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Next generation Eu, futuro prossimo

Bruxelles chiede di investire i finanziamenti del Next generation Eu in progetti in linea con il Green deal. Soluzioni a confronto per non perdere un’occasione storicaDAL MENSILE DI OTTOBRE– “Abbiamo adesso un’enorme opportunità e responsabilità, quella di traghettare l’Italia verso una ripresa economica più sostenibile e inclusiva, alimentando con i fondi a disposizione il Green new deal”. Roma, 21 luglio 2020. Con queste parole cariche di aspettative, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa commentava a caldo l’approvazione da parte dei leader europei del Recovery fund, il fondo per la ripresa che raccoglierà 750 miliardi di euro sui mercati da distribuire agli Stati membri dell’Ue: 390 sotto forma di sussidi, altri 360 tramite prestiti. Una pioggia di liquidità che dal cielo dell’Europa unita non si era mai vista cadere. Cifre importanti, dunque, attraverso cui il “Next generation Eu” – questo il nome ufficiale del piano di finanziamenti lanciato dalla Commissione europea – punta a risollevare le sorti economiche dei tanti Paesi che sono stati messi a durissima prova dagli effetti della pandemia Covid-19. Le risorse verranno distribuite fra il 2021 e il 2023 e saranno disponibili fino al 2026, dal 2027 scatteranno le richieste di rimborso dei prestiti.

Quelli in arrivo da Bruxelles non saranno però finanziamenti alla cieca. I Paesi che ne beneficeranno dovranno infatti usarli per sviluppare i settori individuati come prioritari dal Green new deal europeo: salute prima di tutto, e poi innovazione, formazione e transizione ecologica. Un settore, quest’ultimo, verso cui dovrà essere direzionato il 37% delle risorse disponibili. Le cose da fare, d’altronde, non mancano: riduzione dei gas serra entro il 2030, strutturazione del processo di decarbonizzazione, affinamento delle tecnologie per la cattura e il sequestro del carbonio, maggiore efficienza energetica, potenziamento delle rinnovabili e dello sfruttamento dell’idrogeno, aumento dei volumi di riciclo e impiego di materie prime seconde, implementazione delle varie formule di mobilità sostenibile, riduzione degli sprechi e maggiore sostenibilità di tutti i processi legati all’agricoltura. Interventi da spalmare sul medio-lungo periodo, il cui orizzonte comune dovrà essere quello di trasformare “l’immane sfida di oggi in possibilità, non soltanto aiutando l’economia a ripartire, ma anche investendo nel nostro futuro”, come chiesto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Sostanziosa la fetta di finanziamenti che andrà all’Italia: in totale 209 miliardi di euro, di cui 81 in sussidi e la restante parte in prestiti. Un primo acconto, pari al 10% della somma complessiva, dovrebbe arrivare nel secondo trimestre del 2021, il resto nell’arco di cinque anni. Entro ottobre dovrà essere presentata una prima bozza del “Recovery plan”, vale a dire un piano nazionale con l’indicazione delle riforme e degli investimenti pubblici che il governo intende portare avanti con i soldi del Recovery fund. Il dibattito politico degli ultimi tempi su come dovrebbero essere spesi questi fondi non è stato però rassicurante: sono spuntati progetti che sembravano ormai del tutto archiviati (il tunnel sotto lo Stretto di Messina in alternativa al ponte), si è parlato di sostegno alle fonti tradizionali e non a quelle alternative (vedi il piano avanzato da Eni per confinare la CO2 nei fondali marini in Alto Adriatico) e non sono mancati gli annunci di nuove colate di cemento (con nuove autostrade al Nord). Insomma, come era prevedibile la politica sta guardando a questo fondo per la ripresa come a un bancomat dal quale prelevare cash con disinvoltura. Pensarla così è però sbagliato: sia perché in contraddizione con quanto chiede l’Ue; sia, soprattutto, perché questo potrebbe ritorcersi contro l’Italia. “Un’impostazione del piano nazionale che trascurasse gli indirizzi del Green deal europeo genererebbe un prevedibile contenzioso con la Commissione, allungherebbe i tempi e ridurrebbe le possibilità di utilizzo delle risorse europee”, ha spiegato con chiarezza Edo Ronchi, presidente del Circular economy network (Cen).

Roberto Morassut, sottosegretario del ministero dell’Ambiente, garantisce però che le richieste dell’Ue verranno rispettate. «Siamo passati dalle parole ai fatti – dichiara a Nuova Ecologia – Il 37% del Recovery Fund andrà a coprire gli obiettivi del Green new deal europeo. Cambia il nostro modo di concepire lo sviluppo, non dovrà più essere dannoso per il pianeta. È un investimento sul futuro dei nostri figli». Sul fronte dei rifiuti, settore su cui sono concentrate tante attenzioni, verranno stanziati 1 miliardo e 750 milioni per nuovi impianti di trattamento della frazione organica e per l’ammodernamento di quelli esistenti. Altri 600 milioni andranno all’efficientamento dei Tmb e 200 per realizzare strutture per il recupero dei Raee.

Quel che serve al nostro Paese, ora più che mai, è più in generale cambiare mentalità e concentrare energie e proposte verso un piano di ripresa economica e sociale in grado di guardare al futuro, oltre questa emergenza. Da mesi Legambiente chiede all’esecutivo un cambio di passo deciso affinché le risorse in arrivo da Bruxelles vengano investite secondo una strategia di ampio respiro che abbia fra i suoi punti cardine la lotta alla crisi climatica, l’accelerazione dell’economia circolare, l’innovazione industriale, la realizzazione di 170 opere pubbliche, lo sviluppo dell’agroecologia, la tutela delle aree protette e un salto di qualità del turismo sostenibile. «Purtroppo, però, le anticipazioni che stanno emergendo dai dossier dei singoli ministeri dicono che con questi finanziamenti si sta provando a mettere insieme il diavolo con l’acqua santa – afferma Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – Non è possibile pensare di costruire ferrovie al Sud e, allo stesso tempo, parlare di ponte o tunnel nello Stretto. Per far ripartire l’Italia si deve puntare su altro: sulla conversione ecologica dell’economia e dell’industria, sulla decarbonizzazione dei cicli produttivi, sull’innovazione tecnologica per permettere di chiudere il ciclo dei rifiuti, sulla mobilità sostenibile». Un monito lanciato anche da Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club e del coordinamento Free. «L’Ue lo dice in modo inequivocabile: buona parte delle risorse devono essere destinate esclusivamente a progetti di conversione ecologica e per la tutela dell’ambiente e tutti gli investimenti fatti con finanziamenti arrivati dal Recovery fund dovranno essere analizzati in base a questo criterio», sottolinea.

Di pari passo servirà sbloccare l’annosa questione dei processi di semplificazione, alla cui risoluzione non sono serviti né il decreto Rilancio né quello Semplificazioni. E occorrerà fare in modo che l’Italia sfrutti l’enorme vantaggio che ha rispetto ad altri Paesi, vale a dire il Gpp (Green public procurement) già in vigore, “costringendo” l’amministrazione pubblica, una volta stanziati i fondi del Recovery fund, ad attenersi al rispetto dei Cam (Criteri ambientali minimi) per l’acquisto di prodotti e servizi e l’assegnazione di appalti. Tematica, questa, al centro del Forum Compraverde (8-9 ottobre, Roma). «Il rilancio dell’economia italiana passa per il rispetto della legge – conclude il presidente di Legambiente – Il fatto che ancora troppe stazioni appaltanti pubbliche nei ministeri, nelle partecipate e nei Comuni non rispettino l’obbligatorietà dei Cam nei bandi di gara, è una cosa che va assolutamente sanata». Presto ci saranno le risorse per progettare un vero rilancio del Paese. Investirle pensando solamente alle esigenze o agli interessi del momento significherebbe perdere un’occasione storica. E continuare a guardare il futuro da lontano.

L’INTERVISTA AD ANDREA FLUTTERO: “Una regia per valutare gli impianti da finanziare”

Manca un piano per la transizione circolare condiviso fra imprese, istituzioni e cittadini. È questo per il presidente di Fise Unicircular il gap da colmare con le risorse in arrivo da Bruxelles

Con un tasso di circolarità del 17,7%, più alto della media Ue ferma all’11,2%, l’Italia potrebbe sembrare il Paese meno bisognoso dei fondi in arrivo con il Recovery fund. Ma non è affatto così, come dimostrano il numero degli occupati nel settore che cresce meno di quanto dovrebbe e la carenza di impianti per la gestione e la rigenerazione dei rifiuti. Secondo Andrea Fluttero, presidente di Fise Unicircular (Unione imprese economia circolare), per sfruttare al meglio le risorse messe a disposizione dalla Commissione europea la soluzione dovrebbe essere «una cabina di regia nazionale in grado di certificare la coerenza con il piano dei progetti impiantistici da sostenere finanziariamente».

Oltre questo coordinamento, che cos’altro servirebbe?
Strumenti di sostegno finanziario per la realizzazione dell’impiantistica necessaria alla costruzione di un modello circolare in ogni anello della catena del valore, e finanziare la ricerca e l’innovazione per l’ecoprogettazione dei prodotti nuovi. Serve inoltre la creazione di un sistema che garantisca, tramite un forte aumento del Gpp e il governo delle variabili di mercato, sbocchi più sicuri ed economicamente sostenibili per le materie prime seconde.

A metà agosto il governo ha recepito il pacchetto normativo Ue sull’economia circolare. Quali sono gli ostacoli che impediscono un’applicazione capillare di queste norme nei territori?
Innanzitutto, la mancanza di un piano nazionale per la transizione circolare chiaro, completo, trasparente e condiviso con le imprese, le istituzioni pubbliche e i cittadini. È poi necessaria una struttura in grado di accompagnare questa profonda trasformazione, garantendo supporto scientifico alle istituzioni locali e certezze ai cittadini, aiutandoli a superare la diffusa ostilità e il pregiudizio verso la costruzione degli impianti.

Fra gli End of waste da approvare a quale darebbe priorità?
Con una provocazione, direi tutti. Una soluzione potrebbe essere puntare su un End of waste dinamico, basato su criteri e condizioni previsti dall’articolo 6 della direttiva 2018/28, da verificare in sede di procedimenti autorizzativi caso per caso sulla base di linee guida o protocolli per singole filiere, più semplici da adeguare, adottati a livello centrale per assicurare la necessaria omogeneità.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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