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Obiettivo fame zero

foto Terra Project/Contrasto di Pietro Paolini

Gli abitanti delle zone rurali producono i tre quarti del cibo mondiale, eppure rappresentano l’80% dei poveri sul pianeta”. Con questo tweet l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) ha descritto di recente uno dei paradossi più colossali delle nostre società. Il cibo che arriva sulle nostre tavole è frutto del lavoro invisibile svolto da miliardi di braccia, che non sono adeguatamente ricompensate né socialmente valorizzate. Eppure proseguono caparbie a svolgere il compito più importante del mondo tra le violenze dei cambiamenti climatici e gli attacchi delle grandi imprese, tra l’indifferenza dei governi e la disattenzione dei consumatori. Forse è per questo che una grande istituzione come la Fao ha deciso di migliorare la sua comunicazione su questo fenomeno, lanciando il decennio dell’agricoltura familiare. Dal 2019 al 2028, l’organizzazione intende aggiornare l’impegno politico a sostegno dei piccoli e medi agricoltori, rafforzando le politiche a vantaggio del settore. “L’agricoltura familiare è cruciale per lo sviluppo sostenibile sotto molti aspetti – ha detto Graziano Da Silva, direttore generale della Fao – Tra questi, lo sradicamento della povertà, la fame e tutte le forme di malnutrizione, nonché la conservazione delle risorse naturali e della biodiversità”. Gli “ingredienti di base” per sostenere con successo i piccoli e medi produttori, secondo Da Silva, passano da un maggiore impegno dei governi, che devono stanziare risorse dedicate, sviluppare politiche pubbliche trasversali e migliorare il dialogo. Nel concreto, le misure vanno dalle garanzie di accesso alle risorse naturali e ai mezzi di produzione fino alla promozione di mercati più inclusivi, magari tramite appalti pubblici dedicati ai prodotti dell’agricoltura familiare.

Oggi nel mondo si contano più di 570 milioni di aziende agricole, il 90% delle quali a gestione familiare. Gran parte si trova in Asia e Africa, mentre l’Europa contribuisce per il 7%. Queste realtà, che compongono la variopinta galassia dell’agricoltura di piccola e media scala, impiegano 1,5 miliardi di persone e producono la gran parte del cibo globale, pur occupando mediamente appena un ettaro di terra. Le aziende sopra i 5 ettari, invece, si trovano per lo più nelle zone ricche del pianeta. Tuttavia, la taglia media di un’azienda agricola varia molto da regione a regione: negli Stati Uniti, ad esempio, è di 180 ettari, in Canada di 315, in Europa di 16 e in Italia di 11.

«Pur essendo una minoranza, le imprese di grande dimensioni influenzano i prezzi e le politiche – spiega Antonio Onorati, membro del coordinamento europeo della Via Campesina, la principale organizzazione internazionale dei piccoli e medi agricoltori – Eppure, queste imprese non sono in grado di sfamare il pianeta, né in termini quantitativi, né in termini di valore e neppure in termini occupazionali. In gran parte del mondo e perfino in Europa, l’agricoltura contadina sfama e produce più di quella industriale. Per la prima volta, la Fao parla di un modello agricolo diverso da quello intensivo, basato su tecnologia, innovazione e bassa occupazione». Secondo la Via Campesina e molte altre organizzazioni della società civile, non basta proteggere l’agricoltura familiare – che coltiva il 75% dei terreni agricoli sul pianeta – dalle mire dei colossi dell’agroindustria: la vera scommessa è ricacciarli indietro, redistribuendo le risorse in favore di un sistema composto da realtà di piccola e media dimensione, a bassa intensità di capitale e ad alta intensità di lavoro.

LE CIFRE

570 milioni
le aziende agricole nel mondo
1,5 miliardi
gli occupati
90%
le aziende a gestione familiare
(Fonte: Fao)

Incubo denutrizione
Le ultime stime Fao, pubblicate nel 2018 su dati del 2016, mostrano che 815 milioni di persone – l’11% della popolazione mondiale – ancora oggi soffre la fame. Un trend in crescita, dopo anni di calo che avevano dato fiato ai sostenitori dell’agricoltura industriale. Invece, tensioni sociali e cambiamenti climatici hanno gettato nell’incubo della fame 38 milioni di persone in più rispetto al 2015, allontanando la comunità internazionale dall’obiettivo “fame zero” fissato dalle Nazioni Unite per il 2030.
La sfida che abbiamo davanti è immensa. Secondo i demografi, sul pianeta cammineranno quasi 10 miliardi di persone entro la metà del secolo. Le stime dicono che, per sostenere la domanda di cibo, la produzione alimentare dovrà aumentare del 50% nei prossimi trent’anni. Secondo Onorati, tuttavia, questi dati vanno trattati con cautela: «Quanta terra dobbiamo ancora mangiarci? Oggi la produzione agricola totale in chilocalorie cresce in proporzione più della popolazione mondiale. Per aumentarla ulteriormente dobbiamo chiederci che tipo di modello può sostenerla. L’agricoltura di piccola scala e decentralizzata è la sola capace di utilizzare il suolo in maniera più sostenibile». Considerato che i terreni dedicati alla produzione di mangimi destinati agli allevamenti intensivi rappresentano un terzo del suolo agricolo mondiale, forse i movimenti contadini non hanno tutti i torti a criticare questo paradigma. Inoltre, un aumento della produzione secondo i trend attuali richiederebbe una superficie di terre arabili grande due volte l’India, obiettivo largamente fuori dalla nostra portata se pensiamo che sia sbagliato colonizzare quasi tutte le foreste, torbiere ed aree incontaminate della terra. Anche perché la deforestazione e i cambi di uso del suolo rappresentano un acceleratore dei cambiamenti climatici.

LE CIFRE
815 milioni
le persone che soffrono la fame (38 milioni in più rispetto al 2015)
11%
la popolazione mondiale che ha difficoltà di accesso al cibo
(Fao 2018 su dati del 2016)

Nelle mani di pochi
L’agricoltura industriale ha un enorme debito con la biodiversità e l’ambiente, e non è saggio continuare a drenare le risorse naturali a questo ritmo. I pesticidi, anche se hanno contribuito ad aumentare la produzione di cereali e frutta, sono responsabili di una vera e propria strage di api e altre specie di insetti. I fertilizzanti hanno reso produttivi suoli poveri, provocando però anche conseguenze dannose: ad esempio, le cosiddette “zone morte” nei mari sono quadruplicate in mezzo secolo, risultato della contaminazione dei fiumi. Anche a livello economico il trend è preoccupante: un pugno di multinazionali oggi detiene il controllo del 60% delle vendite mondiali di sementi. Negli ultimi 10 anni, le Big 6 (Bayer, Basf, Dow Chemical, Dupont, Monsanto e Syngenta) sono diventate Big 4: oltre a Basf, rimasta fuori dalle grandi manovre, Bayer ha comprato Monsanto, Corteva è nata dalla fusione Dow-DuPont, ChemChina ha inglobato Syngenta. Dal 2008 si sono registrate altre 56 acquisizioni, di portata minore rispetto a queste fusioni multimiliardarie, che però hanno contribuito a una ulteriore concentrazione del mercato. I primi a pagarne lo scotto sono gli agricoltori, anche quelli biologici, che vedono ridursi la scelta e aumentare i prezzi. Se gli input agricoli (semi, fertilizzanti, antibiotici e pesticidi) sono ormai gestiti in regime di oligopolio, quel che accade ai livelli successivi della filiera non è molto diverso. A governare il 90% dei flussi commerciali sono appena 10 soggetti e lo stesso vale per l’industria di trasformazione. Anche la distribuzione è gestita sempre più da grandi catene di supermercati, che hanno un ruolo chiave all’interno della filiera alimentare. «Il modello prediletto dalla grande distribuzione – spiega Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra! – è quello di un’agricoltura superintensiva, standardizzata, che porta alla produzione di commodities, cioè alimenti uguali a se stessi. Schiacciato dal marchio e dalle logiche del supermercato, l’agricoltore perde la sua identità e qualunque possibilità contrattuale». La conseguenza di un simile processo di accentramento è una progressiva trasformazione dell’agricoltura, che si traduce nella chiusura delle piccole e medie aziende, incapaci di rimanere sul mercato. Solo nell’Unione europea, tra il 2005 e il 2016 l’Eurostat ha censito la chiusura di 4,2 milioni di imprese – un quarto del totale – quasi tutte sotto i 5 ettari.

foto Terra ProjectContrasto foto di Pietro Paolini

LE CIFRE
67%
le sementi mondiali gestite da quattro aziende (Bayer-Monsanto, Corteva, ChemChina, Limagrain)
70%
gli agrochimici sono in mano alle Big 4 (Basf, Bayer-Monsanto, Corteva, ChemChina)(stime Etc Group su dati Agrow informa)

Campagne d’Europa
Per avere un’idea di quale sia oggi l’impatto dell’agricoltura industriale sull’Europa, occorre sfogliare l’ultimo rapporto dell’International panel of experts on sustainable food systems (Ipes). Secondo il dossier, presentato lo scorso 7 febbraio, l’Europa perde 970 milioni di tonnellate di suolo ogni anno, con oltre l’11% del suo territorio interessato da fenomeni di erosione alta o moderata. La perdita di biodiversità mette a repentaglio una serie di servizi ambientali, tra cui l’impollinazione delle colture alimentari. L’impatto sulle rese si ripercuote sull’economia, con costi pari al 3% del Pil globale ogni anno. Entro il 2030, gli allevamenti saranno responsabili del 72% delle emissioni di metano e protossido di azoto dell’Ue. A tutto questo si aggiunge la dipendenza dall’estero: il 31% della terra necessaria per soddisfare la domanda alimentare di 550 milioni di cittadini comunitari si trova fuori dall’Europa. In altre parole, il Vecchio Continente sta esternalizzando sempre più l’impronta ecologica dei suoi sistemi alimentari. Effetti esacerbati dal fatto che, ogni anno, circa il 20% del cibo prodotto nell’Ue viene sprecato da una popolazione che per il 50% è in sovrappeso e per oltre il 20% soffre di obesità. A questo modello di sviluppo estrattivo, negli anni si è andato contrapponendo quello più sostenibile del biologico. Gli agricoltori bio devono rispettare regole severe sull’utilizzo della chimica nella produzione alimentare, privilegiando alternative naturali e utilizzando tecniche di gestione dei suoli che tendano alla loro conservazione. Ma per molti, gli investimenti e i tempi per arrivare a soddisfare gli standard del bio possono rappresentare uno scoglio. In questo quadro si è progressivamente consolidato il dibattito sull’agroecologia, un concetto sotteso all’idea che si può fare agricoltura sostenibile anche senza certificazione, con tecniche che cercano di ridurre l’impatto ambientale in modo più “informale”. Si tratta di utilizzare metodi naturali per la coltivazione, ridurre l’uso di sostanze chimiche artificiali e aumentare la fertilità del suolo attraverso le rotazioni. L’agroecologia è promossa dai movimenti sociali che si battono per i diritti di un’agricoltura di piccola scala, familiare e biodiversa, caricandola di un significato politico che guarda alla giustizia sociale e ambientale nella produzione.

In quest’ottica, l’agroecologia potrebbe essere intesa come alternativa al modello industriale, rafforzando le colture grazie alla loro diversificazione, anche se a scapito della resa. Al rendimento inferiore, infatti, corrisponde un livello più elevato di nutrienti nel cibo, oltre che una maggiore resilienza e capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. «Questo sistema sta in piedi se viene supportato seriamente da politiche pubbliche – conviene Ciconte – Ma occorre dargli un mercato di sbocco reale. Manca infatti un accesso al cibo etico e di qualità che sia davvero economicamente competitivo. Va bene la critica alle logiche della grande distribuzione organizzata, ma è importante chiarirci su quali alternative valide abbiamo. Bisogna dare una risposta concreta ai tanti consumatori a cui stanno a cuore l’etica e la sostenibilità, ma che non possono partecipare a un gruppo d’acquisto solidale».

LE CIFRE
970 milioni
tonnellate di suolo perse ogni anno in Europa
11%
il territorio europeo interessato da fenomeni di erosione “alta” o “moderata”
20%
il cibo prodotto nell’Ue che viene sprecato
(Fao 2018 su dati del 2016)

Laboratorio Italia
Finora però, le strategie messe in campo hanno soltanto rafforzato la dipendenza da un sistema di produzione alimentare industrializzato, finanziarizzato, standardizzato e orientato all’esportazione. Questo modello genera sistematicamente esternalità negative, che rimangono fuori dal prezzo al dettaglio scaricandosi sul pianeta e sulle generazioni future. L’Italia potrebbe essere un laboratorio per l’agroecologia: un Paese sviluppato ma composto ancora da un forte tessuto di piccole e medie aziende, sebbene in forte calo. I dati dell’ultimo rapporto del Consiglio per la ricerca in agricoltura (Crea) mostrano un crollo del 22% nel numero di imprese, che oggi superano di poco il milione di unità. La maggior parte sono ancora a conduzione diretta del coltivatore, ma con il ricambio generazionale sotto il 7% e i titolari d’azienda con un’età media superiore ai 60 anni, c’è il rischio concreto di un calo degli addetti nel primario italiano. Occorre organizzare l’ingresso dei giovani, tuttavia la Corte dei conti ha da poco denunciato un cattivo utilizzo dei fondi europei destinati a questa misura. E forse sarà proprio ribaltando la politica agricola europea, per renderla più attenta alla equa distribuzione dei fondi, che si potrà orientare il settore verso la sostenibilità sociale, ecologica ed economica.

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019Copertina Nuova Ecologia marzo 2019

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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