venerdì 22 Ottobre 2021

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Noi siamo oceano

Dal mensile – L’immensa massa d’acqua che ricopre il 71% della superficie del pianeta muove l’economia della natura. È una pompa di calore che regola il clima, assorbe l’anidride carbonica e produce la metà dell’ossigeno che respiriamo. Nutre tre miliardi di persone ed è un sistema linfatico che permette agli elementi chimici di circolare. Per tutto questo, e tanto altro ancora, le Nazioni Unite hanno proclamato la Decade della scienza oceanica in supporto allo sviluppo sostenibile

Primavera inoltrata. Sole alto e aroma di salsedine che profuma l’aria. Il lungomare affollato disorienta lo sguardo a chi da fermo prova a scorgere il mare, sorseggiando il proprio aperitivo, seduto a uno dei mille tavolini da bar che si trovano sul lato opposto della strada costiera, lungo la quale corre una ciclabile. Oltre la folla, la superficie del mare s’increspa sotto la brezza di mezzogiorno, disegnando uno spazio che sembra non avere confini a eccezione della linea di costa, incastonata nel profilo aggrottato dei frangiflutti, e di quella dell’orizzonte, diritta e sfocata, tagliata a bolla dal cielo.

Copertina della Nuova Ecologia di luglio-agosto
Copertina della Nuova Ecologia di luglio-agosto

In fondo al paesaggio marino, uno sterminato spazio blu graffiato qui e là dalle bianche scie delle imbarcazioni, come quelle effimere dietro alle piccole barche della scuola di vela o quelle più persistenti, dietro ai battelli più grandi. Due navi da crociera, la cui mole si staglia sul pelo dell’acqua, attendono di incrociare la via immaginaria che conduce ai moli turistici. Una petroliera prende il largo, appiattita sulla superficie del mare, allungando la sua sagoma nera verso il lato sinistro di un traghetto che procede lento, verso l’isola che si trova a poche decine di miglia dalla costa, meta di turismo balneare, termale, culturale.

Guardando meglio verso il centro della baia, attorno ai piccoli pescherecci allineati lungo il loro molo si allestiscono banchetti, mentre i pescatori mettono mano alle reti. Sul lato della baia che volge a ponente, un antico castello sormonta una penisola che offre riparo a un centinaio di filari di cozze allevate. Poco distante, una boa scientifica compie diligente il proprio lavoro: registrare in continuo la temperatura del mare, più altre variabili d’interesse, con i sensori che fanno la spola lungo la cima di ancoraggio, come fossero yo-yo, dalla superficie al fondo, e viceversa. Sulla spiaggia poco lontana si radunano i primi “bagnanti”. Alcuni montano su un gommone che s’impenna verso una zona di mare semi protetta, ideale per escursioni subacquee. Qualcun altro, affacciato alla loggia che dà sulla riva, semplicemente guarda il mare, lasciandosi ispirare.

Dalla micro…

Andiamo ora alla micro scala. Molecole di gas attraversano la superficie del mare nelle due direzioni, anidride carbonica-ossigeno-anidride carbonica-ossigeno. Ma anche gas dai nomi strani, come il dimetilsulfoniopropionato: prodotto dai numerosissimi micro-abitanti del mare, si volatilizza prendendo quota; dopodiché, quel gas aggrega attorno a sé molecole d’acqua atmosferica, che poco tempo prima si trovavano in mare, innescando così la formazione di nubi che i venti trasportano via, verso le montagne, dove l’acqua piove giù al suolo per poi finire come sempre a ri-cercare una strada verso il mare. Volgiamo di nuovo il nostro micro sguardo al mare: gocce d’acqua rimangono intrappolata nell’aria, diventano aerosol e intraprendono un volo orizzontale che le conduce a decine di miglia dal loro punto d’origine, arricchendo chimicamente l’aria che si respira sulle colline.

…alla macro scala

Per andare alla macro scala: da una stazione spaziale, a 400 km dal suolo terrestre, un astronauta scruta dall’oblò quell’unico oceano che riunisce in sé tutti i mari del mondo. Un oceano tinto di blu e punteggiato qui e là di verde, bianco, marrone e rosso, colorato dal plancton, e quindi dalla Vita nella sua forma primigenia.

Come fin qui raccontato in maniera senza dubbio incompleta, il mare, l’oceano – o come lo chiamavano i greci, pelagos, intendendo con esso le “acque aperte”, distinte nominalmente solo da quelle “chiuse” – è una cornucopia di servizi ecosistemici – definizione un po’ antropocentrica di ciò che potremmo chiamare “condizioni ottimali per il perpetuarsi della vita”. L’unico e solo grande oceano che ricopre il 71% della superficie del nostro pianeta è l’immenso spazio in cui le acque libere si ritrovano in profonda e reciproca connessione. In questo spazio si muove l’economia della natura moderna, basata sul traffico di merci ed esseri (umani e non), veicolata dai motori a scoppio e alimentata a carbonio. Lo stesso carbonio che viene dai fondali oceanici, depositato nel corso degli anni dalle carcasse degli organismi marini.

Ma l’oceano non è solo “spazio”, è anche una pompa di calore che regola il clima. È un sistema linfatico planetario che permette agli elementi chimici, i componenti della materia di cui siamo fatti, di circolare attraverso gli stessi organismi marini. Produce la metà dell’ossigeno che respiriamo, grazie ai piccoli e grandi vegetali marini. Nutre circa 3 miliardi di persone. È un mega sistema di riciclo della materia, che tuttavia nulla può contro materiali come la plastica. Più della metà del carbonio presente sulla Terra è stoccato nell’Oceano e quest’ultimo ha già rimosso gran parte della CO2 emessa dalle attività umane. Va da sé che l’oceano e l’umanità sono strettamente connessi, e gli ecosistemi marini sono nostri alleati nel contrastare i cambiamenti climatici, la principale minaccia alla nostra sopravvivenza. Tanto migliore sarà lo stato ecologico dell’oceano nei prossimi decenni, tanto maggiore sarà la sua capacità di fornirci risorse, beni e servizi, riciclando i nostri “rifiuti”, come la CO2.

Il faro della ricerca

In queste settimane è salpata la “Decade della scienza oceanica” in supporto allo sviluppo sostenibile, proclamata dalle Nazioni Unite per condurre entro il 2030 “alla scienza della quale abbiamo bisogno, per l’oceano che vogliamo.” La “Decade dell’oceano” stabilisce un contesto ufficiale nel quale la ricerca dovrà confrontarsi in maniera decisa con la politica, le attività produttive e la società civile, per rafforzare la gestione dell’ambiente marino a pieno vantaggio dell’umanità e allo stesso tempo agendo in maniera decisa contro la crisi climatica. Fare ciò richiederà il superamento di barriere concettuali, come quelle tra sociologia, economia ed ecologia. Una meta raggiungibile soltanto acquisendo piena consapevolezza del fatto che l’oceano non è (solo) acqua. E che noi siamo oceano.

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Domenico D'Alelio
Ecologo acquatico, ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e vice presidente dell'Associazione italiana di oceanologia e limnologia

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