Non solo Brasile

In prima linea nella tutela ci sono i nativi di tutta la regione

Amazzonia

In prima linea nella difesa del territorio e dei diritti non ci sono solo gli indios brasiliani, ma tutti quelli della regione amazzonica. In Bolivia, investita come il Brasile dall’emergenza incendi, i popoli e le organizzazioni indigene della Conca Amazzonia sono in lotta per l’abolizione della legge 741 varata da Evo Morales, che autorizza la pratica del chaqueo (taglio e brucia), usata dagli allevatori per liberare le terre per il pascolo. In Colombia, Ecuador e Perù ad affliggere i nativi è l’estrazione petrolifera e mineraria e lo sviluppo di infrastrutture. Numerose le minacce ricevute dai capi tribù nei dipartimenti di Caquetá, Putumayo e Guaviare, in quello che viene considerato il secondo Paese più pericoloso al mondo per gli attivisti ambientali, stando all’ultimo rapporto della ong Global Witness. In Ecuador, Amnesty International ha lanciato una campagna in difesa dell’attivista indigena Salomè Aranda, leader del popolo Kichwa, in pericolo per aver denunciato l’impatto degli idrocarburi e gli abusi subiti dalle donne indigene. Con lei Patricia Gualinga, leader dei Sarayaku, che nel 2012 ha ottenuto una storica vittoria contro la lobby del petrolio. Come il popolo Waorani, che lo scorso maggio è riuscita a sottrarre 200.000 ettari di foresta ai magnati del petrolio avvalendosi del diritto al consenso previo libero e informato (Convenzione Ilo 169). In Perù fra 2010 e il 2015 sono stati cinquanta gli attivisti indigeni uccisi, donne nella grande maggioranza dei casi.
Papa Francesco visitando Puerto Maldonado, la porta dell’Amazzonia, ha dichiarato che “la violenza contro le donne e gli adolescenti è un grido che sale al cielo”. Criticità, che saranno affrontate durante la X Marcia degli indigeni, lanciata dal Coica, che raccoglie oltre 4.500 comunità sparse fra Brasile, Perù, Ecuador e Bolivia, incentrata quest’anno contro i decreti e le leggi che distruggono l’Amazzonia.