L’olio di palma indonesiano alla Cop25 di Madrid

Al vertice sul clima l’Indonesia tutela i suoi interessi nel mercato mondiale: 20 miliardi di dollari l’anno e una produzione di 31 milioni di tonnellate / La petizione contro l’olio di palma nei carburanti

Olio Di Palma Deforestazione
Madrid, Cop25, al negoziato sul clima le delegazioni governative  hanno tutte un doppio incarico: motivare e negoziare gli sforzi di riduzione delle emissioni di gas effetto serra, ma anche tutelare gli interessi economici nazionali, troppo spesso in contrasto con con quelli planetari. È il caso dell’Indonesia, presente alla Cop con folta delegazione di membri del governo, industriali e lobbisti in difesa delle coltivazioni di olio di palma.

Per comprendere cosa sta bollendo in pentola abbiamo potuto partecipare durante la Cop25 a un incontro organizzato dal padiglione indonesiano il 6 dicembre scorso, a cui era presente anche il viceministro all’agricoltura Musdhalifha Machmud, e un rappresentante del Palm Oil Fund Agency.

In Indonesia l’olio di palma contribuisce ogni anno all’economia del Paese per circa 20 miliardi di dollari e una produzione pari a 31 milioni di tonnellate, la maggior parte della produzione mondiale. Si afferma con certezza che il “mercato non intende fermarsi”, che il trend della produzione crescerà anno dopo anno fino al 2025, per raggiungere i 55 milioni di tonnellate.

È quel che emerge purtroppo dalle recenti cronache dei recenti incendi della foresta tropicale durante la stagione secca di settembre, spesso attribuiti ai piccoli agricoltori, sebbene chi vive il territorio indonesiano li riconduce spesso ai grandi compagnie industriali. Bastano 5000 rupie, neanche un euro, per ingaggiare un piromane.

Il recente rapporto di Greenpeace “Burning down the house” di Greenpeace del novembre 2019 documenta con mappe e foto con localizzatore satellitare come gli incendi dei piromani si sovrappongono alle aree di concessione alla coltivazione delle grandi compagnie: dei 9.960 incendi registrati nel solo mese di ottobre 2019 il 75%, viene attribuito a imprese e gruppi associati a Rspo (Roundtable for Sustainable Palm Oil).

I piccoli coltivatori (il 42% della produzione indonesiana) accedono con difficoltà alla certificazione e sono scarsamente rappresentati nel Rspo. Il dossier di Greenpeace dimostra che la tanto elogiata certificazione di sostenibilità, di verde abbia solo il greenwashing. Ecco perché ha scarso credito internazionale anche la promessa dei governi del Borneo (Malesia e Indonesia) che prometto l’estensione delle forme di certificazione a tutta la produzione entro il 2021.

Gli incendi, soprattutto quelli dell’ultimo periodo, hanno conferito all’Indonesia il primato globale nell’emissione di gas climalteranti. Per non parlare dell’impatto dello sfruttamento della palma da olio sulle comunità indigene, sottoposte a land grabbing – la sottrazione delle terre con violenza –  e la biodiversità, devastata da azioni solo mirate al profitto. La promessa della nuova presidente della Commissione europea Von der Leyen di tassare l’importazione in Europa dei prodotti dannosi per il clima fa tremare l’Indonesia che ha esportato nel Vecchio Continente 5 milioni di tonnellate di olio di palma e derivati nel 2019 (1,5 milioni in Italia, 54% dei quali per carburante).

Eliminare l’olio di palma dai nostri combustibili è quindi esigenza indifferibile per la salvaguardia del pianeta e delle popolazioni rapinate delle loro terre. Come chiede la petizione on line che ha già raggiunto 54 mila firme.