venerdì, Ottobre 30, 2020

“Montagne e territori marginali sono uno spazio della possibilità”

Civita
Foto di Sara Casna

Definire “Riabitare l’Italia” (pp. 594, Donzelli) un bel libro sarebbe riduttivo. È un libro importante, per il metodo e il merito. Non è una tradizionale raccolta di saggi e contributi, ma il risultato di un lavoro collettivo che ha messo a sistema punti di vista, specificità disciplinari e approcci culturali molto diversi, lungo un tenace filo conduttore che tesse insieme riflessione scientifica, sociale e culturale sulle aree marginalizzate dallo sviluppo urbanocentrico e pianuracentrico. È uno strumento di lavoro, utile oggi e nei prossimi anni, per immaginare e disegnare una nuova politica che, è forse questo il messaggio principale, derivi da una nuova visione di queste aree e della loro funzione nello sviluppo del Paese. Ne abbiamo parlato con Antonio De Rossi, curatore e paziente tessitore della trama.

Antonio de rossi

La prima domanda riguarda il punto fondativo di tutti i contributi: queste aree sono un peso per il Paese, per le quali occorre solo pensare a politiche assistenziali, o piuttosto un fattore di modernizzazione?
Per la prima volta dalla nascita dello Stato unitario, le montagne e i territori di “margine” di questo Paese vengono pensati non soltanto come un problema e una criticità ma anche come una risorsa, come uno spazio potenzialmente al positivo. Di fronte alla crisi e alla sclerotizzazione delle zone metropolitane, le aree interne vengono viste come uno spazio della possibilità. Questa inversione di sguardo è l’esito di un lungo processo di trasformazione culturale che a partire dalla fine degli anni ‘70 ha posto al centro il ripensamento delle forme di modernizzazione di questo Paese e che da qualche anno sta venendo a galla attraverso diverse pratiche: dai fenomeni di reinsediamento sulle Alpi, attraverso le esperienze delle cooperative di comunità sull’Appennino, fino ai percorsi di riattivazione dei luoghi fondati sull’innovazione a base culturale, ad esempio in Sicilia e in altri parti del Sud. In questo momento sono centinaia e centinaia i piccoli fuochi progettuali che ardono lungo i margini di questo Paese. Il libro-progetto Riabitare l’Italia, oltre la dimensione analitica e scientifica di studio delle aree interne, è infatti anche una primissima mappa di quanto sta avvenendo. È evidente che questi sommovimenti rimettono in gioco le grandi categorie concettuali, in primis geografiche, con cui tradizionalmente interpretiamo la nostra Italia, tutte basate su modalità dicotomiche: le città versus la campagna-montagna, il Nord contro il Sud. La nuova centralità dei “bordi” corrisponde sovente a una crisi dei territori intermedi fra l’urbano e il rurale, come l’Italia dei distretti e degli spazi di recente urbanizzazione, e ciò porta a una ridefinizione delle mappe consuete.

Possiamo dire che migrazioni e nuove tecnologie rappresentano i due principali corni di innovazione abitativa e produttiva, le due sfide prioritarie?
Sono certamente due temi centrali. Diciamo che per lungo tempo le aree interne italiane sono state viste come uno spazio marginale destinabile tutt’al più al turismo, a funzionare da sfondo paesaggistico per i territori dinamici del Paese. Un luogo da “consumare” e “conservare”. L’odierno mutamento di prospettiva rimette al centro non solo il progetto di abitabilità di questi territori, ma anche la loro potenziale radice “produttiva”. Le azioni di valorizzazione e patrimonializzazione delle risorse locali, che negli ultimi decenni sono state al centro della visione e delle politiche per questi territori, non bastano più. Valenze ecosistemiche, nuova agricoltura e nuove forme di produzione, gestione dell’infrastrutturazione ambientale e ripensamento delle forme del welfare pongono questioni inedite. I progetti di riattivazione più interessanti per questi luoghi si costruiscono tutti sull’intreccio e il meticciato fra eredità e innovazioni, creando nuove culture, nuove pratiche sociali ed economiche. È in questo quadro che i due temi delle migrazioni e del trasferimento tecnologico acquisiscono potenzialità rilevanti. A condizione, però, di elaborare progetti realmente place-based, perché le ricette precostituite e le scorciatoie ideologiche rischiano di essere solo controproducenti, come nel caso del nesso fra reinsediamenti e stranieri. Per riabitare le aree interne del Paese serve una visione capace di sorreggere un processo che durerà decenni.

Nel libro c’è un richiamo costante ai diritti, alle pari opportunità per chi abita questi luoghi. Come si pone il tema della qualità e della giustizia sociale in queste aree?
La Strategia nazionale aree interne (Snai) ci ha insegnato una cosa fondamentale: la marginalità non è legata alla geografia, come insegnava la modernità novecentesca, ma ai diritti di cittadinanza. Ovvero la possibilità di accedere ai servizi primari che garantiscono l’abitabilità di un territorio: salute, istruzione, mobilità. È un capovolgimento di prospettiva per certi versi rivoluzionario. Garantire i diritti di cittadinanza è oggi un tema centrale, non solo in termini di giustizia sociale ma anche di progettualità politica. Le geografie elettorali trattate nel libro mostrano chiaramente la saldatura nel voto tra periferie urbane e aree interne. È la prima volta che avviene in questo Paese, come del resto in molte realtà europee. Al contempo è importante, al di là dei servizi essenziali, affrontare anche altri temi, soprattutto in quei luoghi di “margine” privi delle iniziative spontanee di cui si diceva sopra. Alcuni dei progetti sviluppati dai singoli territori nel contesto della Snai mostrano un particolare ritardo culturale, con progetti tutti incentrati sulla valorizzazione per molti versi stereotipata della dimensione patrimoniale, senza capacità di cogliere le possibilità di innovazione contenute in una visione “produttiva” dello spazio.

C’è un ruolo specifico, un peso particolare delle questioni ambientali? Possono trasformarsi da criticità a volano di nuovo sviluppo?
Credo sia questo il nodo centrale. Ancora una volta culturale e concreto allo stesso tempo. Pensiamo a come si sta “stereotipizzando” il discorso sui servizi ecosistemici. Se da un lato è giusto conferire un valore economico ad aria, acqua, boschi per far cogliere ai territori metropolitani il ruolo primario giocato da montagne e aree interne, dall’altro questo rischia di tramutarsi in riduzionismo e deriva economicista. La discussione che ha avuto luogo sui recenti provvedimenti legislativi in materia di temi forestali, con la creazione di due fronti fortemente contrapposti, fa intravedere una visione “ambientalista” che talvolta sembra coincidere con la difesa di un paesaggio culturale più che delle valenze ambientali. Il ciclone Vaia ci ha mostrato la necessità di una nuova cultura ambientale. Capace di intrecciare cambiamenti climatici, difesa dell’ambiente e possibilità per le aree interne di tornare a essere luoghi “produttivi” in modo sostenibile. Cosa certamente possibile. Ma serve, appunto, una nuova visione culturale e tecnica.

Se dovesse suggerire alla politica due leve da mettere subito in campo per far ripartire questa parte del Paese, quale proporrebbe?
Indubbiamente la continuazione e estensione della filosofia Snai su tutto il territorio delle aree interne del Paese. E poi una partita che mi sembra decisiva: il rafforzamento degli enti locali di governo con corpi tecnici giovani e culturalmente all’altezza delle sfide.

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