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Trent’anni di Legge sui Parchi, la revisione è necessaria

Assenza di modelli partecipativi, scarse risorse tecnico-scientifiche, disomogeneità di fondi e organici. Per fare delle aree protette soggetti di cambiamento serve un “tagliando” alla legge

Concessione di licenze a Eni per la perforazione di pozzi petroliferi. Niente di anomalo se non fosse che il nulla osta è stato rilasciato nel 2016 dall’Ente Parco nazionale dell’Appennino Lucano, Val d’Agri e Lagonegrese. Un tentativo innaturale di far convivere nello stesso territorio interessi energetici legati allo sfruttamento di fonti fossili e tutela di aree protette. E che oggi rappresenta uno dei campanelli d’allarme rispetto alla necessità di mettere mano in modo a una riforma della legge 394/91. «In questi anni la legge ha dato un contributo significativo alla tutela del Paese – spiega Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – E se oggi siamo leader in Europa per la biodiversità è anche per merito di questa norma. Ma per affrontare la sfida di triplicare la percentuale di territorio protetto serve aggiornarla, perché non regge più. È nata in una fase in cui c’era una reale collaborazione tra Stato e organi periferici. Oggi questo scenario non c’è più perché si punta alla separazione delle realtà, dei ruoli e dei compiti. E la legge di questo ne risente. Quando è stata approvata la modifica del Titolo V della Costituzione, il ministero dell’Ambiente d’accordo con le Regioni ha distinto le competenze, dimenticando che la tutela della natura non è un recinto ma un bene di tutti e come tale deve essere messa al centro di una strategia globale. C’è bisogno di riprendere un lavoro di condivisione tra le istituzioni che negli ultimi anni è venuto meno». Ma non solo. Le ultime direttive europee in materia non sono state recepite dalla nostra legge. La 394 non prevede modelli partecipativi nella gestione di Parchi e Aree protette al passo coi tempi, e questo nonostante il fermento di imprese e attività nuove che rispondono a una voglia di ecoturismo cresciuta moltissimo, specialmente durante la pandemia. Inoltre, la norma non è supportata da politiche aggiornate alle nuove minacce che incombono sulla biodiversità, a cominciare dall’impatto del cambiamento climatico. Su questo fronte gli enti gestori sono rimasti indietro, e la recente approvazione del decreto “Incendi”, che non prevede al suo interno interventi per la mitigazione degli effetti della crisi climatica, ne è l’espressione plastica.

«La rete dei Parchi è cresciuta tantissimo in questi trent’anni, abbiamo una buona copertura sul territorio nazionale e delle ottime pratiche – commenta Piero Genovesi, responsabile fauna, pianificazione territoriale e aree protette di Ispra – Nel complesso si soffre però una mancanza evidente di quelle capacità tecnico-scientifiche necessarie per monitorare e intervenire tempestivamente a tutela della biodiversità. Il risultato è che le aree protette non sempre svolgono quel ruolo di laboratorio a cielo aperto che inizialmente era stato pensato per loro». Un altro aspetto critico è la disomogeneità del quadro complessivo, con alcuni parchi – specie quelli nazionali, che hanno più risorse a disposizione e sono più solidi – a rappresentare delle eccellenze e altre realtà – soprattutto i parchi regionali e le aree marine protette – che sono fortemente sotto finanziate e con organici esigui e sprovviste di competenze. «Eppure sono proprie quest’ultime le aree più critiche – prosegue Piero Genovesi – Dai dati Ispra emerge infatti che i contesti più a rischio sono gli ambienti costieri, quelli dunali o legati a corsi d’acqua».

Altro nodo da sciogliere è quello legato al Pnrr e agli interventi che effettivamente andranno in cantiere nell’ambito della “Mission 2” per “salvaguardare la qualità dell’aria e la biodiversità del territorio attraverso la tutela delle aree verdi, del suolo e delle aree marine”. In riferimento ai 24 Parchi nazionali e alle 31 Aree marine protette presenti in Italia, si parla di investimenti in digitalizzazione per tre ambiti definiti “strategici”, ovvero la “conservazione della natura”, i “servizi ai visitatori” e la “semplificazione amministrativa”. Si parla anche di “rinaturazione dell’area Po” per recuperare “il corridoio ecologico rappresentato dall’alveo del fiume e dalle sue fasce riparie”, con la “riqualificazione di più di 1.500 ettari e la riattivazione e riapertura di 51 milioni di metri cubi di lanche e rami abbandonati”. Troppo poco rispetto alle sfide che abbiamo di fronte. «Non può bastare la messa in rete dei parchi per permetterne una migliore fruizione – puntualizza Antonio Nicoletti di Legambiente – Le risorse del Pnrr devono essere investite per mettere gli enti che gestiscono le aree protette nelle condizioni di utilizzare le nuove tecnologie in attività di prevenzione di eventi critici e mitigazione dei cambiamenti climatici e dei rischi, come droni e sistemi satellitari per il monitoraggio. Mentre il documento, di fatto, banalizza il ruolo dei Parchi per come la politica ha fatto finora. E di tutto questo anche gli enti gestori sono responsabili. Non è sufficiente essere trattati come il “giardino che viene tenuto con cura”, ma occorre essere considerati come soggetti che partecipano al cambiamento». Servono, insomma, aggiornamenti che, per molti aspetti, dovranno essere radicali. E non solo fuori dalle aree protette, e dunque nella politica, ma anche al loro interno. Affinché queste riserve di natura vengano gestite meglio e valorizzate di più dove serve, e messe in comunicazione con il resto del Paese.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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