Omofobia contro natura

Nel regno animale l’adozione, anche da parte di coppie dello stesso sesso, ha un obiettivo semplice: aumentare le probabilità di successo del piccolo. Chiunque, compresi i “genitori adottivi” di una specie diversa, può riuscirci. Questione di istinto

foto di un gatto che divide la cuccia sei ermellini

di Rosario Balestrieri *

La maggioranza di noi nell’incontrare un bambino o un cucciolo in difficoltà prova una forte empatia e l’esigenza di aiutare il piccolo, qualcuno di noi se ne fa poi carico per la vita adottandolo. Questa dinamica altruista non è esclusiva del genere umano ma si riscontra in molte altre specie. 

Il primo importante passo è concordare sul termine “adozione”. Potremmo stabilire che adottare significa “allevare prole altrui”, ma se applichiamo questa definizione agli animali anche le vittime della strategia riproduttiva del cuculo (Cuculus canorus) rientrerebbero nel novero dei “genitori adottivi”. Le coppie di capinere, cannaiole, scriccioli e altri uccelli vengono infatti ingannate dalle femmine di cuculo, che “abbandonano” il loro uovo in uno dei nidi di queste specie. Una volta schiuso, il piccolo cuculo uccide i fratellastri in modo che i “genitori adottivi” si prendano cura unicamente di lui, fino al suo pieno sviluppo e conseguente volo verso le aree di svernamento. Le coppie ingannate non adottano consapevolmente il piccolo cuculo, ma lo fanno crescere convinte che si tratti dell’unico loro figlio biologico. In questo caso forse il termine “adozione” risulta improprio in quanto manca del tutto la consapevolezza del gesto. Forse è più opportuno definire l’adozione negli animali come “la scelta di un individuo, una coppia o più individui di sostenere l’allevamento di prole non propria, appartenente o no alla propria specie.”

Pensiamo ai felini e ai canidi sociali, come i leoni e i licaoni: il branco sostiene tutti i cuccioli nati indipendentemente dal grado di parentela (più o meno stretto) e le femmine allattano i piccoli che ne hanno bisogno senza discriminarli rispetto ai propri. Nei leoni questa abitudine è talmente vantaggiosa che le femmine sincronizzano il parto in modo da potersi sostenere vicendevolmente nell’allattamento e nella protezione di tutti i cuccioli. Ma non sono soltanto i mammiferi a mettere in atto questo approccio cooperativo, anche molte specie di uccelli mostrano individui che “adottano” nidi altrui aiutando i genitori biologici a nutrire e proteggere i piccoli. Questi individui così generosi prendono il nome di nest helper e sono stati descritti in oltre 300 specie di uccelli. Gli ornitologi Glen Woolfenden e John Fitzpatrick hanno studiato per anni questo aspetto nella ghiandaia della Florida (Aphelocoma coerulescens) descrivendo una serie di comportamenti inattesi. La maggioranza delle coppie di questa specie si presenta monogama e territoriale, ma in molti casi alla coppia si possono associare altri individui, da uno a sei, che collaborano all’allevamento della prole pur essendo esclusi dalla costruzione del nido e dagli aspetti sessuali. Non depongono né covano, ma procacciano il cibo e alimentano i piccoli che proteggono da eventuali predatori. Questa condizione da “genitore adottivo” si può verificare per un’unica stagione riproduttiva come per sei anni consecutivi. Attraverso osservazioni e esperimenti, gli ornitologi hanno spiegato questo comportamento come una risposta a condizioni ambientali proibitive: nell’impossibilità di allevare prole propria, gli individui cooperano per incrementare il successo riproduttivo dei conspecifici.

Fra gli uccelli si può osservare anche un cambio di comportamento dei genitori al variare del contesto ambientale e sociale, un classico esempio è quello che può accadere in un pollaio. Di norma è la chioccia ad occuparsi dei pulcini, il gallo invece non sembra essere partecipe all’ordinaria gestione dei figli. Se però la chioccia muore o viene allontanata dal pollaio, il gallo può mutare velocemente comportamento, cambiando verso – in senso letterale, passando dal chicchirichì al coccodè – e atteggiamento, ponendosi sempre in prossimità dei pulcini e provvedendo a smuovere la terra con le zampe per facilitare il reperimento del cibo. In questo caso il gallo è il padre biologico, per cui è improprio parlare di adozione, ma è interessante constatare come la necessità possa indurre un animale a cambiare profondamente codice di comportamento, passando da quello paterno a quello materno.  

Sicuramente è capitato a tutti di sentire o leggere di una cagnetta che ha adottato uno o più cuccioli nati da un’altra cucciolata o addirittura di cani che allattano gatti e viceversa. La casistica è davvero vasta ed è sufficiente cercare sul web per trovare innumerevoli video e foto che documentano questi casi. È bene chiarire, considerando l’olfatto estremamente sviluppato di queste due specie, che è impensabile che non distinguano l’odore dei propri figli da quello di altri cuccioli. 

Non sono soltanto cani, gatti e altri animali domestici a effettuare adozioni interspecifiche, anche numerose specie selvatiche ne sono capaci. Una delle più note riguarda un giovane delfino tursiope malformato accudito da un gruppo di capodogli. Provare a comprendere le ragioni di ciò non è assolutamente semplice. «Vorrei entrare nella testa di questi animali per chiederglielo! – dice la giornalista del National geographic Jennifer Holland, che in vari libri ha affrontato la tematica – Possiamo comunque avanzare ipotesi plausibili in base a quello che sappiamo del cervello animale e del nostro. Gli animali si prendono cura istintivamente dei piccoli per aiutarli a sopravvivere e quindi a trasmettere il dna della famiglia. Penso sia un meccanismo fisiologico a spingerli a offrire cure a un altro animale che ne ha bisogno». Holland aggiunge che molti animali, in particolare i mammiferi, sono capaci di empatia: «Potrebbero adottare un altro animale per alleviarne il dolore, la fame o la solitudine – afferma – E poi i mammiferi hanno le nostre stesse strutture cerebrali e lo stesso nostro sistema cerebrale relativo all’emozione, quindi perché no?».

Nel regno animale la gestione della prole presenta un caleidoscopio di sfumature che prevede anche le adozioni “arcobaleno”. Fra le specie in cui le adozioni omogenitoriali sono diffuse ci sono i pinguini e i grifoni. In entrambi i casi le coppie omosessuali, solitamente stabili nel tempo a prescindere dell’adozione, si prendono cura di uova fecondate e abbandonate dalle coppie eterosessuali. Nella quasi totalità dei casi l’adozione consente all’uovo la schiusa e al piccolo nato di essere accudito e di crescere fino al momento della totale autonomia. Fra i casi più noti c’è quello del grifone nato in Olanda, schiuso e allevato da una coppia di padri e liberato nel 2018 in Sardegna nell’ambito di un progetto di ripopolamento della specie. Ancora più famose sono le numerose coppie pinguini seguite dai media nei numerosi zoo del mondo mentre si prendono cura delle uova abbandonate da coppie eterosessuali. La più nota del momento è quella costituita da due padri (Sphen e Magic) ospiti dello zoo di Sydney, diventata un’icona per la comunità Lgbt australiana. Come risulta evidente, l’adozione non è un comportamento che caratterizza unicamente l’uomo ma viene al contrario riscontrata in molte altre specie animali in cui è possibile escludere l’influenza della cultura e le ragioni etiche ed è più facile supporre motivi adattativi ed empatico-istintivi.

Gli animali in cui l’adozione è stata osservata in modo diffuso e frequente sono i nostri parenti più stretti, le scimmie antropomorfe, capaci anche di altri comportamenti altruistici. Il dipartimento di Primatologia del Max Planck institute for evolutionary anthropology ha pubblicato negli anni numerose ricerche che hanno indagato questo aspetto negli scimpanzé in natura. È stato così documentato che circa la metà degli individui orfani muore o cresce con notevoli ritardi nello sviluppo, fisico e relazionale, l’altra metà ha la fortuna di essere adottata, talvolta da parenti, molto più spesso da estranei. Al contrario di ciò che si può pensare, oltre il 50% delle adozioni è a carico di maschi adulti e non di femmine, probabilmente maggiormente assorbite da una genitorialità biologica. Alcuni di questi padri adottivi si sono resi protagonisti di questo “gesto altruista” più volte nella loro vita.   

L’adozione nel regno animale sembra avere un semplice obiettivo: aumentare le probabilità di successo del piccolo rimasto orfano e chiunque, anche se di una specie diversa, seguendo il proprio istinto, con la giusta motivazione ed empatia può riuscirci.

* Naturalista e ornitologo

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