Morte di un migrante a San Ferdinando, Medu chiede soluzioni abitative dignitose

L’appello di Maria Teresa Calabrese, coordinatrice del progetto Terra Giusta di Medici per i diritti umani, dopo l’ennesimo incendio di una tendopoli nella Piana di Gioia Tauro: “Sbagliato credere di risolvere la questione con gli sgomberi”

San Ferdinando, l'immagine dell'incendio di una tendopoli

Ha causato sconcerto, dolore e rabbia l’ennesima tragedia a San Ferdinando, dove nella notte tra il 21 e il 22 marzo, è morto un altro migrante a causa di incendio in una tendopoli. Chi conosce bene questo luogo, e le condizioni in cui sono costretti a vivere centinaia di migranti, è Maria Teresa Calabrese, coordinatrice del progetto Terra Giusta di Medu, Medici per i diritti umani. Nella Piana di Gioia Tauro, Medu è presente da circa sei anni offrendo servizi medici di prossimità con un camper che funge da clinica mobile, mentre insieme all’associazione A buon diritto, agli immigrati viene garantito anche un servizio di orientamento legale. 

“Stamattina il corpo della vittima è stato portato fuori dalla tendopoli con una sorta di corteo funebre – ha spiegato la Calabrese all’agenzia Redattore Sociale -, ora stiamo aspettando di sapere meglio di cosa si è trattato”. Lo sgombero della grande baraccopoli di San Ferdinando avvenuto a inizio marzo, e il trasferimento di centinaia di migranti in una vicina tendopoli, avevano sperare molti in un destino più facilmente sopportabile per queste persone. “Tutti abbiamo sperato che dal punto di vista della sicurezza qualcosa potesse migliorare – ha raccontato Calabrese – Quel che è successo stanotte, invece, è stato un colpo di grazia “sulla speranza di avere un po’ di sicurezza, l’unica cosa che potevano guadagnare dalla tendopoli. Tutti abbiamo condannato la baraccopoli, ma lo spostamento nelle tendopoli non ha creato una situazione migliore. Le nuove tende spesso non hanno elettricità, i servizi igienici sono gli stessi che c’erano quando nel campo c’era la metà delle persone che ci sono ora, l’acqua spesso manca”. Per questo, spiega Calabrese, “la scelta di procedere con lo sgombero ha spostato soltanto il problema, ovvero l’illegalità nel lavoro e le condizioni abitative inaccettabili”.

Nella Piana di Gioia Tauro da anni si parla di percorsi verso condizioni abitative dignitose e di progetti possibili, ma a parte qualche esperimento realizzato in piccoli contesti, nulla è stato ancora preso seriamente in considerazione dalle autorità locali. “In questi ultimi tempi si era costituito un comitato che aveva trovato spazi e consenso della maggior parte dei sindaci della zona per avviare un processo di inserimento concordato con amministrazioni e abitanti dei diversi paesi della Piana di Gioia Tauro – ha spiegato la Calabrese -. Si è cercato di avviare un processo di inserimento abitativo reale. Un processo più lento di uno sgombero, ma credo che rimanga l’unico possibile. La scelta, invece, è stata quella di fare un intervento spettacolare: uno sgombero svolto nell’arco di due giorni”. Eppure gli esempi da cui prendere spunto, anche in Calabria, ci sono. Come quello di Drosi, ha concluso la Calabrese, “un piccolo paese dove molti si sono insediati con degli affitti concordati, oppure l’esperienza di Riace. Questa è la direzione da seguire. Ritenere di poterla risolvere con sgomberi è sbagliato e purtroppo quello che è successo stanotte credo che lo confermi. Spero che almeno abbia spazzato via ogni dubbio anche fra le autorità”.