Moda sostenibile, intervista ad Aurora Magni

La presidente di Blumine sustainabilty-lab spiega come si sta evolvendo un mercato che vale circa 250 miliardi di euro l’anno / Fortunale, quando la maglia è bio e circolare

Foto di Aurora Magniintervista di DANIELE DI STEFANO

Quando e perché è iniziato il cammino della moda e del tessile verso la sostenibilità? «Il fenomeno è davvero molto recente, e in particolare negli ultimi anni ha avuto una fortissima accelerazione», afferma Aurora Magni, presidente Blumine sustainability-lab, docente di Sostenibilità dei processi produttivi alla Liuc-Università Cattaneo e autrice del capitolo su abbigliamento e tessile di GreenItaly 2018. «Qualche decennio fa si parlava di sicurezza per il consumatore, piuttosto che di ambiente: si pensava insomma più alla dermatite che alla contaminazione dei corsi d’acqua. Allora la moda sostenibile era “moda-non-moda”: giocava sostanzialmente sulla sottrazione delle performance».

Com’è scattato il processo di cambiamento?

Qualcosa si muove già negli anni ‘90, con le denunce sul lavoro minorile verso grandi brand di sportswear. E la svolta non arriva tanto dai consumatori quanto da movimenti ambientalisti, animalisti, umanitari, da cui giungono informazioni che raccontano il lato oscuro della moda. Solo qualche anno fa la moda inizia a fare della sostenibilità un suo baluardo. Possiamo ricordare due spartiacque. La campagna “Detox” di Greenpeace, partita nel 2011, che premendo molto sui brand impone un controllo della chimica lungo tutta la filiera. E poi il crollo del Rana Plaza, a Dacca, nel 2013.

Quanto è rilevante oggi la parte della moda che fa scelte più sostenibili?

I marchi che hanno sottoscritto i principali impegni in materia di sostenibilità ambientale e sociale (Greenpeace Detox, Zdhc, Sustainable apparel coalition, The Bangladesh accord on fire and building safety) nel loro insieme realizzano vendite pari a circa 250 miliardi di euro, oltre il 15% del mercato mondiale dell’abbigliamento.

Se allarghiamo la platea a tutti i marchi che rendicontano pubblicamente in report di sostenibilità o con informazioni sulle loro pagine web l’impegno nella sostenibilità, le cifre crescono considerevolmente. Uno studio di Blumine sui primi marchi e catene di distribuzione mondiali mostra che ben 24 su 28 pubblicano informazioni circostanziate sul loro impegno nella sostenibilità. I “24 virtuosi” insieme hanno un fatturato pari a oltre 320 miliardi di euro.

E l’Italia da questo punto di vista come si colloca?

Greenpeace dice che delle 80 imprese internazionali che hanno aderito a Detox, 60 sono italiane: una gran bella notizia. Ormai nel tessile italiano, selezionato anche dalla lunga crisi, è diffusa la consapevolezza che la sostenibilità dà competitività. Perché la qualità, universalmente riconosciuta come un’eccellenza italiana, sta evolvendo in un nuovo concetto in cui è ricompresa anche la sostenibilità ambientale.