Micromobilità, arriva l’attesa firma del decreto

Regolarizzata la circolazione di monopattini elettrici, hoverboard, monowheel e segway. Un primo passo concreto che consentirà di 'liberare' nuovi mezzi che non inquinano, non ingombrano e aiutano l’intermodalità e la mobilità urbana. Ma resta ancora molta strada da fare Il decreto (pdf) Auto elettriche, perché gli incentivi (da soli) non bastano

L'immagine di un monopattino elettrico

È stato finalmente firmato oggi dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli l’atteso decreto per la sperimentazione della micromobilità elettrica (pdf) nelle città italiane. Il decreto era previsto, entro 30 giorni, nella legge di bilancio votata a fine 2018. Ne siamo felici, è da due anni che chiediamo di ‘liberare’ la micromobilità elettrica perché non inquina, non ingombra, aiuta l’intermodalità e la mobilità urbana, come abbiamo rivendicato anche con la nostra petizione che è stata tra le iniziative al centro del Treno Verde di quest’anno. Nel frattempo circa 50mila italiani hanno già acquistato un monopattino elettrico, un hoverboard, un monowheel o un segway e attendevano in buona fede di essere legittimati a usarli.

Tutto bene dunque? Speriamo. Incrociamo le dita perché, a leggere il decreto, ci si rende conto che è transitato nell’ufficio ‘complicazione affari semplici’. Un decreto che è stato lungamente discusso, soprattutto con le città più interessate (Milano, Torino, Bologna ad esempio), che ha subito diversi cambiamenti, alcuni dei quali dell’ultim’ora. Insomma, sono ancora tanti gli ostacoli per i Comuni e, soprattutto, per i cittadini che vogliano circolare con questi nuovi mezzi.

I Comuni che si candidano alla sperimentazione dovrebbero prima approvare un piano cittadino e definire le aree, le vie, le piste ciclabili e le zone ciclopedonali idonee alla circolazione di questi mezzi. Non solo. Devono predisporre una specifica segnaletica (“orizzontale e verticale!) per ogni strada e porzione di strada idonea alla circolazione di tali mezzi. Ma se si leggono bene gli allegati si capisce che le città che vogliono possono anche definire e segnalare l’intero centro abitato come idoneo alla micromobilità. Il che vuol dire che si può andare dappertutto, come con la propria bicicletta? No. Vuol dire che può bastare un cartello all’accesso della città in cui si spieghi che nelle “aree 30” possono circolare i monopattini e i segway. “Si capisce bene che abbiamo inserito nel decreto un segnale sperimentale che sarà installato solo all’inizio del centro abitato”, ci ha risposto via Twitter il sottosegretario del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti Michele Dell’Orco, che sostiene di aver preavvisato il giorno prima i Comuni. “Invece di 2.000 cartelli per città, ora probabilmente 300-500 per una città come Milano”, commenta a caldo l’assessore alla Mobilità del capoluogo lombardo Marco Granelli. “È forse ambiguo e vale la pena di chiedere una circolare esplicativa” ci conferma Irene Priolo, assessore alla Mobilità a Bologna.

Non bastava forse dire che questi mezzi possono circolare con le stesse limitazioni delle biciclette o delle e-bike? Come ha proposto Legambiente nel suo appello e come ribadisce Granelli nel suo profilo Facebook? No. Perché il ministero ‘complicazione affari semplici’ ha definito velocità, permessi e cartellonistica differente per ognuno dei quattro mezzi di micromobilità: i monopattini e i segway possono circolare con limitatore di velocità a 20 all’ora sulle strade “30 all’ora” e sulle piste ciclabili e sui marciapiedi o zone ciclopedonali, ma con il limitatore di velocità impostato a 6 all’ora (che la gran parte di questi mezzi non ha). Mentre il “professionale” monowhell (monoruota elettrico, con in genere ruote 16 pollici e 30 km di autonomia) viene equiparato a poco più di un giocattolo e, alla stessa stregua degli hoverboard (2 ruote autobilanciate non potate di manubrio), può circolare solo su marciapiedi con limitatore di velocità a 6 km all’ora. Inoltre, dopo il tramonto si deve indossare il gilet giallo catarifrangente (oltre che luci di posizione sul mezzo). “In servizio sharing voglio vedere dove lo mettono” commenta Irene Priolo.

Nel complesso si tratta di una serie di complicazioni che ricadono tutte sulle spalle del cittadino mobile e del pendolare, che rischiano di rendere complessa la messa in pratica del concetto di intermodalità. Se esco dalla mia abitazione al mattino per raggiungere la stazione o la fermata dell’autobus, posso circolare anche se non abito una via 30 all’ora e se la fermata è lontana? Scendo dal mezzo pubblico e che faccio se la zona idonea alla circolazione è lontana o non mi consente di arrivare all’università o al posto di lavoro? E se ho dimenticato il giubbotto catarifrangente? Quale multa rischio? Il vigile urbano quale articolo o allegato del decreto leggerà per capire se posso circolare, e a quale velocità?

A meno che, all’insegna del ‘vogliamoci bene’, prevarrà il buon senso all’italiana, il consiglio è di indossare tutti i gilet gialli e di praticare tutti civilmente l’illecito di circolare con i mezzi di micromobilità più sicuri che si trovano a buon prezzo sul mercato, limitando la velocità a 20-25 km all’ora: come in bicicletta, rallentando e stando molto attenti sui marciapiedi a non urtare e spaventare bambini e anziani.

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