Migranti nel Mediterraneo, le ong europee scrivono al governo italiano

La lettera è indirizzata al ministro degli Interni Salvini, al premier Conte, al ministro e al viceministro degli Esteri Moavero Milanesi e Del Re. La richiesta è di sostenere le operazioni di ricerca e salvataggio in mare e di interrompere i respingimenti in Libia ICONA recensioni Per il Forum Terzo Settore serve un tavolo di confronto tra governo e ong ICONA recensioni Italia-Niger, il 6 febbraio a Roma verrà reso pubblico l’accordo

Un'immagine di un salvataggio in mare di un gruppo di migranti

Il primo febbraio una rete di associazioni e ong italiane ed europee ha inviato una lettera al ministro degli Interni Matteo Salvini e, per conoscenza, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al ministro e al viceministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi ed Emanuela Del Re. Una missiva per chiedere all’Ue “disposizioni tempestive e affidabili” per affrontare l’emergenza e per denunciare il modo in cui il governo italiano sta gestendo questa situazione, giocando di fatto sulla pelle di centinaia di migranti una sfida a distanza con gli altri Paesi dell’Unione Europea.

La lettera è stata firmata da Aoi (Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale) Concord Italia (Piattaforma nazionale della confederazione delle Ong europee), Gcap Italia (Coalizione italiana di lotta contro la povertà), Focsiv (Federazione delle organizzazioni cristiane di servizio volontario internazionale), MSF-Medici Senza Frontiere Italia, Link2007, Marche Solidali, Consorzio Ong Piemontesi, Acra, Action Aid, Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo), Amici dei popoli, Amref Health Africa, Arcs, Associazione Volontari Dokita Onlus, Cefa Onlus, Cies Onlus, Cisv, Comi, Cospe Onlus, Ipsia-Acli, Legambiente, Lvia, Mani Tese, Movimento Shalom, Osservatorio Aids – Aids Diritti Salute, Oxfam Italia, Progetto Sud-UIL, Sonia per un mondo nuovo e giusto, Terra Nuova Centro per il Volontariato, We World – Gvc.

A livello europeo ad apporre la propria firma sulla missiva sono stati Médecins Sans Frontières (MSF), Caritas Europa, European Evangelical Alliance, Mixed Migration Centre, SOS Méditerranée, Churches’Commission for Migrants in Europe (Ccme), Human Rights Watch, Oxfam, ACT Alliance EU, Danish Refugee Council, The International Catholic Migration Commission (Icmc), The Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (Picum), Action Against Hunger, The European Council on Refugees and Exiles, Missing Children Europe.

Ecco il testo integrale della lettera:

Gentile Ministro,

Noi, organizzazioni, reti e piattaforme firmatarie, Le scriviamo per esprimere le nostre serie preoccupazioni sulla situazione degli sbarchi e La esortiamo ad agire per far fronte alla crisi nel Mar Mediterraneo. Questa lettera è inviata a Lei e contemporaneamente a diversi Ministri degli Interni di altri Paesi membri dell’Unione Europea perché la soluzione agli sbarchi dei migranti nel Mediterraneo non può che venire da un’assunzione di responsabilità comune. Da gennaio 2018, 2.275 (stima UNHCR) donne, bambini e uomini sono annegati nel Mediterraneo. Nel frattempo, i leader dell’Unione europea si sono resi complici della tragedia che si sta svolgendo davanti ai loro occhi.

Per oltre sei mesi, i governi europei hanno cercato – fallendo – di trovare un accordo su un sistema che consentisse ai sopravvissuti di sbarcare in sicurezza quando raggiungono la costa europea. Allo stato attuale, ogni volta che una nave cerca di portare le persone appena salvate in un porto europeo, i governi dell’UE si affannano in prolungati dibattiti su dove la nave può sbarcare e su quali paesi possono ospitare i sopravvissuti per esaminare le loro domande di asilo. Nel frattempo, donne, uomini e bambini, che spesso portano con loro le cicatrici fisiche e mentali del viaggio, e le torture dei centri di detenzione libici, vengono bloccati in mare, talvolta per quasi un mese. E la missione navale dell’UE nel Mediterraneo, l’operazione SOPHIA, rischia di essere interrotta perché i governi europei non riescono a trovare un accordo su dove sbarcare le persone salvate.

Inoltre, i governi europei esercitano un’indebita pressione sulle organizzazioni della società civile che conducono missioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. Piuttosto che sostenere queste attività nel tentativo di salvare vite umane, alcuni Stati membri (dell’UE) hanno reso più difficile la loro operatività, hanno rivolto accuse infondate contro di loro, e hanno impedito ai mezzi di ricerca e salvataggio di lasciare i porti. Mentre l’anno scorso erano cinque le organizzazioni che stavano conducendo operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, oggi solo una è in grado di farlo.

Le azioni dei governi europei hanno reso estremamente difficile per le organizzazioni che si occupano di ricerca e salvataggio di continuare il loro lavoro e hanno dissuaso altre imbarcazioni dal rispettare gli obblighi di salvare le persone in difficoltà e di riportarle nel luogo sicuro più vicino. Di conseguenza, il Mediterraneo è diventato uno dei mari più letali del mondo. In gennaio, un elicottero della Marina Militare ha salvato tre persone, che hanno testimoniato di come la loro nave avesse lasciato la Libia con 120 donne, bambini e uomini a bordo. Tutti risultavano annegati. A ciò si aggiunga che le persone che vengono rimpatriate con la forza in Libia rischiano di essere poste in detenzione arbitraria, maltrattate, torturate o vendute come schiave. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oltre 15mila persone sono state rimpatriate in Libia nel 2018.

In base al diritto internazionale, le persone soccorse in mare devono essere portate nel luogo di sicurezza più vicino, dove dovrebbero essere trattate con rispetto, offrendo loro protezione. L’Europa si è impegnata a salvare vite umane nel Mediterraneo e a condividere la responsabilità dell’accoglienza dei rifugiati. Il diritto di chiedere asilo e il principio di non respingimento sono ribaditi nei Trattati dell’Unione europea, che dichiarano inoltre che l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani. Questi sono i valori in cui tutti noi crediamo e la legge a cui siamo vincolati. Dovrebbero essere sostenuti a prescindere dai disaccordi politici, perché sono le fondamenta del nostro vivere civile.

Le chiediamo, in occasione della prossima riunione informale del Consiglio Giustizia e Affari Interni dell’UE, di raggiungere un accordo su disposizioni tempestive per lo sbarco che salveranno vite umane e rispetteranno i diritti fondamentali delle persone, compreso il diritto di chiedere asilo. In particolare, chiediamo al Consiglio di:

  1. Sostenere le operazioni di ricerca e salvataggio: i Paesi dovrebbero consentire a tutte le navi che svolgono attività di ricerca e salvataggio di attraccare nei loro porti, sbarcare le persone che sono state salvate e ritornare in mare in modo tempestivo. Il tentativo di impedire le operazioni di salvataggio delle ONG e delle navi commerciali è un approccio pericoloso che mette a rischio vite umane e mina la fiducia dei cittadini nei confronti dei governi per risolvere la situazione.
  1. Adottare disposizioni tempestive e affidabili per lo sbarco: in attesa dell’adozione di una riforma positiva del sistema di Dublino, che includa un meccanismo permanente di ripartizione delle responsabilità, si dovrebbero attuare disposizioni per garantire lo sbarco e la distribuzione tempestiva tra gli Stati membri dell’UE delle persone soccorse. Le ONG hanno presentato proposte concrete per le disposizioni relative alla ricollocazione dopo lo sbarco. Data l’urgente necessità di misure sulla ripartizione delle responsabilità, gli accordi dovrebbero essere concordati immediatamente e gli Stati partecipanti dovrebbero essere identificati fin dall’inizio, e non in modo emergenziale “nave per nave”. Nessun accordo dovrebbe esonerare gli Stati membri dagli obblighi giuridici derivanti dal diritto dell’UE, dal diritto internazionale dei rifugiati o dal diritto marittimo.
  2. Cessare i respingimenti in Libia: La Libia è un Paese lacerato dalla guerra, dove rifugiati e migranti sono regolarmente detenuti in condizioni orribili che violano i loro diritti umani fondamentali. Le donne, i bambini e gli uomini che vengono rimpatriati in Libia dalla guardia costiera libica sostenuta dall’UE o su istruzione dei Centri di Coordinamento del Soccorso Marittimo, devono affrontare una detenzione automatica e arbitraria e il rischio reale di torture e altre gravi violazioni dei diritti umani. Fonti autorevoli, comprese alcune delle organizzazioni firmatarie, hanno documentato casi specifici in cui le persone intercettate o salvate sono state torturate e maltrattate al loro ritorno in Libia. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, UNHCR, ha esortato gli Stati ad astenersi dal rimpatrio di cittadini di Paesi terzi in Libia a causa del rischio per la loro sicurezza. I governi europei dovrebbero stabilire chiari parametri di riferimento, compresa la fine della detenzione arbitraria, ed essere pronti a sospendere la cooperazione e l’assistenza alla guardia costiera libica se i parametri non vengono rispettati.