Il mio ricordo di Giuliano Cannata

Dentro “I fiumi della terra e del tempo” c’è molto della intelligenza brillante, visionaria, anticonformista di Giuliano, e c’è molto anche dell’originalità culturale di Legambiente

Ho conosciuto Giuliano Cannata 31 anni fa, nel 1986. Ero appena arrivato a lavorare in quella che allora si chiamava Lega per l’Ambiente – da obiettore di coscienza che aveva scelto il servizio civile al posto della  leva militare allora obbligatoria -, ma di ambiente, ecologia, ambientalismo sapevo zero. Uno dei miei “capi” mi consiglio qualche lettura “formativa”, tra queste un libro dal titolo misterioso: “I fiumi della terra e del tempo”. Era scritto da un ingegnere dell’acqua, Giuliano per l’appunto, che aveva passato molti anni in giro per il mondo, specialmente in Africa, a progettare sistemi di gestione delle risorse idriche, e che spesso vedevo partecipare alle riunioni, alle assemblee dell’associazione. In quel libro Cannata intrecciava tecnica, storia, antropologia, raccontando la difficile ma appassionante convivenza tra l’ecologia della terra e dell’acqua con la civiltà industriale e post-industriale. Dentro “I fiumi della terra e del tempo” c’è molto della intelligenza brillante, visionaria, anticonformista di Giuliano, e c’è molto anche dell’originalità culturale di Legambiente: l’idea, prima di tutto, che il paradigma ambientalista per convincere e per vincere dovesse farsi discorso scientifico e discorso sociale, lontano da qualunque visione “arcadica” della difesa dell’ambiente come ritorno al “bel tempo antico”.

Cannata era un uomo simpatico e dolce, ma era anche un interlocutore scomodo. Lo è stato anche per noi di Legambiente. Da almeno vent’anni ci proponeva con cocciutaggine, con qualche rigidità, con geniali intuizioni un tema che almeno all’inizio suonava quasi una bestemmia per molti ecologisti: basta con il ritornello della crescita demografica come minaccia mortale per l’ambiente e per l’umanità (questo era uno degli argomenti centrali del celebre rapporto del Club di Roma su “I limiti dello sviluppo”, quasi un manifesto del movimento ambientalista), la popolazione mondiale entro pochi decenni smetterà di crescere e comincerà l’”età della diminuzione”. Sarà questo d’ora in avanti il terreno, promettente ma complicatissimo, su cui costruire un modello ambientale, sociale ed economico sostenibile. All’”età della diminuzione” Giuliano ha dedicato diversi libri – tra questi “Si spegne signori si chiude. L’era della diminuzione” del 2008 e “Dizionario dell’estinzione” del 2013 – e molti articoli. In uno dei più recenti (“Camminando sul filo del rasoio della speranza, tra diminuzione e cultura dello spreco”, Greenreport, 2013) scriveva: “Se al mancato aumento di persone si somma la caduta dei bisogni per capita, frutto di rendimenti, produttività e raccolti agricoli ieri inconcepibili, si dovrebbe concludere che esistono tutti i presupposti tecnici ed economici per la salvezza (per la felicità?) della razza umana. Ma, implacabile, la curva della crescita della CO2 nell’atmosfera non accenna a piegare, non diminuisce la perdita di ghiaccio nell’Artide o il permafrost sotterraneo nelle Alpi. Sul filo della forbice costi/benefici – allargata a quelli indiretti – non ci sarebbe partita, ma gli Stati continuano a finanziare e realizzare una capacità di fornitura di energia elettrica maggiore della domanda, una produzione di cibo buttato via per il 35%, nuovi appartamenti costruiti e per metà lasciati disabitati”.

Legambiente, io credo, deve molto alle riflessioni, qualche volta provocatorie ma sempre ricche di spunti di verità, di Giuliano Cannata. Il suo pensiero, come quello di altri nostri “padri” e “madri” che non ci sono più – Marcello Cini, Laura Conti, Fabrizio Giovenale -, è uno stimolo formidabile a non perdere mai di vista il mondo che cambia e a cercare, in ogni modo e in ogni caso, di declinare l’ambientalismo non come paura ma come speranza: come una grande, irrinunciabile speranza di buon futuro.  

*membro Assemblea dei delegati di Legambiente, ex presidente