifiuti speciali.

L’altro ostacolo da abbattere per dare pieno sviluppo a questa prospettiva sta nell’impiantistica: abbiamo un deficit di impianti per il trattamento e riciclo di vetro, carta, plastica, rifiuti organici per la produzione di biometano. La conseguenza è che in molte parti d’Italia questi rifiuti partono per Paesi o regioni lontane, con aumento esponenziale dei costi, mentre si potrebbe creare lavoro in Italia e in particolare al Sud. Un’opportunità che non possiamo permetterci di perdere.