mercoledì 19 Gennaio 2022

Acquista

Login

Registrati

Un miele imperiale

Nel cuore di Roma, alle pendici del Palatino, il Parco archeologico del Colosseo ha fatto installare una serie di arnie. A tutela di uomini e api, che prima sciamavano lungo il percorso aperto al pubblico

di MIMMO FRASSINETI

Dal mensile di settembre Si chiamano “Ambrosia del Palatino” e “Palatinum”, ma non sono il prodotto di una normale azienda agricola: il miele e l’olio firmati Parco archeologico del Colosseo nascono sulle pendici del Colle che custodisce la capanna di Romolo, la casa di Augusto, i palazzi imperiali. Polmone verde dell’area archeologica centrale, il Palatino racchiude in pochi ettari la storia della Città Eterna. All’epoca dei grand tour, quando fra il XVIII e il XIX secolo l’Italia era la meta prediletta dei giovani aristocratici intenzionati a perfezionare la propria sensibilità e cultura, Roma era la tappa più attesa. I grandiosi resti dell’Antichità si presentavano spesso avvolti dalla vegetazione. Il fascino romantico di una natura che sembra volersi riprendere quanto l’uomo le ha sottratto informa il gusto del tempo e si rispecchia nei giardini all’inglese, che nascono dove piante in apparenza spontanee rifuggono da ogni simmetria e conducono a finte grotte, costruzioni stravaganti, false rovine. Oggi la convivenza della vegetazione con i monumenti antichi è una delle grandi sfide nella gestione dei siti archeologici. «Abbiamo fatto uno studio sulle piante antiche basandoci su Plinio e Teofrasto – spiega Alfonsina Russo, direttrice del Parco – La rosa canina, la malva, l’iris, da cui si ricavavano profumi rinomati nell’antichità. Il corniolo, l’albero dal quale Romolo secondo Plutarco trasse la lancia che scagliò dall’Aventino al Palatino per tracciare i confini della futura città, e ancora il gladiolo, la ginestra, la ruta, l’acanto, la bocca di leone. Sono le piante che Plinio il Vecchio identifica sul Colle e descrive nella sua Naturalis Historia. E che oggi – continua Russo – il visitatore scopre lungo un percorso naturalistico che lo accompagna dal Velabro alle Capanne romulee, al Tempio della Magna Mater, al Tempio della Vittoria, al Tempio di Apollo, alla Domus Flavia, alla Domus Augustana, fino alle Terme di Massenzio e alle Arcate Severiane».

L’installazione delle arnie sulle pendici meridionali del Palatino, ricche di fiori, appare come il suggello della cura che qui si riserva all’ambiente. Un’installazione che interviene anche in un problema pratico e di sicurezza.

«Lungo il percorso aperto al pubblico le api sciamavano pericolosamente – riprende la direttrice del Parco archeologico – Non le abbiamo soppresse ma ci siamo rivolti a un’associazione che ha installato le arnie creando un habitat per le api, tutelando in questo modo sia uomini che insetti. E abbiamo anche prodotto il primo miele, con tanto di etichetta. Siamo già alla seconda annata». Il progetto del miele è stato avviato con il supporto del GRABees, il Grande raccordo anulare delle api, mentre quello dell’olio extravergine (sul Colle ci sono duecento piante di ulivo) nasce dalla collaborazione con Coldiretti Lazio e i produttori di Op Latium. «Abbiamo un patrimonio arboreo importantissimo, da un punto di vista sia botanico che storico – dice Gabriella Strano, architetto paesaggista del Parco, che accompagna Nuova Ecologia all’appuntamento con gli apicultori – La maggior parte dei grandi alberi è stata piantata fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento da Giacomo Boni, direttore all’epoca degli scavi del Foro Romano e del Palatino. Boni era uno studioso della vegetazione antica, che lui chiamava virgiliana, ma non valutò fino a che punto le radici sarebbero entrate in conflitto con le murature. E questo è uno dei problemi che ci ritroviamo ora. Il contesto dove sono le api è molto bello – continua – il punto più antico del Palatino. Per posizionare le arnie abbiamo seguito il consiglio di Plinio, che spiega come dev’essere il luogo ideale: soleggiato, e qui siamo esposti a sud, ventilato, e qui abbiamo una buonissima ventilazione, infine vicino all’acqua, a poche centinaia di metri da qui scorre il Tevere».

Davide Bertelli e Roberto Corradini, apicultori di GRAbees, per prima cosa invitano a tenersi a distanza di sicurezza dalle arnie, almeno dieci metri. Il loro approccio è quello degli appassionati. «Il nostro è nato come un progetto di apicultura urbana a tutela delle api – dice Bertelli – che per noi sono un patrimonio importantissimo. Aver collocato arnie nel cuore di Roma è il massimo cui potevamo aspirare. Oltre al rifugio qui le api trovano tanti fiori spontanei e altri introdotti nell’ambito di un progetto di architettura paesaggistica, per cui il miele ha una gamma di sapori che non troviamo da nessun’altra parte». Il carattere delle api affascina Corradini: «Sono selvatiche, hanno una vita autonoma, non possono essere costrette dentro l’arnia come il bue in una stalla ma si muovono liberamente – racconta – L’uomo nel tempo ha appreso alcune tecniche per rapportarsi a loro, ma non può costringerle a nulla: non si possono addomesticare, è l’uomo che deve adattarsi. La grande attrattiva è proprio questa, avere a che fare con esseri liberi. L’alimentazione la decidono loro, la riproduzione avviene in aria, l’uomo non può avere alcun ruolo. È questa la bellezza di fare l’apicultore».

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

SOSTIENI IL MENSILE

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

Articoli correlati

Seguici sui nostri Social

16,989FansLike
21,810FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Ridimensiona font
Contrasto