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Violenza stradale, due anni fa la morte del ciclista Michele Scarponi

Una fotografia di Michele Scarponi

Sono passati quasi due anni da quella terribile mattina del 22 aprile 2017, quando Michele Scarponi, padre di due bambini e ciclista di fama mondiale, fu investito e ucciso mentre si allenava in bici da un furgone che non gli aveva dato precedenza nei pressi di Filottrano (Mc). Il fratello Marco, 41 anni, capelli riccioluti e barba folta, sguardo vivo e tenace, ci racconta la sua lotta contro la violenza stradale. 

Il tuo impegno per la mobilità sostenibile è nato quel giorno?

La morte di Michele ha cambiato la vita, mia e della mia famiglia, per sempre. Da quel giorno la violenza stradale gratuita dei mezzi a motore è per me così evidente che nemmeno chiudendo gli occhi ormai riesco a vedere un tratto di strada giusto.

Per questo lo scorso maggio hai creato la Fondazione Michele Scarponi?

Una fotografia Marco Scarponi
Marco Scarponi

Sì, la Fondazione Michele Scarponi è la nuova squadra di Michele, e si occupa di dolore. Del dolore immenso provocato dalla violenza stradale. È una Fondazione formata da vittime indirette di tale violenza: i familiari. Il nostro scopo è trasformare ogni giorno questo dolore in un dono. Una conoscenza, affinché non accada più quello che è successo a noi. L’unico modo per tenere Michele con noi ogni istante è dire come stanno le cose, di affrontare l’epidemia della violenza stradale dalla parte giusta, ossia quella dei più vulnerabili, i non carrozzati: disabili, bambini, anziani, pedoni tutti, ciclisti urbani, amatori, professionisti.

Quasi 3.400 vittime per incidenti stradali nel 2017, in aumento rispetto al 2016, tanti ciclisti e pedoni. Cosa si può fare per fermare questo massacro?

È chiaro che il numero delle auto in circolazione deve diminuire. L’Italia è il Paese che in percentuale possiede più auto private rispetto agli altri Paesi europei. Questo può avvenire ridistribuendo lo spazio, togliendolo a chi ne ha di più (le auto) per darlo a chi ne ha di meno (le persone). Io non credo che basti investire in auto più sicure, per il semplice fatto che c’è un uomo alla guida, che sicuro non sarà mai. Credo che le auto a guida autonoma possano però darci una mano, anche se la soluzione è l’intermodalità dei mezzi di trasporto e non l’automobile. Concentrarsi solo sull’auto non ci aiuterà a risolvere problemi come la congestione del traffico, l’inquinamento e le morti sulla strada. La bicicletta invece ha un potenziale infinito e potrà salvare il mondo e noi stessi, se glielo permetteremo.

Con la Fondazione fate anche progetti nelle scuole, cosa raccontate ai ragazzi?

Ai ragazzi raccontiamo la storia di Michele, che è soprattutto la storia di una famiglia e di un bambino che aveva tutti i campi e le strade intorno per correre in bicicletta dalla mattina al tramonto. Un bambino che sognava così forte che alla fine ha realizzato i suoi sogni. Un bambino che è diventato un campione, un marito e un padre. Un uomo che è stato ucciso da una società che considera come una cosa normale le morti sulla strada. Mostriamo ai ragazzi città diverse, dove la gente va in bicicletta e si saluta, poi li invitiamo ad affacciarsi alla finestra e a immaginare un prato al posto del parcheggio davanti alla scuola… I ragazzi vanno coinvolti. Noto una grande voglia di cambiare, unita a una forte resistenza. Bisognerebbe inserire nei programmi scolastici una materia dedicata alla mobilità sostenibile: dalla storia della strada, fino ad arrivare all’urbanistica, si dovrebbero studiare le città amiche dei bambini e bikefriendly nel mondo, passando magari per il grande ciclismo.

Le associazioni di ciclismo sportivo sostengono le battaglie per una mobilità sostenibile?

Le associazioni sportive sostengono campagne quasi unicamente incentrate sulla concessione di quel metro e mezzo durante il sorpasso. Metro e mezzo che segnalerebbe una virtuale ciclabile sulla strada. Il metro e mezzo è importante per chi si allena in bici sulle strade extraurbane, ma non basta, anche se i professionisti che si allenano in Spagna mi raccontano che là ci sono cartelli ovunque che invitano a rispettare i ciclisti e a superarli a oltre un metro e mezzo di distanza. Vedo poca attenzione in realtà alla mobilità sostenibile e a un uso quotidiano della bicicletta. Credo che la strada si possa condividere con i mezzi motorizzati solo se questi vengano disinnescati al punto da non nuocere a un bambino. Bisogna però anche limitare il transito alle auto in determinati luoghi, lasciando i ciclisti liberi e sicuri.

Tu e tua moglie Valentina avete tre bambini, vivete in campagna, nell’entroterra marchigiano, come fate nella quotidianità a ridurre l’uso dell’auto?

Fino a poco tempo fa avevamo due auto, ma ora ne abbiamo solo una e vorremmo continuare a vivere così. I nostri bambini vanno alla scuola primaria con il pulmino e alla scuola materna a piedi che è a duecento metri da casa. Io e mia moglie abbiamo un’e-bike usata che utilizziamo per andare a Filottrano a fare spesa (quasi 6 km di saliscendi). Io vado spesso anche con la bici da corsa. Uso quasi sempre il treno quando devo spostarmi fuori regione o in regione e mi sto organizzando per utilizzare anche gli autobus con maggiore frequenza per gli spostamenti vicini (Ancona- Macerata). È una questione di organizzazione in fondo. Utilizziamo l’auto solo lo stretto necessario, rispettando sempre i limiti di velocità.

I piccoli paesi sono sempre più ostaggio delle auto?

Ho sempre creduto nei piccoli paesi come Filottrano perché hanno una capacità aggregativa che città più grandi non hanno. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. Questi paesi si sono trasformati in parcheggi e dormitori. La vita sociale è stata annientata. La fine di certe feste è il segnale evidente della fine di incontri, di relazioni, di intenti comuni, che decine di anni fa coinvolgevano e nutrivano questi paesi. Il problema della viabilità si intreccia inevitabilmente, e in questi paesi più che mai, con la visione politica e sociale di chi amministra. Le strade di Filottrano sarebbero stupende se percorse quotidianamente da persone, da bambini, e questo oggi non avviene più. Si crede che l’auto porti gente (lo gridano soprattutto i negozianti), ma che tipo di gente porta? Gente che non è più capace di stare insieme. Quando riavremo un’agorà e un corso dedicati esclusivamente alle persone forse ci ricorderemo chi siamo e le feste ritorneranno a colorare le nostre giornate. È una questione di scelte, di scelte fatte bene.

Il tuo impegno per l’ambiente abbraccia anche altri aspetti?

Non mangio carne né latticini da sei anni, come il resto della mia famiglia. Crediamo che questo sia un bel gesto d’amore e di rispetto per gli animali e per l’ambiente. Cerchiamo in casa di usare meno plastica possibile, sosteniamo l’agricoltura biologica, facciamo parte di gruppi d’acquisto solidale. Insomma, ci diamo da fare per rendere questo nostro viaggio sulla terra leggero e positivo per tutti.

Come riesci a coniugare i tuoi impegni familiari e lavorativi con la Fondazione?

Sono laureato in Storia dell’arte ma da oltre dieci anni sono un educatore. Lavoro con ragazzi disabili nelle scuole, a domicilio o nei centri diurni. In questo momento sono in aspettativa non retribuita poiché la Fondazione mi sta richiedendo molte energie e molto tempo. Non so se riprenderò il mio lavoro. So però di avere, come Michele, una famiglia splendida che mi sta accanto e questo vuol dire che ogni scelta io faccia non sarà mai sbagliata.

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019

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