martedì 1 Dicembre 2020

Ecco Eurythenes plasticus, la nuova specie di profondità già contaminata da plastica

 

Ne abbiamo fatto un uso sconsiderato, e da qualche anno cerchiamo di fare marcia indietro. L’inquinamento da plastica è uno dei problemi più gravosi del nostro tempo e, a giudicare dalle ultime scoperte, nessun ecosistema ne è rimasto indenne. Gli effetti devastanti dell’utilizzo di materiali plastici si riscontrano ormai in ogni parte del pianeta, persino a 6090 metri di profondità nell’Oceano Pacifico, in particolare nella Fossa delle Marianne, la depressione oceanica più profonda del mondo, dove ancora si nascondono alcuni segreti. Nuove forme di vita, ad esempio, mai viste prima.

Parliamo di Eurythenes plasticus, una nuova specie di crostaceo anfipode dalla forma arcuata e dal corpo stretto lateralmente, con tante zampe e pochi millimetri di lunghezza. La scoperta è stata riportata sulla rivista Zootaxa. I ricercatori dell’Università di Newcastle l’hanno trovata negli abissi, lontana dalle megalopoli, ma analizzando i residui stomacali di alcuni individui hanno riscontrato tracce di polietilene tereftalato (PET), un tipo di plastica usata in una grande varietà di prodotti, dalle bottiglie per l’acqua agli indumenti sportivi. L’ipotesi più accreditata è che i frammenti di materiale plastico (le cosiddette microplastiche) si siano depositate nel fondo della Fossa, diventando facile pasto per gli anfipodi. Le microplastiche, una volta ingerite, veicolano contaminanti. Alcuni possono essere già presenti nelle plastiche sotto forma di additivi, mentre altri vengono assorbiti  nell’ambiente marino, tra questi pesticidi, ftalati, PCB e bisfenolo A e diventano così microframmenti ad alta tossicità.

“La specie Eurythenes plasticus appena scoperta ci mostra quanto siano gravi gli effetti della gestione inadeguata dei rifiuti di plastica – ha dichiarato Isabella Pratesi, direttore Conservazione di WWF Italia – Specie che vivono nei luoghi più profondi e remoti della terra hanno già ingerito plastica prima ancora di essere conosciute dall’umanità. La plastica è nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo e ora anche negli animali che vivono lontano dalla civiltà umana”. Alan Jamieson, ricercatore dell’Università di Newcastle, ha aggiunto che il nome è stato scelto volontariamente “per sottolineare il fatto che dobbiamo agire subito per fermare lo ‘tsunami’ di rifiuti di plastica che si riversa nei nostri oceani”.

Nel mondo, si generano quasi 4 milioni di tonnellate di rifiuti plastici l’anno, di cui oltre l’80% proviene dall’industria degli imballaggi. Secondo il WWF è bene che l’Italia dimostri concretamente all’Europa e al mondo di voler salvare il nostro mare, recependo tempestivamente e correttamente la normativa comunitaria, che stabilisce di bandire entro il 2021 i piatti, le posate, le cannucce in plastica e le aste per palloncini. Inoltre, uno degli obiettivi è la raccolta delle bottiglie di plastica del 90% entro il 2029. Il nostro Paese ha già vietato l’utilizzo di buste di plastica non biodegradabili per la spesa dal primo gennaio 2011, l’uso di sacchetti ultraleggeri di plastica per gli alimenti sfusi, l’uso di bastoncini cotonati non biodegradabili e da quest’anno anche l’uso di microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo, ma i risultati non sono ancora sufficienti. Fortunatamente, non tutti gli individui di Eurythenes plasticus analizzati mostravano tracce di microplastiche ingerite: per il futuro  c’è ancora qualche speranza.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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