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Guerra in Nagorno Karabakh, voci da un conflitto dimenticato

Il giornalista freelance Daniele Bellocchio è da poco rientrato in Italia dal fronte di guerra in Nagorno Karabakh, dove l’ultima escalation di violenze ha riaperto ferite mai sanate dal crollo dell’Urss

Dal mensile di dicembre 2020 – «Mentre mi trovavo lì, i bombardamenti con bombe a grappolo erano continui. Diversi obiettivi civili, compresi gli ospedali della capitale Stepanakert, sono stati colpiti e danneggiati». Nelle settimane più cruenti dell’ultimo conflitto in Nagorno Karabakh, enclave situata in territorio azero che Armenia e Azerbaijan si contendono da trent’anni, Daniele Bellocchio è stato uno dei pochi giornalisti italiani a seguire gli scontri sul terreno. Il 10 novembre Mosca ha imposto il cessate il fuoco. Ma l’ennesima ondata di violenze rischia di lasciare tracce indelebili sui civili, vittime di attacchi indiscriminati.

Puoi confermare l’uso di armi proibite durante gli scontri?

Daniele Bellocchio

Sì, sono state utilizzate. I bombardamenti azeri hanno colpito giorno e notte tutto il territorio dell’Artsakh (la repubblica indipendente non riconosciuta dalla comunità internazionale, ndr). Anche in Azerbaijan si sono registrati attacchi che hanno coinvolto civili. Le truppe armene hanno bombardato in più occasioni in particolare Ganja, la seconda città dell’Azerbaijan.

Dietro questo conflitto è in corso una guerra per procura fra potenze straniere?

In realtà i giochi delle potenze internazionali non sono chiari. La Turchia da subito ha garantito il proprio appoggio all’esercito azero, mentre la Russia ha temporeggiato parecchio prima di intervenire. Mosca è legata da interessi sia all’Armenia che all’Azerbaijan. Con Yerevan (capitale dell’Armenia, ndr) ha firmato un trattato secondo cui, in caso di aggressione subita da uno dei due Paesi, l’altro deve agire in suo sostegno. Il fatto che il Nagorno Karabakh sia formalmente un Paese terzo, che non appartiene alla giurisdizione armena, ha consentito al Cremlino di prendere tempo. In questo momento non si può dunque parlare di guerra per procura perché, a parte la Turchia, non ci sono altre potenze esterne coinvolte negli scontri.

Esiste una via d’uscita pacifica da questo conflitto?

È molto difficile intravedere una risoluzione pacifica della guerra. Il rischio è che ciò che è stato fatto dalla fine della guerra a metà anni Novanta, con l’avvio di un faticoso processo di pace e di ricostruzione della convivenza, ora andrà perduto. La speranza è che un intervento internazionale possa porre realmente fine al conflitto. Ma, ad oggi, ciò a cui assistiamo è un immobilismo generale che sta mietendo vittime e costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie case. Perdendo tutto: storia, passato, memoria.

Per approfondire:

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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