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Monitoraggi in mare, pesca sotto osservazione

Dal mensile di aprile – Sardine, triglie, orate, merluzzi, acciughe, tonni e gamberi rossi: sono solo alcune fra le 116 specie colpite dal marine litter. A dichiararlo sono i ricercatori dell’Ispra, nel capitolo del libro Plastics in the aquatic environment pubblicato dalla Springer Nature. Ad oggi lo studio più ampio e aggiornato sulla salute del Mediterraneo. La ricerca prende in esame 128 documenti sull’impatto del marine litter in 329 specie, valutando la presenza di plastiche e microplastiche nel tratto gastrointestinale per documentarne l’ingestione. Il 59% di queste specie sono pesci ossei e fra loro ce ne sono alcune commerciali; il restante 41% è costituito da altri animali marini come mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe e uccelli. E se l’impatto del marine litter sugli abitanti del mare è alto e ben documentato, quello legato al trasferimento dei detriti plastici dallo stomaco dei pesci ad altri tessuti, e di conseguenza nell’essere umano, è ancora da chiarire.

«La maggior parte degli studi condotti finora ha indagato la presenza di microplastiche nei soli contenuti stomacali – spiega Maria Cristina Fossi, docente di Ecotossicologia dell’Università di Siena – Per valutare gli effetti negativi dovuti al trasferimento di microplastiche nelle specie marine e quindi nell’uomo c’è bisogno di analizzare anche altre componenti, come campioni ematici e tessuti muscolari». Sono i muscoli, infatti, ad assorbire gli inquinanti trasportati dalle microplastiche e sono quelli i tessuti che vengono prevalentemente assunti dalla specie umana. Sostanze come ritardanti di fiamma e ftalati, definite “plasticizzanti”, che si comporterebbero, una volta penetrate nell’organismo, da distruttori endocrini, interferendo con le funzioni ormonali fisiologiche. Da queste evidenze scientifiche prenderanno vita gli studi di “Common” (Coastal management and monitoring network for tackling marine litter in Mediterranean sea), progetto finanziato nell’ambito del programma Eni Cbc Med, che prevede il campionamento di specie ittiche in collaborazione con i pescatori di tre Paesi mediterranei: Italia, Libano e Tunisia. «Lavoreremo con Libano e Tunisia in modo integrato, per valutare non solo la presenza di microplastiche ingerite, ma anche quella di additivi trasportati dalle microplastiche, e valuteremo gli effetti ecotossicologici legati alla loro presenza – aggiunge Cristina Fossi, partner del progetto – “Common” porterà alla luce nuove informazioni rispetto a quelle esistenti, non solo per il tipo di analisi ma anche per la sua estensione a Paesi extraeuropei». Triglia, sardina, cozza e boga finiranno quindi sotto le lenti degli scienziati per valutare non solo la presenza e l’impatto dei rifiuti marini sulla biodiversità, ma anche le possibili ricadute sulla salute umana. Sono fra le specie più diffuse – e pescate – del Mediterraneo e anche per questo considerate ottime “sentinelle” della qualità del mare. «Le specie scelte – chiarisce la ricercatrice – mostrano abitudini alimentari differenti e possono quindi fornirci indicazioni distinte: la sardina è una specie che si ritrova in mare aperto, la boga popola le coste e le triglie rosse i fondali, che nascondono oltre il 70% dei rifiuti marini». Le quattro specie selezionate mostrano alte percentuali di rifiuti nei tratti gastrointestinali: il 15% delle sardine europee ha assorbito microplastiche e fibre naturali, come il 23,3% delle triglie e circa il 50% delle boghe mediterranee. Ad oggi, comunque, le plastiche ingerite dalle specie commerciali non sembra rappresentino un pericolo per la salute umana: «Come già dichiarato dalla Fao, non ci sono ad oggi evidenze scientifiche di effetti negativi legati al rischio di assunzione di specie ittiche – conclude Maria Cristina Fossi – I tratti gastrointestinali di molte specie commestibili vengono eliminati prima del loro consumo e l’assorbimento di microplastiche da molluschi e piccoli filtratori non è paragonabile all’esposizione di microplastiche proveniente da altre fonti».

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