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Miraggio Europa

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Jerry è un richiedente asilo nigeriano scappato dalla sua terra per continuare a vivere. Con altri quaranta profughi alloggia nel seminario vescovile di Savona, dove ha conosciuto noi allievi del corso di giornalismo ambientale “Laura Conti”, ospiti presso la stessa struttura per sei settimane (dalla fine di ottobre alla metà del dicembre 2016). Con il nostro gruppo ha voluto condividere la sua storia e le sue emozioni. Sono stati il suo racconto, e quello dei suoi compagni di viaggio, a ispirare il tema di questo speciale.

Mi chiamo Jerry, vengo dalla Nigeria, ho 24 anni e l’ultimo anno e mezzo l’ho passato viaggiando. Io in Europa non volevo venire, non come la maggior parte di noi che parte con in testa il sogno Europa, avrei preferito tornare in Nigeria, a casa mia, dai miei cari. Ma laggiù non ho più niente, non ho più nessuno. Quando avevo 17 anni, o forse 19, non ricordo, ho perso mio padre. Vivevamo a Lagos allora, non stavamo male, io lavoravo anche, facevo acconciature, ma dopo la morte di mio padre non potevamo più permetterci la vita nella capitale. Avevo un fratello e una sorella. Abbiamo dovuto lasciare anche la scuola perché era diventata troppo costosa. Siamo quindi andati nel villaggio da dove veniva nostra madre, Ogheghe, nello Stato di Edo, circa 300 chilometri da Lagos, per provare a ricominciare. Saranno passati tre anni, credo, ed è iniziato l’inferno: nel 2014 sono dovuto scappare anche da Ogheghe perché quelli di Obegie (sobborgo di Benin city, capitale di Edo) volevano la nostra terra, e se la sono presa con la forza. Ho perso la mia famiglia, hanno bruciato la mia casa e mi hanno picchiato selvaggiamente, sono sopravvissuto solo perché pensavano fossi già morto. Il mio caro amico Rufus mi ha salvato, mi ha portato in ospedale e ha pagato per me le cure perché io non avevo niente. Ben 30.000 naira ha sborsato, poco più di 130 euro, pochi ai vostri occhi, ma un’enormità per noi. Dopo tre mesi passati in ospedale ho avuto finalmente l’opportunità di ricominciare, lavorando come beghela (muratore), ma Rufus decide di partire per la Libia, dove le prospettive lavorative sembrano migliori. Il viaggio è lungo e il deserto sembra non finire mai e arrivati in Libia la strada si fa ancora più dura: sfruttamento, botte, armi, noi valevamo meno di zero. Ricomincia il lavoro da muratore, ma i libici sono i peggiori: dopo aver lavorato per ore ed ore arrivano e ti rubano quel poco che hai con le armi. “Non posso andare avanti così – dico a Rufus – dobbiamo andarcene e trovare un altro lavoro”. Arrivati a Tripoli credevo di aver trovato finalmente un po’ di pace, un tranquillo lavoro in un autolavaggio, sottopagato ma tranquillo. In fondo sono nero, che potevo aspettarmi? Un giorno però la polizia ci ferma, ci arresta, straccia i nostri passaporti e ci porta in prigione. Nel carcere di Zawiya è stata durissima, sarei morto là dentro come molti altri ho visto morire, ma un giorno viene organizzata un’evasione di massa: circa 400 persone che tentano la fuga, la polizia che spara, Rufus che cade sotto i colpi delle guardie. Sono solo ora. L’amico di una vita è morto davanti ai miei occhi per riprendersi la libertà che gli era stata strappata. E poi sono in un paese straniero e non ho niente, l’unico posto sicuro sembra essere l’autolavaggio. Proprio uno dei clienti decide di offrirmi una speranza, un posto di lavoro nella sua fattoria nel deserto. Non so quanto tempo ho lavorato per lui, due forse tre mesi, ma un giorno arriva e mi chiede: “Jerry, vuoi andare in Europa?”. L’Europa, così lontana e così vicina allo stesso tempo. Mai avevo pensato a questa eventualità, ma ora non ho più niente, hanno preso anche Rufus. Così accetto e mi portano in un capannone insieme a decine di altri ragazzi neri. Il tutto era organizzato dal fratello del mio datore di lavoro. La notte del 17 settembre in fretta e furia ci caricano sulla barca e inizia la traversata. Dopo 14 ore di navigazione veniamo avvistati da una nave di soccorso, una fortuna incredibile se si pensa a tutti quei disperati che passano giorni e giorni in mare in attesa di aiuto. Ma a me è andata bene e il 20 settembre siamo approdati in Sicilia, Italia, Europa, ce l’ho fatta! Il giorno dopo siamo arrivati con un pullman a Savona, in questo seminario vescovile dove ci troviamo tuttora e dove dovrò passare un bel po’ di tempo. Ma sono qui, ho fatto richiesta d’asilo e attendo: i tempi sono lunghi, ma ormai il terribile viaggio è solo un brutto ricordo”.

 

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