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La montagna sbiancata

Sulle Alpi le temperature crescono il doppio della media globale e i ghiacciai si sono già dimezzati. La campagna di Legambiente e del Comitato glaciologico fotografa un mondo in via d’estinzione. Ora bisogna agire per l’adattamento e la mitigazione

Paesaggi irriconoscibili, alte vie non più percorribili, rocce che emergono dai ghiacci, crolli e colate detritiche, superfici solcate da innumerevoli crepacci, nuovi specchi d’acqua e, altrove, conche formate dallo svuotamento dei laghi glaciali. È il quadro disegnato dalla prima edizione della “Carovana dei ghiacciai”, la campagna di Legambiente realizzata con il supporto del Comitato glaciologico italiano, dal 17 agosto al 4 settembre, per monitorare i ghiacciai alpini minacciati dall’emergenza climatica. Ai dati sull’arretramento delle fronti e sulla riduzione dei volumi, si affianca una fotografia dell’ambiente d’alta quota che non può lasciare indifferenti. Ma spingere ad agire per la mitigazione e l’adattamento. «La “Carovana” è un esempio di come la dimensione dell’attivismo si può unire al rigore scientifico per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica», spiega Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente. «Durante il nostro viaggio in sei tappe, dalla Valle d’Aosta al Friuli-Venezia Giulia, non abbiamo solo monitorato lo stato di salute dei ghiacciai, ma anche incontrato sindaci, artisti, musicisti, scrittori, alpinisti, persone desiderose di comprendere ciò che sta accadendo ad alta quota e di progettare insieme la montagna del futuro, ricordando che la fusione dei ghiacci significa anche la perdita di preziose riserve idriche per le città e la pianura».

Memorie del disastro
Sulle Alpi l’aumento delle temperature medie dal 1850 a oggi è stato circa di 2 °C, il doppio rispetto alla media globale, mentre nello stesso periodo le aree coperte dai ghiacciai si sono ridotte di oltre il 50%. Dalla fine degli anni Ottanta è stata inoltre registrata una notevole accelerazione di questo trend e non sono mancati i segni di una rapida trasformazione. Ma ad accorgersene sono stati soltanto coloro che frequentano questi ambienti per studiarli. «Il lavoro instancabile dei glaciologi ha permesso di mantenere memoria del cambiamento. Sono state prodotte serie storiche di dati indispensabili per avviare analisi retrospettive e interpretare gli scenari futuri. L’alta montagna, da luogo dominato da solide vette e ghiacci perenni, si sta trasformando nel modello di riferimento dell’instabilità naturale, per la sua fragilità di fronte al riscaldamento climatico». A parlare è Marco Giardino, segretario del Comitato glaciologico, presente con Vanda Bonardo a tutte le tappe della campagna itinerante di Legambiente. «È giunto il momento di trasformare queste evidenze scientifiche in un patrimonio di conoscenza condiviso con la società – prosegue Giardino – Solo attraverso una diffusa consapevolezza della dimensione del ritiro glaciale ci può essere una chiara percezione della gravità delle conseguenze, che richiedono adeguate misure di adattamento». Ecco perché tanti studiosi si sono messi al servizio della “Carovana dei ghiacciai”, per offrire con la conoscenza scientifica il proprio impegno volontario e un personale tributo a ogni ghiacciaio visitato.

Una Carovana, dodici tappe
Su un migliaio di ghiacciai alpini presenti in Italia ne sono stati scelti dodici, fra i più iconici ed emblematici. La prima tappa della “Carovana” è stata al ghiacciaio del Miage, nel gruppo del Monte Bianco. Nell’ultimo secolo la sua superficie di 11 km2 è diventata progressivamente nera a causa dell’enorme accumulo di detriti dovuto all’instabilità dei versanti, non più sostenuti e permeati dal ghiaccio. Dagli anni Novanta a oggi, inoltre, è sprofondata di circa 30 metri nel settore frontale: quasi un metro all’anno. Il Miage, coperto di detriti e cinto da alte morene, ha un comportamento peculiare proprio perché si assottiglia, ma la sua fronte non arretra. Nella seconda tappa – lungo cinque ghiacciai del gruppo del Monte Rosa: Indren, Bors, Locce, Piode e Sesia-Vigne – si sono registrati una generale regressione della fronte glaciale, un consistente aumento degli affioramenti del substrato roccioso e una frammentazione delle superfici. «Al posto del mare di ghiaccio ora c’è un deserto di sassi e rocce, simile a un paesaggio marziano – racconta Vanda Bonardo – Il nuovo ambiente è interessante dal punto di vista scientifico, ma gli alpinisti vanno informati sui cambiamenti in corso. Questo luogo infatti è ancora molto frequentato, ma non tutti sono consapevoli dei rischi legati alla degradazione del permafrost, che non più perennemente ghiacciato dà origine a frequenti crolli e distacchi di massi e detriti su sentieri che nel passato si consideravano sicuri».

“Fine vita”
La “Carovana” si è poi spostata in Lombardia per la sua terza tappa, che ha confermato la tendenza alla riduzione per i ghiacciai della Sforzellina e dei Forni. Quest’ultimo, il secondo più esteso d’Italia, dalla fine dell’Ottocento a oggi ha visto un regresso della fronte di ben due chilometri. Dal 1981 a oggi, la sua superficie è passata da 13,2 a 11 km². Il ghiacciaio della Sforzellina riveste invece un particolare interesse perché è fra i pochi a livello nazionale a vantare una serie trentennale di misure del bilancio di massa, cioè la differenza fra l’accumulo e le perdite per fusione di neve e ghiaccio. Questa misura, essendo più onerosa, viene fatta solo per alcuni ghiacciai. Il monitoraggio più semplice e più comune consiste infatti nell’individuare la posizione delle fronti rispetto a punti fissi. Per la Sforzellina si è vista una diminuzione dello spessore di circa un metro all’anno, con un’evidente accelerazione nell’ultimo decennio. Ha fatto rumore, nella quarta tappa della campagna di Legambiente, la notizia della scomparsa del ghiacciaio della Marmolada in un futuro molto prossimo, stimato fra i quindici e i trent’anni. «Non si tratta di previsioni contrastanti: le differenze dipendono dai dati e dai modelli usati e da ciò che si intende per “fine vita” di un ghiacciaio», precisa Aldino Bondesan, docente all’Università di Padova. «Parliamo di archi temporali ristretti, in una fase in cui i ghiacciai sono cambiati e cambieranno sempre più nella loro dinamica. Da dieci anni osserviamo un accelerarsi della riduzione che solo vent’anni fa non era prevedibile. Un tempo i ghiacciai, molto più spessi, avevano un comportamento diverso, più regolare rispetto a quello che osserviamo oggi, inoltre stiamo registrando un cambiamento climatico molto più rapido di quanto i modelli di previsione potessero far presagire». Il dato più allarmante della “Carovana” è stato registrato nella quinta tappa, in Trentino: la superficie della Fradusta è diminuita del 95% fra il 1888 e il 2014, dai 150 agli appena 3 ettari attuali. Il Travignolo invece è passato da 30 a 15 ettari, ma il confronto delle immagini storiche mostra la scomparsa di una falesia di ghiaccio alta decine di metri, suggerendo una diminuzione del volume. L’ultima tappa della campagna è stata sul Montasio occidentale, il più basso delle Alpi. Qui, fra il 2006 e il 2019, il bilancio complessivo è risultato meno negativo rispetto alla gran parte dei ghiacciai alpini, grazie alle pareti montuose che lo riparano dal sole e che, con la loro forma a imbuto, favoriscono l’accumulo di neve da valanghe. Per Legambiente è un esempio di resilienza alla crisi climatica e un messaggio di speranza, alla fine di questa prima “Carovana” attraverso un mondo in via di estinzione.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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