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L’orchidea è sempre più su

Riscaldamento globale e cambiamento dell’habitat stanno facendo diminuire la numerosità delle orchidee alpine. Un gruppo di ricercatori spiega il perché

Dal mensile di gennaio – Immaginate di mettere insieme la determinazione di un uomo appassionato, l’impegno di bravi ricercatori, il grande senso di collaborazione degli esperti, trent’anni di raccolta dati e un paesaggio in continuo cambiamento. Combinate poi il tutto con il ricordo dei prati alpini, quelli di un verde brillante, caratterizzati dalle ombre delle montagne sull’erba e punteggiati da macchie di fiori colorati. No, non è la sceneggiatura di un film, ma la complessa genesi di una scoperta allarmante: quei fiori sono le orchidee spontanee delle Alpi orientali e sono in grave pericolo a causa del riscaldamento globale e dei frequenti cambiamenti di uso del suolo. A rivelarlo, grazie a uno studio pubblicato su Nature Communications, è il gruppo di ricerca di Lorenzo Marini dell’Università di Padova, insieme a Giorgio Perazza e ai botanici del Museo civico di Rovereto. La famiglia delle orchidee è una delle più minacciate a livello globale e il suo declino è ben documentato in tanti Paesi. «Sono piante molto specializzate che hanno evoluto strette interazioni biotiche, come le relazioni con gli insetti impollinatori e le micorrize, funghi simbiotici associati alle radici nel sottosuolo – spiega a Nuova Ecologia Costanza Geppert, ecobiologa e prima autrice dell’articolo – Hanno colori sgargianti e sono tipicamente adattate ad ambienti incontaminati, spesso aperti e assolati».

Foto di Giorgio Perazza

Figli dei fiori

Seguendo un trend globale, negli ultimi tre decenni è diminuita anche la numerosità delle circa 80 specie spontanee delle Alpi nord orientali, ognuna con caratteristiche proprie. Un risultato inaspettato e impressionante, arrivato alla fine di una collaborazione molto produttiva nata dalla passione di Perazza per le orchidee nostrane. Dalla fine degli anni ’80 lui e la moglie Michela Decarli, insieme ad altri collaboratori, ne monitorano presenza e abbondanza nella provincia di Trento, dai livelli più bassi fino a circa 3.000 metri di quota. La loro attenta analisi ha permesso di elaborare un protocollo accurato per registrare le coordinate geografiche e il numero esatto di individui di ogni popolazione. Nel 2018, più di trent’anni dopo la prima catalogazione, il gruppo di ricerca di Marini ha deciso di tornare nei luoghi già visitati per valutare se le popolazioni fossero ancora presenti e se fossero avvenute eventuali variazioni ambientali nel territorio. Le orchidee infatti sono piante molto sensibili ai cambiamenti ecologici e possono essere considerate delle sentinelle utili a indicare lo stato di salute degli ecosistemi. «Avevamo informazioni accurate su più di 50.000 rilevazioni di orchidee – riprende la ricercatrice Costanza Geppert – Un dataset di grande valore, un registro prezioso e raro nell’ambito dell’ecologia. Siamo tornati su 463 siti: alcune volte ci siamo trovati di fronte un campo da golf, una strada di cemento o un prato di erba alta e cespugli. Altre volte invece, con gioia, abbiamo ritrovato la stessa popolazione di orchidee segnalata anni prima».
Strano, ma vero. Perché le orchidee sono geofite, cioè piante perenni con un apparato radicale costituito da bulbi o rizomi sotterranei, che resistono alla stagione avversa e riprendono a produrre fiori al ripristino delle condizioni favorevoli. Per questo, le popolazioni si conservano vitali per un tempo di gran lunga superiore a quello del singolo individuo.

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Strette fra clima e suolo

In Trentino però, come nel resto delle Alpi, la destinazione d’uso del suolo è cambiata drasticamente negli ultimi trent’anni. A bassa quota hanno avuto luogo una forte urbanizzazione e l’espansione dell’agricoltura intensiva, mentre alle quote intermedie si è avuta la conversione di prati in vigneti e l’espansione delle aree boschive, causata sia dallo spopolamento delle montagne che dall’abbandono di aree remote, prima utilizzate per il pascolo o per l’agricoltura estensiva. Modifiche problematiche, che hanno favorito la scomparsa degli spazi aperti, con successiva diminuzione della numerosità delle popolazioni di orchidee. «Attualmente il territorio alpino subisce due importanti pressioni – continua Geppert – Il cambiamento dell’habitat, dettato dalla modifica dell’uso del suolo, e l’innalzamento costante della temperatura media, a cui non si può sfuggire. I due aspetti, insieme, influenzano la disposizione e la sopravvivenza delle popolazioni di orchidee». Mettendo a rischio, in definitiva, la conservazione delle specie. Se fa troppo caldo l’areale di distribuzione delle specie si sposta dove il clima è più fresco, un fenomeno noto a livello globale come range shift. Nel caso delle orchidee, lo spostamento avviene verso la cima delle montagne, oltre il limite del bosco. «Per stare al passo con il cambiamento climatico e rimanere nelle proprie condizioni ottimali – dice l’esperta – le popolazioni dovrebbero muoversi alla velocità di 3-5 metri ogni anno. Ci aspettavamo quindi di trovare tutte le specie spostate di qualche metro più in quota».

Foto di Giorgio Perazza

E invece, come sempre più spesso accade, le aspettative sono state disattese. La maggior parte delle popolazioni non riesce a spostarsi perché non trova l’habitat giusto dove far germinare i nuovi semi. Le specie adattate ai prati alpini situati in alto, già oltre il limite del bosco (le Nigritelle per esempio), riescono a salire ulteriormente e a colonizzare le cime delle montagne. Quelle abituate a quote più basse, invece, non riescono a spostarsi perché bloccate dalla barriera del bosco in espansione. «Abbiamo rilevato una diminuzione complessiva delle orchidee e una variabilità interspecifica nelle dinamiche di distribuzione, cioè una diversa reazione delle specie presenti – chiarisce la ricercatrice – Ci sono anche specie più generaliste, che si adattano con maggiore flessibilità, ma tolte queste siamo sostanzialmente a un bivio: più del 50% delle specie sono obbligate a rimanere a bassa quota, dove soffrono per il caldo e dove hanno sempre meno spazi disponibili, mentre altre riescono a scalare le montagne, di cui però raggiungeranno presto la cima, senza ulteriori soluzioni possibili. La perdita di individui è un segnale importante, che nel tempo porterà le specie a essere sempre più a rischio estinzione».

Futuro in quota

Situazione difficile per le orchidee, monitorate da tempo. E ancora peggiore potrebbe essere il destino di tante altre specie di piante di cui non si hanno dati e che stanno scomparendo nel silenzio generale. A questo problema si aggiunge quello della diffusione delle specie invasive, che si adattano facilmente alle temperature elevate. Eppure, c’è ancora una speranza. Le osservazioni dei ricercatori hanno rivelato che le orchidee di habitat umidi, contenuti all’interno di aree protette, non hanno subìto decrementi. Significa che per proteggere il futuro della biodiversità alpina è essenziale riconoscere la giusta importanza agli habitat e garantire che questi siano presenti con continuità lungo l’intero declivio delle montagne. Unica soluzione per offrire alle orchidee la possibilità di resistere e trovare un ambiente favorevole anche nei nuovi paesaggi, impoveriti e alterati dalla nostra miope visione del mondo. Nel frattempo, per ammirarle, possiamo sempre diventare alpinisti d’alta quota.

Leggi anche:

Il ritiro dei ghiacciai mette a rischio le piante alpine

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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