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Natale De Grazia, il valore della verità

DAL MENSILE A 25 anni dalla morte del capitano Natale De Grazia, il ricordo dell’uomo s’intreccia con i misteri che ne avvolgono la scomparsa. E con quelli delle “navi dei veleni” su cui indagava. Venerdì 11 novembre alle 17.30 in diretta streaming la trasmissione “Il capitano umano”

Una ricerca della verità indefessa e sottotraccia in cui nulla viene lasciato al caso, ma che subisce una brusca battuta d’arresto nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995. E che, a un passo dalla svolta, finisce per arenarsi così come decine d’imbarcazioni colate a picco con il loro carico di distruzione, morte e segreti inconfessabili. Relitti che ancora oggi giacciono muti sui fondali troppo profondi dei mari del Sud. O navi fantasma salpate per “chissà dove”. E che, alla luce delle più recenti ipotesi, appaiono come pezzi di uno scacchiere amplissimo, dai retroscena agghiaccianti.

Illustrazione di Matteo Bergamelli

È il mistero delle cosiddette navi “a perdere” o, a voler allargare lo sguardo, “dei veleni”. Perché diversi sono contenuto ed estensione dell’affare, che segnano la sottile linea di demarcazione tra i relitti zeppi di rifiuti tossici affondati nelle acque dello Ionio e del Tirreno negli anni ’80 e ’90 e le imbarcazioni che sarebbero state impiegate per traffici di materiale nucleare a uso bellico, in un vero e proprio intrigo internazionale “radioattivo”. Punta di diamante del pool guidato dal sostituto procuratore Francesco Neri, che l’aveva voluto in squadra, il capitano di corvetta della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria, Natale De Grazia, aveva pazientemente messo in fila i punti di affondamento di diverse di quelle navi e acquisito le coordinate di alcune di esse, come la Rigel. Ne aveva quindi tracciato le possibili rotte e, verosimilmente, la notte in cui morì – a soli 39 anni – era sulla strada per bloccare la partenza di una motonave appartenuta al Kgb, la Latvia, ormeggiata nel “porto delle nebbie” di La Spezia.

“Cose grosse”

«Natale era dotato di una vivissima intelligenza, come marittimo di lungo corso aveva acquisito una doppia prospettiva: quella di chi tenta di camminare sul filo delle regole e quella di chi deve controllare che quelle siano le regole», racconta Antonio Ranieri, allievo di De Grazia, oggi comandante della Capitaneria di Reggio Calabria. «Ambientalista da sempre, in un’epoca in cui la sensibilità ambientale non era così spiccata e le norme internazionali sulla sicurezza e l’inquinamento marino meno stringenti, aveva scelto di lavorare per lo Stato per questa sua voglia “delle cose giuste”. Quando da marinaio di leva arrivai a Reggio, mi prese come collaboratore nel suo ufficio – ricorda – All’inizio me ne stavo seduto davanti a un Commodore 64: lui mi passava delle lettere, io le trascrivevo. Un giorno mi disse: “Perché non fai il concorso?”. Si offrì di darmi i suoi appunti per studiare. Era generoso, mi ha trasmesso l’amore per il lavoro, lo stesso che insieme alla formazione tecnica e alla grande caparbietà lo portò a spendersi e a intuire alcune cose per primo».

Ma fino a dove si era spinto De Grazia nelle sue indagini e che cosa aveva per le mani la notte in cui morì, ufficialmente a seguito di un malore mentre percorreva la Salerno-Caserta a bordo di una Fiat Tipo con targa di copertura insieme a due colleghi? «L’ultima volta che lo vidi fu l’8 dicembre, era venuto a casa con sua moglie per rassicurare la mia sulla nostra partenza: a gennaio io e lui saremmo dovuti andare proprio a La Spezia per un corso che ci avrebbe tenuti via per mesi. Lo ricordo sul tappeto a giocare con i miei figli: credo che l’idea di tornare sui banchi di scuola lo tenesse lontano dai pensieri che affollavano la sua mente – racconta Antonino Samiani, ex comandante della Capitaneria di Porto di Messina e compagno di De Grazia all’Accademia navale di Livorno – Prima di cena uscimmo perché aveva finito le sigarette. Con mezze frasi mi disse che di lì a pochi giorni sarebbe andato a La Spezia per compiere delle indagini. Per strada non si vedeva anima viva e mi colpì il fatto che parlasse a voce bassissima. Colsi che si trattava di cose grosse, ma non capii quali fossero, non ne ebbi il tempo. Quello rimane il mio cruccio».

La foto riemersa

Per conoscere gli ultimi sviluppi legati a quelle indagini, bisogna tornare al 12 dicembre 2019, quando Fanpage diffonde un’inchiesta che apre a un’altra ipotesi: quella che la missione di De Grazia e colleghi contemplasse il sequestro dell’impianto di produzione di combustibile nucleare a Bosco Marengo (Al), dove per anni sarebbe avvenuto il riprocessamento illegale di materiale radioattivo proveniente dall’estero, trasformato in materiale bellico e fornito anche a Paesi “nemici”. Un affare che avrebbe coinvolto pesantemente l’Italia e le sue centrali nucleari (che pure avrebbero dovuto essere inattive dopo il referendum del 1987) ma che il capitano non avrebbe fatto in tempo a scoperchiare. Fermato da chi, in che modo? Nella stessa inchiesta, Fanpage pubblica una foto del cadavere di Natale De Grazia, ritratto col volto gonfio e tumefatto, il naso schiacciato, grumi di sangue vicino alla bocca: segni che incrinerebbero la versione della “morte per causa naturale” messa nero su bianco nei referti di ben due autopsie eseguite dalla stessa mano, quella del medico legale Simona del Vecchio. Una “lettura” a sua volta smentita dalla perizia del professor Giovanni Arcuri, che per conto della commissione d’inchiesta sulle Ecomafie paventerà invece l’ipotesi di morte per avvelenamento. De Grazia sarebbe stato ucciso, insomma, dopo essere stato sequestrato e torturato. Rivelazioni sulla scia delle quali, lo scorso gennaio, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa preannuncerà l’intenzione di conferire al capitano la medaglia al valore ambientale e la destinazione di un milione di euro a nuove indagini tecniche a largo delle coste calabresi.

Troppe scorie

La ricerca delle navi è un’altra questione cruciale, su cui da anni Legambiente chiede l’avvio di un programma europeo d’alto livello scientifico per monitorare i mari dei sospetti affondamenti e procedere a un eventuale recupero dei relitti: un atto dovuto, di cui l’associazione ribadisce la necessità, auspicando indagini credibili – oltre alle migliori professionalità e tecnologie in campo – per concludere quelle che De Grazia non ha potuto portare a termine. Verità da accertare a partire da una serie d’interrogativi cui dare risposte chiare, secondo Nuccio Barillà, che nel suo contributo all’interno del nuovo “Rapporto Ecomafia” di Legambiente pone delle domande rimaste inevase. Prima fra tutte, quella sulla foto “riaffiorata dall’oblio”: possibile che in tutti questi anni nessuno l’abbia esaminata con la dovuta attenzione? È davvero così difficile fare piena chiarezza sugli obiettivi e le tappe di quella missione mai completata? «È tempo di chiudere anche l’eredità avvelenata del nucleare – dice Barillà, storico esponente di Legambiente – A 33 anni dal referendum con cui ci saremmo dovuti tirare fuori dall’atomo e a 25 dalla morte di De Grazia non sono ancora stati del tutto smantellati i 22 siti temporanei dove le scorie sono sparse o ammassate in condizioni precarie, mentre nessun governo ha ancora deciso dove realizzare il deposito unico nazionale per i rifiuti radioattivi».

Le indagini in questi anni? «Un fiume carsico: ogni tanto sembra emerga qualcosa, poi s’inabissa. Fa rabbia, nella migliore delle ipotesi, che nessuno abbia colto la gravità e l’importanza delle cose su cui Natale stava lavorando – aggiunge Samiani – Anzi, credo che il suo operato suscitasse un po’ d’invidia perché non si limitava a fare “il suo”. Quanti di quelli che oggi lo celebrano erano ai funerali, quanti lo hanno agevolato nel compito che stava svolgendo? Ora ne parliamo come un eroe. Di certo era un bravo ragazzo, entusiasta di ciò che faceva: eroe si diventa anche per caso. Sempre con la battuta pronta, non rinnegava le origini calabresi e il suo dialetto, un uomo di mare vero. Forse per alcuni non incarnava i canoni dell’ufficiale gentiluomo. E invece lo era. Una figura che vorrei impegnarmi a far conoscere anche da quest’altra parte dello Stretto». Natale De Grazia, riprende Barillà, «ha anticipato questioni di legislazione e modus operandi che riguardano la salute del mare e la lotta agli ecoreati. Lo ricordo pieno di passione, idealità, con un grande senso del dovere e un amore sperticato per il mare. “Se ci limitiamo a fare ognuno il nostro non arriveremo a niente, dobbiamo agire insieme, coordinati” amava ripetere». Parole che a 25 anni dalla scomparsa suonano come un monito: ciascuno deve aggiungere il proprio tassello per ricomporre i frammenti di una verità così ostinatamente rincorsa, che non può né deve andare persa.

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