Il mondo green a voce alta

A Ecomondo, che parte oggi, si ritrovano i protagonisti di una svolta possibile. Che attendono il via libera dell’Unione Europea al pacchetto di direttive sull’economia circolare per fare il salto di qualità. E chiedono più coraggio nella prossima legislatura
ICONA_recensioni L’intervista a Edo Ronchi

Costretta a rincorrere Bruxelles sulle politiche economiche, all’interno dell’Unione Europea l’Italia detta invece i tempi in un settore altrettanto importante, vale a dire quello del riciclo. A dirlo sono gli ultimi dati diffusi a settembre da Eurostat, secondo cui tra i 28 Stati membri il nostro Paese è quello che rigenera più rifiuti in rapporto a quelli prodotti: ben il 76,9% (pari a 56,4 milioni di tonnellate) contro il 54% della Francia, il 44% del Regno Unito e il 43% della Germania; oltre il doppio rispetto alla media europea, ferma al 37%.
Un primato che da solo non basta per nascondere i problemi che restano da superare sul tema, ma che consente di guardare con fiducia al percorso di conversione al modello di economia circolare intrapreso da un numero sempre maggiore di amministrazioni locali, imprese e consorzi sparsi in giro per lo Stivale. E tra gli obiettivi degli Stati generali della green economy, in programma a Rimini il 7 e 8 novembre durante le giornate di Ecomondo (vedi box a pag. 78), c’è proprio quello di mandare un messaggio chiaro alla forze politiche che si candidano alle prossime elezioni: la nuova legislatura dovrà essere caratterizzata da scelte legislative e di governo capaci di mettere a sistema, a livello nazionale, quanto di buono prodotto finora dai singoli territori.
È un impegno da portare avanti in continuità con quanto l’Italia sta già facendo a Bruxelles, dove il pacchetto legislativo sull’economia circolare, di cui è relatrice l’eurodeputata del Pd Simona Bonafé, è attualmente in fase di negoziazione tra il Parlamento e il Consiglio europeo. «Un accordo sul testo definitivo – spiega – dovrebbe essere raggiunto entro fine anno. Ci siamo posti il triplice obiettivo di preservare l’ambiente, rendere l’economia europea più competitiva e favorire un processo di reindustrializzazione sostenibile. Aumentare i tassi di riciclo e minimizzare il conferimento in discarica significa, infatti, sovvertire l’attuale paradigma – aggiunge la Bonafè – secondo cui il rifiuto è visto solamente come una problematica, ma dovrà passare l’idea che siamo davanti a una risorsa che deve essere valorizzata. Per aumentarne il valore, però, non si potrà più solo porre l’attenzione al fine vita dei prodotti ma occorrerà applicare un approccio olistico a tutte le fasi: dall’estrazione delle materie prime al design, dalla distribuzione al consumo, fino al loro smaltimento». Attraverso il recepimento delle nuove direttive sui rifiuti si stima che, da qui al 2030, potrebbero essere creati più di 580mila posti di lavoro. Inoltre, la riduzione del fabbisogno di fattori produttivi dal 17 al 24% porterebbe a un risparmio per il settore industriale europeo di 630 miliardi di euro l’anno e a una contemporanea riduzione delle emissioni totali di gas a effetto serra del 2-4%. Per l’Italia sarebbe una vera e propria boccata d’ossigeno. Il nostro Paese importa infatti più del 75% di energia consumata ogni anno e un totale di materie prime per un valore di circa 169 miliardi (il 42% sul totale). Mettere a sistema un modello alternativo rispetto allo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali rappresenta, insomma, una strada obbligata.

Risposte che mancano
A livello europeo la partita sta dunque entrando nel vivo e durante Ecomondo si potrà capire ancora meglio se e come il nostro Paese giocherà finalmente un ruolo da protagonista. «La speranza – afferma il direttore generale di Legambiente, Stefano Ciafani – è che una volta conclusi i lavori, l’interesse mostrato da ministri e rappresentanti del governo che vi hanno partecipato si trasformi in politiche concrete su questo tema. In passato, purtroppo, alle parole non sono mai seguiti interventi reali su questioni cruciali per il Paese come la gestione dei rifiuti, la produzione di energia da fonti rinnovabili, il trattamento delle acque reflue, la bonifica dei siti inquinati, gli investimenti per lo sviluppo di cicli produttivi più innovativi. Oltre ad ascoltare le imprese italiane che in questo settore rappresentano un fiore all’occhiello a livello internazionale, serve una politica sana». L’Italia, secondo Ciafani, è pronta. «Siamo il Paese dei 1.500 comuni “ricicloni”, di Milano che porta avanti uno dei sistema di raccolta differenziata più all’avanguardia, dei 107 “campioni dell’economia circolare” che Legambiente ha censito nell’ambito dell’iniziativa del Treno Verde organizzata insieme a Ferrovie dello Stato. Su questo fronte siamo molto più avanti di altri Stati d’Europa e quando l’Ue avrà approvato definitivamente il pacchetto sull’economia circolare per il nostro Continente, privo com’è di materie prime, sarà una svolta perché si inizieranno a valorizzare i rifiuti piuttosto che a portarli in discarica o bruciarli negli inceneritori».

Territori virtuosi
Se dall’Europa e dalla prossima legislatura arriveranno le risposte attese, le tante best practice che finora si sono evolute in ordine sparso potranno progredire in modo strutturato. La vera sfida sarà, dal 2018, questa: far sì che le sinergie tra le amministrazioni regionali e comunali, le aziende e i consorzi attivi nella raccolta e nel riciclo dei rifiuti rappresentino la regola e non più solo delle eccezioni positive.
Gli esempi da cui partire non mancano. È il caso di Rieti, dove negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria rivoluzione grazie al graduale passaggio dal sistema di raccolta stradale dei rifiuti al porta a porta, il che ha permesso il risanamento economico e finanziario dell’Asm (Azienda servizi municipali) e proiettato la differenziata a superare il limite del 65% imposto dalla normativa. «Una volta raggiunto questo obiettivo – spiega Alessio Ciacci, in passato assessore all’Ambiente di Capannori, primo Comune in Italia ad aderire alla strategia internazionale “Rifiuti Zero”, e oggi presidente dell’Asm Rieti – la città sarà pronta per avviare una sperimentazione di tariffazione puntuale che possa incrementare ulteriormente l’asticella del riciclo fino e oltre l’80%, come gli esempi di Parma, Lucca o altre realtà dimostrano. Abbiamo puntato sulla sostenibilità e sulla partecipazione di tutti i settori aziendali: l’igiene urbana, le farmacie e il trasporto pubblico sono tre cardini che possono influenzare notevolmente la qualità della vita di una comunità. Rieti è diventata un grande laboratorio in cui oggi i cittadini di ogni età contribuiscono al miglioramento dei servizi pubblici».
A Rieti, come in altre realtà positive, la strada ovviamente non è del tutto in discesa. I percorsi di sensibilizzazione e comunicazione a sostegno delle buone pratiche di riciclo vanno continuamente alimentati con nuove iniziative. Ma è sul piano legislativo e su quello impiantistico che la politica, a ogni livello, deve fare un deciso scatto in avanti mettendo queste realtà nelle condizioni di lavorare al meglio.

Le speranze dei protagonisti
Vale anche per i consorzi che ritirano i rifiuti da comuni, aziende e attività commerciali e investono sulla loro rigenerazione. Un settore in crescita è quello del riuso dei Raee (i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), come spiega Giancarlo Morandi, presidente del consorzio Cobat. «Essendo il nostro un Paese povero di materie prime – afferma – abbiamo l’economia circolare nel Dna. Anche guardando al futuro, come quello delle auto elettriche. Insieme al Consiglio nazionale delle ricerche stiamo lavorando per individuare una tecnologia sostenibile per il riciclo delle batterie al litio. Inoltre, con Enel, Class onlus e Politecnico di Milano, stiamo studiando un sistema per riutilizzare gli accumulatori non più adatti e riassemblarli per lo stoccaggio di energia da fonti rinnovabili. In questo modo sarà anche possibile far abbassare i prezzi delle batterie, ancora oggi la componente di costo più alta di una vettura elettrica».
Secondo Giovanni Corbetta, direttore generale di Ecopneus, realtà leader in Italia nel recupero dei pneumatici fuori uso, la green economy deve diventare un driver per traghettare l’economia del Paese verso un modello più sostenibile e capace di creare nuovi posti di lavoro. «Dal prossimo governo – dichiara – auspico un maggiore sostegno sul fronte degli acquisti verdi da parte della pubblica amministrazione, che possono realmente costituire un volano di sviluppo per molti settori industriali. Ma serve anche un quadro di norme chiare e soprattutto stabili nel tempo. L’incertezza sulla durata della validità delle leggi è uno dei fattori che destabilizza maggiormente il mercato e le aziende, costituendo un ostacolo allo sviluppo dell’intero Paese».
È dello stesso parere Michele Rasera, direttore generale di Contarina, società trevigiana in house providing a completa partecipazione pubblica. «Secondo gli ultimi dati riferiti al 2016 – spiega – in Italia sono presenti tre milioni di green jobs e 385.000 imprese che sono ripartite con l’economia ambientale. Per far crescere questi numeri serve però una legislazione più chiara e aggiornata, ad esempio sulla spremitura del rifiuto umido, sulle materie prime seconde e sull’end of waste, occorrono incentivi alla produzione di biometano per alimentare il parco mezzi impiegati nel lavoro quotidiano e una significativa semplificazione delle procedure autorizzative per promuovere il riciclo di quanto raccolto in modo differenziato».
Guarda con ottimismo al futuro Federico Fusari, direttore generale di Ricrea, il consorzio nazionale per il riciclo e il recupero degli imballaggi in acciaio. «L’industria del packaging in acciaio – afferma – è da sempre all’avanguardia nei settori della ricerca e sviluppo di soluzioni tecniche innovative tese a minimizzarne l’impatto ambientale sia attraverso attività di rigenerazione di imballaggi usati, sia attraverso la riduzione dello spessore dei manufatti grazie all’utilizzo di acciai di alta qualità e di coperture di stagno ridotte. In generale, nel settore siderurgico italiano la presenza di acciaierie che utilizzano rottame riciclato al posto di materia prima vergine rappresenta più di due terzi delle capacità produttive: siamo primi in Europa e fra i migliori al mondo». Ma più che economica, la sfida dei prossimi anni secondo Fusari sarà soprattutto culturale: «Se nuove sensibilità ambientali si diffonderanno nella maggior parte della collettività, la creazione di prodotti e servizi a esse legati rappresenteranno un formidabile volano per la crescita del Paese».

Una leadership possibile
L’immagine rilanciata dal racconto di queste esperienze è quella di un Paese che vede nell’economia circolare la soluzione più sostenibile per rimettere in movimento le risorse migliori. Ma perché accada davvero è necessario che tutti gli attori coinvolti, dagli enti locali alle imprese, dai consorzi fino ai cittadini, si sentano partecipi di questo grande cambiamento, dal Nord al Sud dell’Italia. «Lo sforzo che dobbiamo compiere – conclude l’europarlamentare Simona Bonafé – è replicare le tante best practices che abbiamo in tutto il territorio nazionale. Troppe volte l’Italia è finita sui giornali europei per i suoi problemi di gestione del ciclo dei rifiuti. E invece abbiamo il know how e l’esperienza per porci alla guida di una svolta radicale nella progettazione ecocompatibile dei prodotti. Se continueremo in questa direzione, l’economia circolare potrà permettere al nostro Paese di porsi come leader globale di un nuovo modello di sviluppo sostenibile in grado di coniugare la protezione ambientale con elevati livelli di crescita economica». Sempre che la politica, e chi la rappresenta, ci creda davvero.l