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Politica agricola comune, a che punto è l’Europa?

Un'immagine di Ulivi

Cinquantadue miliardi di euro in sette anni. Tanto vale per l’Italia la Politica agricola comune (Pac), una fonte di finanziamento imprescindibile per il settore primario del nostro Paese. A beneficiare degli aiuti sono 1,1 milioni di aziende agricole nazionali (il totale europeo è di 15) per 46 milioni di occupati. La storia di questa cruciale politica comunitaria affonda le radici nelle ceneri del secondo dopoguerra, quando il Trattato di Roma decretò che la neonata Comunità economica europea avrebbe dovuto dotarsi, tra le altre cose, di una programmazione agricola continentale. Da allora il processo è andato perfezionandosi, ma ancora oggi, alle porte della nuova programmazione 2021-2027, non è compiuto. Nata come politica di sostegno al settore primario, per assicurare una tutela dalla concorrenza sui prezzi delle materie prime, la Pac ha preso decisamente la strada della cosiddetta “rivoluzione verde”, rincorrendo il paradigma industriale e dimenticando, fino alla storia recente, il rapporto con gli ecosistemi.

«La maggiore e crescente competitività dell’agricoltura intensiva ha messo fuori gioco le aree marginali – denuncia Damiano Di Simine, responsabile suolo di Legambiente – Queste zone non erano in grado di tenere il passo con quel modello, per le piccole dimensioni delle aziende e per caratteristiche del territorio, e hanno pagato un prezzo molto caro. Per di più la modalità dei sussidi, erogati in misura proporzionale alla superficie aziendale, ha determinato una spinta fortissima alla concentrazione, quindi alla riduzione del numero delle aziende e, di conseguenza, degli occupati».

Per correggere questa deriva, già durante la programmazione settennale 2014-2020, sono state introdotte alcune specifiche norme ambientali. «Il 30% dei pagamenti diretti era vincolato al ‘rinverdimento’ dell’agricoltura, il cosiddetto greening – spiega Danilo Marandola, ricercatore del Centro di politiche e bioeconomia del Crea – Inoltre, il 30% del bilancio dei programmi di sviluppo rurale doveva essere destinato al biologico o a misure vantaggiose per l’ambiente».

Un passo in avanti, che la nuova programmazione dovrebbe perfezionare dal 2021. «Oggi – aggiunge Marandola – l’unico modo per la politica agricola di trattenere le risorse è “vestirsi” di temi ambientali. In questo modo riesce a ritagliarsi un ruolo strategico».

La Pac assorbe al momento circa il 40% del bilancio europeo e distribuisce i suoi aiuti secondo due binari, che vengono chiamati “pilastri”. Il primo è quello dei pagamenti diretti, che coprono il 70% dell’intero budget. La maggior parte di questa quota (circa il 60%) viene erogata in base ai titoli in possesso di ciascun agricoltore, calcolati in proporzione al numero di ettari di superficie considerata “ammissibile”. Una parte minore (30%) è vincolata al rispetto di misure di greening, mentre la quota restante è destinata al pagamento accoppiato (un sussidio supplementare destinato a produzioni strategiche) e ai giovani agricoltori.

Accanto al primo pilastro ve n’è un secondo, destinato allo sviluppo rurale. Si compone di programmi di investimento, modernizzazione e sostegno ad attività nelle campagne. Gli aiuti sono cofinanziati in ugual misura dall’Ue e dagli Stati membri e la loro distribuzione viene organizzata dalle Regioni tramite i Programmi di sviluppo rurale (Psr). I beneficiari sono una platea minore: in Italia, ad esempio, si parla di circa 400mila aziende agricole, pari a poco più di un terzo del totale.

È soprattutto in questo canale di finanziamento che sono inserite condizioni per favorire uno sviluppo dell’agricoltura sostenibile. Ma secondo Damiano Di Simine, «per la complessità e onerosità delle procedure, è stato solo in minima parte intercettato da chi maggiormente ne avrebbe avuto bisogno. La riforma, stando all’attuale proposta della Commissione per come è stata discussa fino ad ora, abbasserà le risorse disponibili del 5% e a farne le spese sarà soprattutto il secondo pilastro».

Inoltre, la nuova Pac regalerà molta più autonomia agli Stati membri, che potranno redigere e condurre il proprio piano nazionale, definendo le priorità su cui allocare le risorse per lo sviluppo delle aree rurali. «Fare una regola uguale per tutti dalla Danimarca a Malta non è semplice, anzi, di solito è molto difficile. È per questo – dice Danilo Marandola – che la proposta della Commissione europea per la nuova programmazione punta a lasciare la strategia in mano agli Stati».

Non mancano i timori che, attenuandosi la regia europea, le spinte corporative agroindustriali condizioneranno in peggio le priorità dei governi. In ogni caso, bisognerà attendere probabilmente più del previsto per vedere applicata la riforma della Pac. Il Parlamento Ue sta cercando di votarla prima della tornata elettorale di maggio, ma potrebbe non bastare a concludere l’iter entro il 2020. Subito dopo, infatti, dovrebbe prendere il via il negoziato fra le istituzioni comunitarie riunite nel cosiddetto “trilogo” (Commissione, Parlamento e Consiglio), che avrà luogo quando l’assemblea di Strasburgo avrà rinnovato membri ed equilibri. Dopo l’approvazione, ciascuno Stato membro dovrà definire i piani nazionali, dai quali dipenderà l’implementazione della riforma. «E vista la posizione poco ambiziosa dell’Italia – conclude Damiano Di Simine – certo non saremo noi a guidare il cambiamento».

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019

Copertina Nuova Ecologia marzo 2019

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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