Lo Stato di New York abbandona il carbone, una svolta green che preoccupa gli ex operai

Chiude l’ultima centrale elettrica a carbone, fulcro vitale per la comunità di Barker. I lavoratori sono orgogliosi di essere parte della trasformazione green del pianeta, ma tra difficoltà economiche e perdita di posti di lavoro, confessano la loro preoccupazione per il futuro / Addio ai combustibili fossili, il fondo pensionistico svedese AP1 verso l’obiettivo “emissioni zero”L’inquinamento atmosferico riduce di 3 anni l’aspettativa di vita

È a Barker l’ultima centrale elettrica a carbone dello stato di New York, negli Stati Uniti d’America. Il vapore bianco sfugge dalla sua ciminiera come uno striscione che vola nel vento, visibile per miglia e miglia dai campi agricoli pianeggianti che si distendono intorno al lago Ontario. Ma non si vedrà per molto ancora. In questo mese, in un giorno ancora sconosciuto, i 44 lavoratori rimasti alla Somerset Operating Company la spegneranno per l’ultima volta. Avevano pianificato da tempo di riunirsi nella sala buia accanto alla turbina ruggente dell’impianto, come una cerimonia, mentre tutto si spegne per sempre. Ma ora le restrizioni del Coronavirus potrebbero negare loro quel momento di commiato. La comunità locale, che da sempre vive pienamente intorno allo stabilimento, è preoccupata per le conseguenze di questa chiusura, come si evince dalle testimonianze riportate sul New York Times da Anne Barnard.

“Questa centrale è la mia vita”, dice Darlene Lutz, 60 anni, in lacrime. Ha iniziato a spalare carbone da giovane, poi è cresciuta diventando la prima e unica ingegnere di sala della fabbrica. Aveva persino convinto suo marito ad accettare un lavoro lì. In tutto il paese, le centrali a carbone stanno scomparendo, con incentivi volti a ridurre le emissioni di gas serra e a passare a fonti di energia pulita e rinnovabile. Questo comporta delle sfide per tutti: la perdita di posti di lavoro, gli sforzi per la riqualificazione dei lavoratori e le difficoltà per la bonifica dei siti. Era già un momento difficile, e ora lo Stato deve combattere gli intoppi economici generati dalla più grande epidemia della nazione. Ogni stabilimento ha una storia specifica nella comunità, e ogni comunità ha la sua storia di resistenza.

Qui, nell’angolo nord-occidentale di New York, a circa un’ora di macchina da Buffalo, la storia è quella di un luogo di lavoro insolitamente compatto. La chiusura dell’impianto è anche un primo test della nuova legge sul clima dello stato, una delle più ambiziose della nazione. Questa legge, approvata l’anno scorso, dovrebbe trasformare la rete energetica dello stato in una rete senza carbonio entro il 2040, cosa che, secondo i funzionari, non può essere fatta senza eliminare l’energia del carbone.

“Mentre il governo federale continua a sostenere la fine dell’industria dei combustibili fossili, nega il cambiamento climatico e riduce le protezioni ambientali – ha detto Basil Seggos, il commissario del Dipartimento di Stato per la Conservazione dell’Ambiente – ma la chiusura della nostra centrale a carbone fa onore al nostro impegno”. La legge sul clima dovrebbe anche creare migliaia di nuovi posti di lavoro, tra cui posti di lavoro sindacali molto remunerativi, al pari di quelli che i dipendenti dello stabilimento del Somerset stanno perdendo. Ma i funzionari statali dicono che la maggior parte di questi posti di lavoro sarà nelle aree popolose dello stato. Ciò significa che ci sono scarse prospettive per le persone che perderanno o hanno già perso posti di lavoro nello stabilimento del Somerset, che al suo apice vent’anni fa impiegava diverse centinaia di lavoratori.

“È una chiara espressione della considerazione delle comunità montane e rurali: in qualche modo contiamo un po’ meno” ha detto Robert G. Ortt, il senatore dello stato che rappresenta la zona. Per contribuire a realizzare i suoi ambiziosi obiettivi, il governatore Andrew M. Cuomo ha recentemente emanato delle regole che renderebbero più facile ottenere il permesso di costruire siti di energia rinnovabile, comprese le turbine eoliche e i pannelli solari, permettendo ai richiedenti di aggirare le normative locali. 

Ma rimane il problema della perdita dei posti di lavoro, e della necessità di inserire nuovamente gli operai più giovani. Lo stesso Ortt ha chiesto al governatore di dare un lavoro ai lavoratori dell’impianto che non hanno ancora raggiunto l’età pensionabile. “Mi preoccupo solo per i ragazzi che hanno 40 anni” – ha detto John Mason, il direttore operativo dello stabilimento – alcuni di noi stanno andando in pensione, alcuni di loro sono abbastanza giovani da ricominciare da capo, ma per quelli che sono nel mezzo, è veramente dura”. Il Dipartimento del Lavoro ha inviato dei formatori per insegnare ai lavoratori come scrivere i loro curricula, ma Brian Gregson, il direttore dello stabilimento, sostiene che i curricula non sono il punto di forza degli operai, il cui valore non si misura in titoli, ma in mestiere e in etica del lavoro. “Questi lavoratori – dice – hanno bisogno di un impegno più attivo e di una formazione più dinamica. Sono ragazzi della terra”.

Ascoltare gli ex operai significa assaporare il senso di impotenza di chi è lasciato indietro dalla tecnologia e dalla politica. Per loro, e per gran parte della comunità, lo stabilimento rappresenta qualcosa di più di un lavoro: è una questione di identità. Tutti gli ex dipendenti parlano con orgoglio dell’impianto. Un anello di sei miglia di binari ferroviari portava il carbone che veniva sbattuto su nastri trasportatori coperti, schiacciato in polvere e bruciato. Gli edifici formavano forme monumentali incrociate, come in un disegno di Escher. Ricordi di una vita che non si dimentica facilmente. 

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