Nazi in camicia verde

In Germania estremisti di destra mettono insieme patria e ambiente, razza ariana
e agricoltura bio, veganesimo e tutela dei diritti animali. Un pericolo da non sottovalutare

Nazi green

Domenica 13 maggio sulla popolare scena poliziesca del serial tv tedesco Tatort ha fatto irruzione il milieu criminale che non ti aspetti: una comunità di agricoltori biologici. Per traffico di frutta e verdura coltivate in realtà a suon di pesticidi? No, per omicidio. L’episodio ha messo a fuoco una realtà tutt’altro che relegata alla fiction: le comunità biologiche degli estremisti di destra che pare coinvolgano in Germania almeno un migliaio di persone. Teatro della puntata di Tatort è stato, come sempre, la Foresta Nera. Nella realtà le roccaforti di questi cosiddetti bio-nazi, che associano difesa della patria e difesa dell’ambiente, difesa della razza ariana e agricoltura biologica, dieta vegana e tutela dei diritti degli animali, sono insediate in prevalenza nei territori della ex Germania Est, in particolare in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, nell’area baltica, e in Sassonia, dove l’elettorato di estrema destra è in forte ascesa. Ma sono segnalati casi isolati anche nell’ex Germania Ovest. E in Baviera ha sede quello che viene considerato una sorta di organo del movimento degli estremisti di destra in camicia verde: il mensile Umwelt & Aktiv, che nel sottotitolo della testata recita: “tutela dell’ambiente, degli animali, della patria”.

No agli ogm, sì al diesel
Una prima avvisaglia “plastica” di questa commistione nero-verde la si era avuta al congresso del 2004 del Npd (una riedizione nostalgica di quello nazista, ndr): la t-shirt di un nerboruto delegato, con cranio rasato d’ordinanza, riportava le scritte “Umwelt schutz” (difesa dell’ambiente) e “Heimat schuzt” (difesa della patria). Per non parlare della candidatura, nel 2012, a presidente del land Schleswig-Holstein del leader regionale del Npd Jens Lütke, noto per l’impegno ambientalista e la contrarietà a centrali nucleari e alimenti geneticamente modificati, come riportava all’epoca il settimanale der Spiegel. Del resto non si trattava, non si tratta anzi, che di punti del programma del Npd, che alla voce “ambiente” attacca il processo di globalizzazione e l’uso indiscriminato di sostanze chimiche inquinanti, fino a sposare un cavallo di battaglia dei movimenti sociali italiani: la proprietà pubblica della gestione dell’acqua.
Più ambiguo, da un punto di vista ambientalista tradizionale, il programma della formazione di estrema destra, oggi elettoralmente sugli scudi, Allianz für Deutschland (Afd): il sì alla gestione pubblica dell’acqua si accompagna al no alla transizione energetica, in particolare all’ulteriore crescita dell’eolico; la tutela della biodiversità e del libero uso delle sementi più antiche e il no all’ingegneria genetica (con eccezione della ricerca in laboratorio) vanno a braccetto con il no all’approccio “ideologico” alla mobilità che discrimina i veicoli diesel e impone l’estensione generalizzata dei limiti di velocità.

Ritorno alla terra
Rispetto ai programmi di partito, le comunità agricole biologiche ispirate a ideologie razziste e a vetuste tradizioni popolari appaiono socialmente più insidiose. È preoccupante la commistione con parole d’ordine associate solitamente ai Grünen (i verdi tedeschi) e ai movimenti ambientalisti democratici di sinistra. Messo da parte il classico “machismo estetico” neonazista, vivono dietro la rassicurante facciata di aziende agricole dove “con sudore e sangue” si coltiva la terra con il metodo biologico, si segue una dieta vegana in nome del benessere animale, si portano i capelli lunghi e si indossano tuniche di lana grezza ispirate agli usi delle ancestrali popolazioni originarie di quei luoghi. Mentre i figli vengono educati di preferenza in materne autogestite, le cosiddette “scuole della foresta”, per sottrarli alla contaminazione dell’educazione multiculturale pubblica. “Liberi, sociali, nazionali” è la scritta-manifesto tracciata rigorosamente in caratteri gotici sul muro di cinta di una di queste fattorie nel villaggio di Jamel, in Meclemburgo-Pomerania, che alleva particolari razze di suini e bovini, liberamente al pascolo nella proprietà. A pochi passi, un cartello stradale indica la distanza da Jamel a Branau am Inn, la città natale di Hitler.

Ecologisti neri
Da tempo è chiaro che le realtà che si formano in nome “del ritorno alla terra” non vanno liquidate come innocuo folclore cultural-politico, anche in relazione alle attività sociali che svolgono sul territorio per fare proseliti. Cominciò a denunciarlo oltre dieci anni fa, non senza problemi, Elisabeth Siebert, politologa della Evangelische Akademie, con ricerche sugli insediamenti eco-nazisti nel Meclemburgo. Poi nel 2012 la Heinrich Böll stiftung, la fondazione legata ai Grünen, in collaborazione con Regionalzentren für demokratische kultur, Evangelische akademie e l’università di Rostock pubblicò Braune okologen (Ecologisti neri), uno studio che accese i riflettori su questi ambienti. Nell’introduzione l’allora presidente della Fondazione Ralf Fuchs sottolineava che “l’appropriazione, da parte delle ideologie nazional-popolari e di estrema destra, dell’ecologia e della difesa dell’ambiente non è un fenomeno recente”, come testimoniano “esperienze analoghe registrate negli anni Venti”. Proprio in Pomerania, nel 1926, i nazisti fondarono la Lega degli artamani o Protettori della zolla, il cui motto era “Fedeli serviamo la terra nel grande morire e divenire”. Volevano isolarsi dalla Repubblica di Weimar, diventare autosufficienti e costruire un’élite razziale germanica antisemita. Fra di loro annoveravano futuri gerarchi di primo piano delle Ss, come Heinrich Himmler e Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz. A differenza di allora, la novità delle odierne comunità, scrive Fuchs, è che “cercano di introdursi nella cerchia ufficiale dei produttori biologici”. Fino al rischio che li finanzino ignari consumatori verdi doc di prodotti bio.

Coltivare odio
Bӧlw, l’organizzazione-ombrello dei produttori biologici tedeschi a cui sono iscritte 14 associazioni per un totale di circa 15mila produttori (la metà dei produttori bio in Germania), ha modificato il proprio statuto per poter espellere, in determinate circostanze, associati provenienti da quelle fila. «Non possiamo indagare sul credo politico degli iscritti, né sul partito che votano – premette a La Nuova Ecologia Felix Prinz zu Löwenstein, presidente di Bӧlw – Ma possiamo espellerli se in pubblico parlano a favore di organizzazioni di estrema destra, se ospitano loro iniziative in azienda o se si candidano, ad esempio nell’Afd, screditando la nostra immagine. Finora però non ci sono stati casi del genere». E della consistenza del fenomeno che cosa pensa? «Non ho informazioni in merito, ma penso sia ragionevole ritenere che anche tra gli agricoltori biologici sia statisticamente presente una percentuale di elettori dell’Afd».
Comprensibile la preoccupazione dei verdi tedeschi, forti del recente successo elettorale in Baviera, e non per motivi di “bottega” politica. «In Germania sono presenti gruppi che dietro la facciata ecologica-biologica nascondono un’idea del mondo propria dell’estrema destra – spiega Irene Mihalic, responsabile parlamentare dei Grünen per gli Affari interni – Non è un movimento omogeneo, ma non va sottovalutato il pericolo che rappresenta, soprattutto se nelle fattorie si detengono armi e munizioni. Per quanto possa stupire il loro arretrato stile di vita, in materia di comunicazione, fare rete, armamenti sono invece aggiornatissimi. Bisogna impedirgli di esercitare pressioni violente sui vicini o di pianificare attentati terroristici. In Germania si sta formando una rete di realtà di estrema destra pronte a ricorrere alla violenza. È bene che le autorità di pubblica sicurezza seguano con attenzione questi sviluppi». E non solo gli agenti dei filmati tv. l