martedì 19 Gennaio 2021

Nessun Paese in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi

La classifica annuale delle prestazioni sui cambiamenti climatici del Rapporto di Germanwatch, Can e NewClimate Institute: nessun Paese sul podio, quarta la Svezia ultimi gli Usa. L’Italia scende al 27° posto. Legambiente: invertire la rotta con il Piano nazionale di ripresa

Oggi è stato presentato il rapporto annuale di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta, realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia. Nel rapporto si prende in considerazione la performance climatica di 57 paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso, che insieme rappresentano circa il 90% delle emissioni globali. La performance è misurata, attraverso il Climate Change Performance Index (CCPI), prendendo come parametro di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030. Il CCPI si basa per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo sia delle rinnovabili che dell’efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica.

Anche quest’anno le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite, in quanto nessuno dei paesi ha raggiunto la performance necessaria per contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici in corso, in coerenza con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, e non superare la soglia critica di 1.5°C.

Al 4° posto si classifica si conferma la Svezia grazie ad una politica climatica avanzata, ma non ancora in linea con gli obiettivi di Parigi, seguita dal Regno Unito e dalla Danimarca. Tre Paesi in via di sviluppo si posizionano nella top ten: Marocco (7°), Cile (9°) ed India (10°). Fanno un importante passo in avanti sia il Portogallo (dal 25° al 17° posto) che la Nuova Zelanda (dal 37° al 28°). In ultima posizione, dietro anche all’Arabia Saudita (60°), si confermano gli Stati Uniti (61°) che continuano ad indietreggiare in tutti gli indicatori grazie alla deregulation ambientale dell’Amministrazione Trump.

Ancora un passo indietro per l’Italia che scende al 27°posto rispetto al 26° dello scorso anno. Risultato raggiunto per il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (31°) e per una politica climatica nazionale inadeguata agli obiettivi di Parigi. Infatti, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di solo il 37% con una riduzione media annua, a partire dal 2020, di appena l’1.7%. Obiettivo fortemente inadeguato. Come evidenzia l’Emissions Gap Report delle Nazioni Unite, dal 2020 al 2030 le emissioni devono essere ridotte del 7.6% l’anno per contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C.

L’Unione europea, invece, migliora la sua posizione, salendo al 16° posto rispetto al 22° dello scorso anno, grazie alla decisione di rivedere l’attuale obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030. Ma si deve andare ben oltre il 55% proposto dalla Commissione e fare un ulteriore passo in avanti rispetto al 60% chiesto dall’Europarlamento nel recente voto sulla Legge europea sul clima. L’Europa può e deve ridurre le sue emissioni di almeno il 65% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, in coerenza con l’obiettivo di 1.5°C dell’Accordo di Parigi. Cruciale è la decisione del Consiglio Europeo del prossimo 11 dicembre, chiamato a trovare un accordo tra i governi europei sul nuovo obiettivo al 2030. Proprio alla vigilia del “Climate Ambition Summit” di Parigi dove, oltre a celebrare il quinto anniversario dell’Accordo, i leader mondiali dovranno annunciare l’aumento degli impegni di riduzione sottoscritti il 12 dicembre 2015.

ranking CCPI 2021Anche l’Italia può e deve fare la sua parte. Ma serve un drastico cambio di passo rispetto all’attuale Piano Nazionale Integrato Energia e Clima. Il PNIEC, infatti, consente di raggiungere entro il 2030 un livello di riduzione delle emissioni di solo il 37%, con una proiezione al 2050 di appena il 64%, fondandosi essenzialmente sulla continuazione delle misure esistenti e rimandando tutto al dopo 2030. Una politica del rinvio inammissibile. Gli anni da qui al 2030, sono gli anni cruciali per fronteggiare l’emergenza climatica. Non va pertanto sprecata la grande opportunità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). L’Italia ha a disposizione ben 209 miliardi da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l’emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un’azione climatica ambiziosa, in grado di colmare i ritardi del PNIEC ed accelerare la decarbonizzazione dell’economia italiana in coerenza con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Solo così l’Italia potrà essere protagonista in Europa nella lotta all’emergenza climatica. E contribuire a dare gambe ad un vero Green Deal Europeo che veda l’Europa leader nella transizione verso un’economia globale libera da fonti fossili, circolare e a zero emissioni.

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Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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