Opere pubbliche, alla scoperta delle rovine di Sicilia

Nell’isola con il collettivo di Alterazioni Video. Fra dighe, chiese e viadotti mai finiti. In cerca di un futuro per le tante incompiute

Diga Blufi

A ottobre Nuova Ecologia ha dedicato un servizio alle “Rovine d’Italia”, così l’avevamo titolato. Raccontava di Incompiuto: la nascita di uno stile, un libro edito da Humboldt Books in cui sono catalogate le 696 opere pubbliche incompiute – su 1.470 censite dal ministero delle Infrastrutture – destinate a restare tali. Attraverso mappe, infografiche e fotografie, il collettivo Alterazioni Video, insieme a Fosbury Architecture, ha individuato in quelle opere un fenomeno così costante da poter essere considerato lo stile architettonico italiano più importante degli ultimi decenni. Inizialmente avevamo pensato a una provocazione, non lo era. Ci era rimasta la curiosità, volevamo toccare con mano. Fare un giro fra queste “rovine contemporanee” con uno sguardo diverso. La scelta è caduta sulla Sicilia, che con le sue 163 incompiute su 696 è la capofila di questo “stile architettonico”. Ad accompagnarci Andrea Masu di Alterazioni Video, che dell’isola s’è innamorato al punto da trasferirsi a Palermo. Gli chiediamo che cosa è successo dopo l’uscita del libro. Ci racconta che è andato bene, «ne hanno parlato anche su Striscia la notizia», che la prima stampa è andata esaurita, che tante tesi di laurea di futuri architetti avranno come oggetto lo stile da loro individuato. Non potrà essere un gran tour, optiamo per un giro da Palermo a Porto Empedocle, situata all’esatto opposto del capoluogo, sulla costa meridionale. Ma prima andiamo a visitare la più celebre fra le incompiute siciliane: la diga di Blufi (nella foto in apertura).

Il colosso delle Madonie

Siamo nel cuore delle Madonie, poco più di 100 km a est di Palermo. La diga che non c’è è monumentale, con una capienza di 22 milioni di m3 d’acqua per un’estensione di 5 ettari e mezzo, come la base della Piramide di Cheope per dare un ordine di grandezza. Avrebbe dovuto distribuire acqua alle province di Agrigento, Enna e Caltanissetta. Una quantità imponente considerando che in tutta la Sicilia sono disponibili 123 milioni di m3. «Il fuori scala è un elemento ricorrente nelle incompiute, soprattutto siciliane», sottolinea Masu. I lavori partono nel 1989 nonostante la contrarietà di cittadini e associazioni per l’impatto che l’opera avrebbe comportato. L’investimento è di 300 miliardi di lire, altri 120 se ne aggiungono per varianti e perizie suppletive. I lavori si interrompono nel ‘95 dopo l’istituzione del Parco delle Madonie, che vieta di prelevare materiale da cave comprese nell’area protetta. Nel 2001 il governatore Cuffaro riapre il cantiere decidendo di utilizzare altre cave. Ma i lavori si interrompono definitivamente nel 2013 perché nel fascicolo non c’è nessun documento che attesti la valutazione d’impatto ambientale.

La diga senz’acqua lo scorso luglio ha preso vita grazie a un gruppo di studenti di architettura, italiani e olandesi, in occasione della giornata di chiusura dell’Incompiuto summer school, ribattezzata “W la diga”, con tanto di grigliata serale insieme ai blufesi. Per l’occasione il sito è stato trasformato in un enorme skatepark da una comitiva di giovanissi- mi palermitani arrivati a Blufi al seguito degli studenti e in una palestra all’aperto per arrampicate (le corde, per chi volesse, sono ancora lì). «Un posto come questo – dice Andrea Masu mentre scat- ta fotografie utilizzando un drone – si apre a tante possibilità, potrebbe anche diventare un parco agricolo o monumentale e chissà che cos’altro».

È in quel chissà che cos’altro la chiave del lavoro di Alterazioni Video. Il libro segna il passaggio fra due fasi. La prima, archiviata, era legata alla creazione del paradigma, dello stile e delle attività legate alla sua promozione. «Ora vogliamo lavorare all’elaborazione e alla sperimentazione di pratiche capaci di riattivare quei luoghi – spiega Masu – tenendo conto che abbiamo a che fare con una serie di oggetti eterogenei, con casi diversi l’uno dall’altro. La nostra intenzione è arrivare alla scrittura di un documento, anzi di più documenti, su come approcciarsi alle incompiute. A partire dalla “cura del trauma”, indispensabile per ricostruire la relazione fra siti e comunità locali». Quel progetto pensato vent’anni prima non ha più senso? Bisogna allora scoprire che cosa ha senso oggi, carpire gli usi informali che si sono svolti ai margini delle incompiute.

Raccogliere elementi dentro un processo che potrebbe arrivare a definire un progetto. «Identificare una nuova vocazione soltanto a valle di un processo più complesso – riprende – Non più definire dall’inizio che cosa quell’architettura debba essere, e non è mai stata, ma ripensare l’intero quadro, incluso il fatto che alcune di queste opere possono restare così come sono».

Resti di cemento

La prima tappa sulla strada verso Porto Empedocle è Calatafimi Segesta, un comune di poco più di seimila abitanti in provincia di Trapani. Alle coordinate 37°54’11.3’’N, 12°53’25.1’’E – tutte le opere incompiute catalogate dal collettivo di artisti sono geolocalizzate – troviamo una chiesa mai consacrata, i cui lavori sono partiti nel ‘92 per non essere portati a termine. Per entrare bisogna scavalcare. Una volta dentro Masu comincia a scattare foto, da quelle panoramiche alla più piccola delle texture. Immagina tanti utilizzi possibili della struttura, arrivata così vicino a essere completata che davvero si fatica a capire il perché a un certo punto i lavori siano stati abbandonati. Siamo in un quartiere periferico della cittadina, dove la chiesa senza fedeli è in buona compagnia, circondata da edifici privati non finiti ed edilizia popolare abbandonata. Di luoghi così la Sicilia è piena, lo stesso non si può dire della tappa successiva. Riprendiamo la statale 188 per raggiungere Gibellina Nuova.

Il centro polifunzionale di Gibellina Nuova

Breve digressione. Nel 1968 il “terremoto del Belice” colpisce una vasta area fra Trapani e Palermo, radendo al suolo numerosi paesi. Fra questi Gibellina, borgo di montagna che non esiste più. Oggi ne custodisce i resti una delle più grandi opere di land art al mondo. Il Cretto di Burri è una tomba di cemento distesa sulle rovine: 8.000 m2 per un labirinto che visto dall’alto è un sudario le cui pieghe rappresentano le vecchie strade del paese. Venti km più a valle sorge Gibellina Nuova, dove vivono i superstiti. Una ricostruzione celebre, sotto il segno dell’arte contemporanea. Come per il Cretto, l’artefice è il sindaco Ludovico Corrao, ex Dc passato al Pci, prima deputato e poi senatore. Morto in circostanze tragiche, a 84 anni, nel 2011. Grazie a lui Gibellina è teatro di una serie di interventi urbani per l’epoca rivoluzionari. Chiese, piazze, monumenti e sculture firmati da una sfilza di nomi eccellenti, fra cui Quaroni, Consagra, Pomodoro, Schifano, Paladino. I fondi Corrao li ottiene con manifestazioni, battaglie parlamentari, escamotage (i lavori per il Cretto di Burri passano come opere di sistemazione idrogeologica), contando sulla generosità di artisti e residenti. Ma ascesa e caduta vanno spesso a braccetto.

A Gibellina nuova nel pomeriggio di un giorno feriale in giro non c’è nessuno, regna il silenzio. Tante opere, il cui valore non si discute, sono in condizioni di abbandono. Sembra una città fantasma. Andiamo a vedere la più nota fra le incompiute, il mastodontico Centro polifunzionale di Pietro Consagra. Mai aperto al pubblico. «Questa roba è arrivata senza il libretto delle istruzioni», scherza Andrea Masu. Le istruzioni stanno provando a riscriverle tre architetti dello studio palermitano Am3, che ne hanno riletto il disegno, riprogettando gli spazi e immaginando un parco agricolo urbano fra aree verdi, spazi sociali e un mercato. Un lavoro sbarcato alla Biennale di Architettura di Venezia. E che fa ben sperare per il futuro. Come fa ben sperare l’entusiasmo di Francesco. Ha visto due stranieri ed è sceso da quello che era stato progettato come il foyer del Centro polifunzionale per invitarci a entrare nei locali che ora ospitano l’associazione Meeting Art Gibellina. Ci accompagna nella sala che ospita una mostra fotografica dedicata al pittore Renato Guttuso, racconta che per tornare a Gibellina ha lasciato l’Emilia e un lavoro sicuro, illustra i tanti progetti che lui e gli altri hanno in mente. «Bisogna sempre alimentare il fuoco» dice. Dal 26 luglio al 31 agosto a Gibellina, dice, ci sarà la seconda edizione del “Gibellina PhotoRoad”, il primo e unico festival di fotografia “all’aperto” e site-specific d’Italia. A organizzarlo Arianna Catania, in passato photoeditor di Nuova Ecologia.

A pochi km da Gibellina Nuova c’è Partanna. Qui l’oggetto della nostra visita è un centro sociale, con spazi adibiti per piccole botteghe artigiane mai aperte, una piazza e un teatro diventato rifugio per piccioni. Un’opera incompiuta che non era stata ancora mappata da Alterazioni Video. Qui sarebbe facile immaginare che cosa farne. E senza voler essere retorici fa rabbia vedere come l’abbandono l’abbia trasformato in un monumento alla noia adolescenziale, fra scritte sui muri e distese di bottiglie frantumate. Come non vedere qui lo sperpero di denaro pubblico, il consumo di suolo, la corruzione, il paesaggio deturpato? «Tutto questo sicuramente c’è nelle opere incompiute e appartiene a una denuncia che è importante ribadire – risponde Andrea Masu – Il nostro progetto cerca però di leggere il fenomeno, di attraversarlo, di riuscire a trasformarlo provando a incidere da una prospettiva artistica. Proponendo un’estetica. Una narrazione che inizia a riconoscere questi oggetti, dando loro dignità in quanto opere incompiute, ci sembra più efficace. Noi pensiamo che queste siano risorse per il territorio. “Incompiuto” è una parola che permette operazioni che non riuscirebbero continuando a chiamarle “ecomostri”, dobbiamo puntare sul mostro cammina con me».

L’interno del teatro di Partanna mai aperto al pubblico

Strade nel vuoto

Porto Empodocle è l’ultima tappa del nostro tour. Sono tante le opere pubbliche incompiute che popolano questo comune, che come Gibellina meriterebbe un articolo a sé. C’è il parcheggio multipiano, enorme, in pieno centro. Il porticciolo turistico, la più gettonata fra le opere da spendere in campagna elettorale. Riannunciato lo scorso novembre per l’ennesima volta. La zona è delimitata, i lavori sembrano in corso. Ma non c’è l’ombra di un operaio, né di qualcuno a guardia del cantiere. Quello però che più colpisce a Porto Empedocle – tratto distintivo dell’Agrigentino e del Nisseno, stile nello stile – sono i viadotti incompiuti. Chilometri e chilometri di strade interrotte e gallerie che non portano da nessuna parte, progettati per servire la zona industriale della città senza congestionare il traffico cittadino con mezzi pesanti. Ci abbiamo camminato, li abbiamo cercati, abbiamo studiato il loro percorso. «Potrebbero diventare parchi urbani, percorsi lenti o ciclabili, luoghi accessibili agli abitanti che ci convivono e hanno bisogno di riappacificarsi con alcuni simboli della vergogna per un territorio – osserva Masu – In Sicilia più che altrove l’incompiuto è architettura fuori scala, con opere faraoniche per comunità di poche migliaia di abitanti».

Il viadotto di Porto Empedocle

Sulla strada verso Palermo, Andrea Masu svela il vero obiettivo che lui e i suoi sodali si sono dati quando, più di dieci anni fa ormai, hanno cominciato a lavorare sulle Rovine d’Italia. «Come Alterazioni Video, dall’inizio, ci siamo dati un traguardo chiaro e non ancora raggiunto: entrare con la parola “incompiuto” nel dizionario della lingua italiana. Non come sinonimo di “non finito”, quello c’è già, ma come definizione di uno stile architettonico. Questo avrebbe un grande significato: assumersi come comunità nazionale la responsabilità di quanto è successo dal dopoguerra a oggi, identificare un fenomeno sul piano della responsabilità collettiva. Riconoscere un tratto della storia recente del nostro Paese». Il fatto di affermare che l’incompiuto sia uno stile, conclude Masu, «non è certo un modo per legittimarlo né per giustificarlo, significa porsi il problema in termini complessi. Riconoscendolo abbiamo la possibilità di sviluppare una serie di strategie per affrontarlo e capire come sia possibile superare una condizione che sembra di stallo».

Foto di Andrea Masu

Inchiesta tratta dal numero di maggio 2019 di Nuova Ecologia